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Il sovraffollamento delle carceri è sintomo dell’inefficienza del sistema giustizia

settembre 9, 2017 Francesca Parodi

Servono nuovi modelli differenziati di carcere, ma soprattutto bisogna rivedere il processo penale nel suo funzionamento e nelle tempistiche. Intervista a Riccardo Arena di Radio Carcere

carcere ansa

Dall’inizio dell’anno 40 carcerati si sono tolti la vita nei penitenziari italiani. L’escalation di suicidi si lega soprattutto alla grande emergenza del sovraffollamento delle carceri, il cui tasso è al 113,2 per cento: a fronte di una capienza regolamentari di 46 mila posti (a cui vanno detratti 5 mila posti inutilizzati), a fine luglio il numero di carcerati è salito a 56.766. Gli istituti più affollati sono concentrati soprattutto in Lombardia, come Como (con un tasso del 186,6 per cento) e Busto Arsizio (174,2 per cento). In alcune prigioni lo spazio minimo per detenuto torna a scendere addirittura sotto i 3 metri quadrati, la soglia stabilita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che negli ultimi 20 anni ha più volte condannato l’Italia per il «trattamento inumano e degradante» nelle sue carceri. Al generale malessere nelle carceri contribuiscono anche una serie di altri fattori: la carenza di docce nelle celle (nel 68 per cento degli istituti), la cattiva gestione della salute dovuta anche all’assenze di cartelle cliniche informatizzate, la scarsità di educatori e la mancata attivazione di corsi scolastici o di formazione professionale.

NUOVI MODELLI. «Da mesi denunciamo questo crescente fenomeno del sovraffollamento» dice a tempi.it Riccardo Arena, conduttore di Radio Carcere su Radio Radicale. «E non siamo i soli: ad aprile dello scorso anno anche il capo del Dap aveva emesso una circolare per allertare i direttori dei vari istituti ed esortarli a incrementare misure alternative. Il problema però è che in Italia non si fa mai prevenzione, si aspetta sempre l’insorgere dell’emergenza per intervenire in maniera sempre inadeguata».
Radio Carcere aveva già evidenziato il gap esistente tra la capienza regolamentare delle carceri e il numero reale di detenuti e aveva invitato innanzitutto ad un ricalcolo dei posti disponibili. «Dopo di che, serve ripensare nuovi modelli di carcere che siano diversificati in base alla tipologia dei detenuti: il tossicodipendente e il soggetto sotto misura cautelare vivono situazioni molto diverse, dunque necessitano di strutture differenziate. È una follia accomunarli dentro lo stesso edificio» dice Arena. «Abbiamo bisogno di un sistema penitenziario che non sia statico come quello attuale, bensì dinamico ed elastico, in grado di adattarsi alle diverse tipologie di persone detenute».

ABUSO DELLA CUSTODIA CAUTELARE. Il problema del sovraffollamento però non si risolverà mai definitivamente, secondo Arena, se prima non si affronterà il nodo centrale, ovvero la questione giustizia. «Ad esempio, l’abuso della misura cautelare è strettamente collegato alla lentezza del processo penale». In effetti, il 34 per cento del totale di reclusi italiani (cioè 19.308) è oggetto di misura di custodia cautelare, in attesa della sentenza definitiva, e di questi il 16 per cento (cioè 9.261) sono ancora in attesa del primo giudizio. «Altro aspetto riguarda il sistema delle pene. Ad esempio, oggi il giudice può applicare solo due sanzioni: il carcere e l’ammenda. Mentre sono anni che gli esperti invocano una riforma del sistema che diversifichi le pene: non solo la detenzione, ma anche lavori socialmente utili o altre forme di sanzioni».

SOSPENSIONE DELLA PENA. La riflessione del problema carceri deve quindi ampliarsi a 360 gradi e impone una piena revisione del processo penale perché sia in grado di dare una risposta di giustizia non solo giusta, ma anche in tempi ragionevoli. «Ciò che manca oggi, in definitiva, è la certezza del diritto». Un’altra anomalia è la sospensione della pena. Ad esempio oggi un condannato che ha commesso reati sanzionabili sotto i due anni spesso vede la propria pena sospesa dal giudice. Questo istituto viene applicato in maniera quasi automatica ma, proprio a causa della lentezza del processo penale, presenta più svantaggi che vantaggi. «Per fare un esempio, un diciottenne di Scampia che commette una serie di piccoli crimini ma non viene immediatamente punito rischia, con la sospensione della pena, di dover scontare l’intera pena a distanza di anni, quando magari, ormai cresciuto, si è rifatto una vita onesta» spiega Arena. «Moltissimi detenuti oggi si trovano in carcere per scontare delle pene che risalgono a decenni fa. Io li chiamo “le vittime della sospensione della pena”». Più che sospendere la pena, secondo Arena sarebbe utile «sanzionare subito la condotta illegittima magari con sanzioni diverse dal carcere. In questo senso, sarebbe più razionale non solo fornire al giudice di primo grado pene diverse dal carcere, ma anche prevedere una sentenza di primo grado che sia esecutiva, anche se non definitiva».

GIUSTIZIA GIUSTA. Alla luce di questo quadro, è evidente che «in Italia non solo c’è il problema delle carceri, ma è anche venuta meno la tenuta dello stato di diritto, in quanto il processo non riesce più a garantire un’adeguata risposta di giustizia. Per queste ragioni, se si vuole rimettere in piedi il paese, già afflitto dalla crisi economica, la prima cosa da fare è ripartire dalla Giustizia. Una questione che chiaramente comprende l’emergenza delle carceri e che chiama in causa la responsabilità della politica».

Foto Ansa

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