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«Il Papa non si è tirato indietro davanti ai cannoni. Così conforta noi cristiani del Libano»

settembre 11, 2012 Leone Grotti

Intervista al giornalista libanese Camille Eid sul viaggio apostolico dal 14 al 16 settembre del Papa in Libano: «A volte noi cristiani ci sentiamo emarginati, Benedetto XVI ci dà speranza e coraggio».

«Per noi cristiani d’Oriente è un grande segnale di speranza e coraggio che il Papa abbia confermato la sua visita in Libano. Non si è tirato indietro davanti a qualche colpo di cannone e questo conforta molto il suo “piccolo gregge”». Così Camille Eid, scrittore e giornalista libanese che si trova attualmente nella capitale Beirut, ha spiegato a tempi.it lo spirito con cui il popolo libanese, musulmani e cristiani, si appresta ad accogliere la visita pontificia di Benedetto XVI, che si recherà nel paese mediorientale da venerdì 14 a domenica 16 settembre.

Come il Libano si sta preparando ad accogliere la visita del Papa?
C’è grande attesa per la sua visita. A livello politico, nonostante le tensioni delle ultime settimane, dopo che il Papa ha confermato la sua presenza tutte le parti hanno concordato una tregua: molte tensioni sindacali e politiche legate a fatti interni sono state rinviate a dopo la visita. È come se tutti volessero lasciar passare questi giorni in tranquillità per permettere a tutto il popolo di partecipare a queste giornate.

Tutto il popolo, anche i musulmani?
I leader musulmani si sono espressi favorevolmente alla visita, hanno citato in questi giorni delle parti del discorso di Giovanni Paolo II, quando parlava del Libano come terra di incontro tra religione e culture. È come se volessero sottolineare il ruolo dei cristiani nell’edificazione di un Libano pluralista. Per quanto riguarda la partecipazione popolare c’è un’incognita: ancora non si sa il Papa, una volta atterrato all’aeroporto, sceglierà di muoversi con la papamobile e percorrere i quartieri di Beirut oppure no. Giovanni Paolo II aveva attraversato la periferia sud, che è soprattutto sciita, e poi alcuni quartieri sunniti, fino ad arrivare alla zona abitata dai cristiani. Allora lungo le strade c’era una grande folla. Oggi i giornali scrivono che Hezbollah, partito sciita, ha chiesto a tutte le persone di scendere in massa in strada ad accogliere il Papa, qualora scegliesse la via terrestre per raggiungere il palazzo presidenziale. Io vedo un grande desiderio di partecipazione. In più, nei giorni scorsi un ministro di Hezbollah ha partecipato a un incontro promosso da Oasis e ha parlato molto favorevolmente di questa visita come portatrice di un messaggio di pace per il Libano.

Nessuna traccia di dissenso?
Beh, c’è sempre qualche voce discordante, qualche sceicco salafita che ha criticato il Papa ma non hanno avuto eco nella popolazione.

Che importanza ha questa visita per il Libano?
Che il Papa abbia scelto proprio il Libano è un segno importante per noi cristiani, perché sottolinea l’importante ruolo che i cristiani possono giocare per il Medio Oriente. Non dimentichiamo che il 40 per cento della popolazione circa del Libano è cristiana e rappresenta il pilastro della cristianità orientale. La visita però non è circoscritta al Libano. Quando Benedetto XVI ha deciso di venire qui, voleva che confluissero a Beirut anche i cristiani della Siria, della Giordania e di tutto il Medio Oriente. Poi è scoppiata la guerra civile in Siria e tutto è diventato più difficile ma il Papa parlerà a tutto il Medio Oriente. In questi giorni i giornali in Libano sottolineano come la sua visita offra garanzia e copertura per la protezione dei cristiani nel Libano e in tutta la regione.

Il Libano sarà dunque usato come tribuna per parlare a tutto il Medio Oriente?
Esatto, farà attenzione nei suoi discorsi sicuramente anche alla Siria e alla Primavera araba. Ora, il Papa viene ufficialmente per la firma dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Medio Oriente”. Il Sinodo si è svolto quando ancora la Primavera araba non era scoppiata, ma in quell’esortazione sono già contenute tutte le problematiche che la Primavera araba ha acuito. Quindi questo non è solo il posto giusto ma la visita arriva anche nel momento giusto. Infatti il 14 settembre è la festa dell’esaltazione della Santa Croce, festività molto sentita in Oriente, nelle nostre comunità. Su tutta la montagna libanese si accendono falò con grandi croci illuminate. Il simbolo della croce indica chiaramente poi le tribolazioni di questo tempo a cui sono sottoposti i cristiani ma anche la vittoria di Gesù sulla morte. Tutti noi ci aspettiamo una conferma del ruolo dei cristiani, dell’importanza della loro presenza in Medio Oriente, un invito a rimanere attaccati alla fede e a questa terra.

Il Libano confina con la Siria e il Papa avrebbe potuto rimandare il viaggio vista la situazione pericolosa, così come tanti cristiani sono tentati di scappare dal Medio Oriente. Invece verrà lo stesso, che valore ha questa decisione?
La conferma della sua presenza è una prima vittoria. Il Papa quando organizza i suoi viaggi non fa calcoli politici. Un politico l’avrebbe rimandato, lui invece no perché porterà un messaggio  di speranza. Se avesse rinunciato questa speranza non si sarebbe vista e invece lui viene per dire: ci sono problemi? Io vengo lo stesso per confermarvi nella fede. Mi ricordo che nell’omelia durante la Messa conclusiva del Sinodo, il 24 ottobre del 2010, aveva usato queste parole: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno». Per confortare questo piccolo gregge non doveva tirarsi indietro davanti a qualche colpo di cannone. Non l’ha fatto e così non ha scoraggiato i cristiani ma ha già dato un segnale di coraggio e speranza.

Domenica Benedetto XVI ha affermato di venire in Libano «sotto il segno della pace». Pensando alle situazioni di Israele, Palestina, Iran, Iraq e Siria questa pace è solo un’utopia?
Effettivamente parlare di pace nel nostro contesto sembra una utopia, però mi ricordo che anche Giovanni Paolo II, quando è venuto a firmare l’esortazione post sinodale, che si chiamava “Nuova speranza per il Libano”, tanti dicevano: ma quale speranza c’è se usciamo ora da 15 anni di guerra e i siriani comandano le nostre istituzioni? Invece il Papa è stato profetico perché in pochi anni è cambiata la situazione. Sembra un’utopia quella della pace ma può rivelarsi profetico questo discorso e speriamo che sia così, speriamo che spinga le religioni tutte a difendere la dignità umana. Da qui nascerà la pace. Certo, il Papa non ha la bacchetta magica per trasformare tutto, ma può diffondere nei cuori dei cristiani il desiderio di rimanere attaccati alla loro terra. Se il Libano è rinato, può avverarsi anche la pace nel Medio Oriente. Il Papa porta già un seme di pace, venendo non con spirito di egemonia ma per portare un umile messaggio di pace a tutte le comunità. Qualche segnale di speranza c’è già: oggi è stato presentato il libro che contiene le catechesi di Benedetto XVI sulla preghiera e i musulmani hanno lodato questo libro. Poi vedremo come reagiranno ai suoi discorsi nei prossimi giorni.

È il 24esimo viaggio apostolico di Benedetto XVi, il quarto in Medio Oriente dopo Turchia, Terra Santa e Cipro. La sua attenzione verso questa terra che valore ha?
Ci fa un enorme piacere l’attenzione del Papa perché noi cristiani orientali sentiamo talvolta di essere emarginati. Invece bisogna pensare che da qui potrebbe nascere il dialogo ecumenico tra Ortodossia e Cattolicesimo, e a livello interreligioso tra cristiani e islam. La Chiesa deve poter respirare con i suoi due polmoni, occidentale e orientale.

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