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Il mio amico Eugenio

giugno 23, 2016 Paola Scaglione

François Livi, il professore che ha fatto scoprire Corti alla Sorbona di Parigi, racconta l’incontro con il grande autore. «Mi hanno conquistato il suo sguardo sulla società e il suo sano anticonformismo»

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François Livi è uno che di Letteratura se ne intende. Italianista tra i più autorevoli d’Europa, docente emerito di Lingua e Letteratura italiana alla Sorbona di Parigi, nel 1984 è stato il primo in Francia a scoprire l’opera di Eugenio Corti. E nel gennaio 2016, a soli due anni dalla scomparsa dello scrittore, è stato il primo al mondo a organizzare – per di più nella prestigiosa Università parigina – un convegno internazionale su di lui. Il 7 giugno è stato l’ospite d’onore alla sessione italiana del convegno, promossa dall’Università Cattolica di Milano. Già nel 1984, con felice intuito, il professor Livi aveva previsto che Il Cavallo rosso sarebbe rimasto una «stella fissa» nel firmamento della letteratura.

Su quali basi si fondava quel giudizio?
Non sono profeta né figlio di profeta, ma come non cogliere l’eccezionale caratura di questo romanzo, frutto di un lavoro più che decennale, e lo spessore romanzesco dell’opera? L’ambizione dell’autore è sorretta da un’ineccepibile documentazione e preparazione storiografica. Nulla a che vedere con romanzi “usa e getta”, sfornati in gran fretta secondo norme stabilite o mode effimere, destinati a diventare obsoleti ancor prima di essere sfogliati. In altri termini: un vero romanzo storico, in un paese, l’Italia, che non vanta certo una tradizione fiorente in questo campo; i personaggi sono tutti vivi e convincenti, sia quelli realmente esistiti sia quelli creati dall’autore.

Da quali caratteristiche nasce il grande successo di pubblico del romanzo? Quest’opera entrerà nel canone della letteratura?
Si tratta di un romanzo che abbraccia quarant’anni di vita italiana e che abbina magistralmente storia locale – l’epicentro del romanzo è una cittadina della Brianza – e apertura universale. E poi la riflessione critica sui due totalitarismi che hanno drammaticamente sfigurato il volto dell’Europa nello scorso secolo, il comunismo e il nazismo, condotta senza concessioni o patteggiamenti ideologici. Il senso della storia in un narratore cristiano come Corti differisce dallo storicismo delle ideologie novecentesche, perché il narratore cristiano rispetta come vera cronaca la contingenza degli eventi dei quali riferisce, e allo stesso tempo ne ricerca il significato di vera storia alla luce della propria fede in Dio che governa le vicende degli uomini. Se non dovesse essere accettato nel canone italiano, Il cavallo rosso farà parte del canone dell’intero Occidente. Già fa parte, assieme a Solzenicyn, di una costellazione che è stata definita di «dissidenti dell’interno». Eugenio Corti è un profeta.

Facciamo un passo indietro: come ha conosciuto l’opera di Corti?
Devo questa scoperta al mio vecchio amico Cesare Cavalleri, direttore delle edizioni Ares ed editore di Corti. È stato lui a inviarmi Il cavallo rosso nel 1983, poco dopo la pubblicazione del romanzo. In seguito ho voluto leggere le altre opere dello scrittore e ho cominciato con I più non ritornano, diario della ritirata di Russia uscito nel 1947.

Qual è stato il suo giudizio immediato da lettore?
Prima del giudizio, c’è stata un’impressione di sgomento di fronte alla mole del Cavallo rosso. Dove trovare il tempo di leggerlo con calma, mentre potevo già dedicare poco tempo ai libri che dovevo leggere per obbligo professionale? Il Cavallo rosso ha rischiato di finire nella catasta di libri “da leggere”. Da leggere non si sa quando, probabilmente nella vita eterna… Per fortuna la curiosità e l’autorevole avallo di Cesare Cavalleri mi hanno fatto aprire il libro, che mi ha conquistato fin dalle prime pagine. E ho continuato a leggerlo, giorno per giorno, fino all’ultima pagina. Ho avuto la certezza di trovarmi di fronte a un’opera dal respiro originale e inusitato, non soltanto per la vastità degli argomenti affrontati – la guerra sul fronte russo e sugli altri fronti della Seconda Guerra mondiale, i grandi totalitarismi del Novecento, l’evoluzione della società italiana dal Dopoguerra agli anni Settanta –, ma innanzitutto per la prospettiva del narratore e per l’arte del romanziere. Per l’umanesimo cristiano che penetra ogni pagina.

La maggior parte dei lettori testimonia che l’opera di Corti entra realmente nella vita: le è possibile, di fronte a un autore simile, separare l’approccio dell’esperto di letteratura da quello del lettore comune?
Faccio parte anche io della maggior parte dei lettori. Il più forte tasso di coinvolgimento personale l’ho provato alla lettura del Cavallo rosso, I più non ritornano e Gli ultimi soldati del re (1994). In quest’ultima opera, un romanzo autobiografico, l’autore racconta le sue vicende dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943: Corti ha attraversato il fronte per raggiungere nel Sud i pochi reparti regolari dell’esercito che si stavano riorganizzando, e per combattere assieme agli Alleati per la liberazione dell’Italia. È un coinvolgimento che, in molti casi, ha determinato cambiamenti e decisioni di ordine esistenziale. Non so distinguere tra approccio professionale e approccio del lettore comune, che non ha preoccupazioni formali o metodologiche. Per me ogni libro è una scoperta. Se è deludente, cosa che avviene non di rado, interrompo la lettura. Se esistono affinità elettive – è il caso dei libri di Corti – provo anche il desiderio di studiare più a fondo il testo, avvalendomi degli “strumenti professionali”, che non cancellano affatto il coinvolgimento: casomai gli danno basi più solide.

Perché la scrittura di Corti continua ad attrarre tante persone e, soprattutto, continua ad affascinare i giovani?
Per la coerenza dello sguardo sugli uomini e sulla società, per la ricerca della verità sull’uomo, per il profondo e salutare anticonformismo nei confronti del politically correct, di ideologie prefabbricate, del prêt-à-penser. Per l’indipendenza rispetto agli imperativi di mercato.

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Che cosa, nelle opere di Corti, convince il pubblico francese?
Innanzitutto, nel Cavallo rosso, l’affresco di una società italiana in gran parte ignorata in Francia, così come lo era la partecipazione dell’Italia fascista alla campagna di Russia di Hitler e dell’Italia monarchica alla liberazione della penisola. Nei racconti per immagini – La terra dell’Indio (1998), L’isola del Paradiso (2000), Catone l’antico (2005) – la novità della tecnica narrativa e la riflessione sulle grandi figure della storia antica o sulle pieghe riposte di eventi emblematici della storia moderna. E poi le qualità, percettibili anche in traduzione, del narratore di vaglia. Penso all’analisi finissima che Jacques Robichez, già ordinario di Letteratura francese moderna e contemporanea, aveva fatto dell’esordio del Cavallo rosso. Ma soprattutto, attrae la coerenza e la naturalezza con cui le opere di Eugenio Corti si radicano, senza essere confessionali, in una concezione cristiana dell’uomo.

Spesso su Corti si ripete il ritornello della disattenzione della critica ufficiale per motivi ideologici: è davvero accaduto questo? Le opere destinate a restare ottengono da subito l’approvazione della critica?
Come sa meglio di me, non c’è necessariamente corrispondenza tra attenzione della critica ufficiale e valore di un’opera. Il favore della critica ufficiale può determinare, per un periodo più o meno lungo, il successo di un’opera, ma ovviamente non può crearne il valore. E il silenzio, o il rifiuto, non è come un decreto di condanna. Pensiamo, tra i tanti esempi che si potrebbero addurre, al manoscritto del primo volume di À la recherche du temps perdu, rifiutato da vari editori. Che nei confronti di Corti ci sia stata una disattenzione per motivi ideologici mi sembra probabile – del resto è un isolato, non ha mai fatto parte di movimenti o conventicole letterarie – ma a parer mio il giudizio del pubblico conta, alla lunga, più di quello dei faiseurs d’opinion.

Quali elementi narrativi spiccano per il loro valore nel romanzo maggiore di Eugenio Corti?
Se penso al Cavallo rosso, sottolineerei la mutevolezza dei punti di vista narrativi, sapientemente orchestrati dalla voce narrante, cioè dall’autore, l’estrema efficacia delle descrizioni della natura, e non solo delle battaglie, la credibilità dei personaggi, la sapiente architettura del romanzo, scandito da tre parti che mutuano il loro titolo dall’Apocalisse di Giovanni. È quanto ho cercato di indicare nella postfazione che accompagna l’edizione francese del romanzo. I giudizi di valore cambiano ovviamente secondo i lettori. Vladimir Dimitrijevic, l’editore francese di Corti e suo grande amico, preferiva, contro il parere di tanti altri, la terza parte.

Una volta ha giustamente affermato che nella produzione di un autore non ci sono soltanto le vette eccelse, ma anche il resto: per lei che cosa è rilevante nel resto dell’opera di Corti?
Riprendevo in realtà un’osservazione di Vladimir Dimitrijevic: dei grandi autori si devono conoscere tutte le opere, affermava, e non soltanto i capolavori. Tutte – siano esse pianure, colline o montagne – contribuiscono a creare il paesaggio specifico dell’autore. Per questo aveva predisposto la traduzione francese di tutte le opere di Corti. Personalmente ammiro in modo particolare le descrizioni della natura: la steppa coperta di neve in I più non ritornano, le montagne dell’Appennino e i tratturi, ovvero i sentieri percorsi dai pastori con le loro greggi, ne Gli ultimi soldati del re, come anche le straordinarie descrizioni delle battaglie in Catone l’antico.

Anche lei ha compiuto il percorso di molti lettori di Corti: dall’incontro con i suoi libri a quello con lui. Quando lo ha conosciuto? Di che cosa avete parlato? Che cosa l’ha colpita della sua persona?
Ho incontrato per la prima volta Eugenio a Parigi, quando è venuto, accompagnato dalla moglie, per una presentazione di Le cheval rouge, la cui prima edizione era uscita nel 1996. Gli incontri si svolgevano spesso nei locali che la casa editrice, L’Âge d’Homme, aveva allora in rue Férou, a qualche metro da Saint-Sulpice, nel cuore di Parigi. Sono stato fin dalla prima volta colpito dalla signorilità di Eugenio. Una personalità aliena da ogni tipo di compromissione, cordiale ma senza eccessi, che poteva incutere soggezione. Aveva un’alta concezione del suo dovere e della sua responsabilità di scrittore. Era consapevole che la sua missione consisteva nel lottare come diceva, «per il regno», cioè per il Signore, indipendentemente dai risultati. Abbiamo ovviamente parlato di questo “combattimento” e non soltanto dei suoi libri, dei progetti in corso.

Ricorda altri incontri, dopo quella iniziale conoscenza?
Ho incontrato numerose volte Eugenio Corti nel corso degli anni seguenti, sempre a Parigi salvo l’ultimo incontro, svoltosi a casa sua, a Besana, nel marzo del 2010. Le occasioni erano quasi sempre la pubblicazione di suoi libri in francese, ad esempio La plupart ne reviendront pas, che io avevo tradotto e prefato, oppure Caton l’ancien, eccellentemente tradotto da Gérad Genot, oppure il tuo libro di conversazioni, Parole d’un romancier chrétien. Varie volte ho partecipato assieme a Eugenio e a Vladimir Dimitrijevic a trasmissioni radiofoniche, animate da Lydwine Helly, grande conoscitrice ed estimatrice dell’opera di Eugenio Corti. In questo caso fungevo spesso da traduttore: Eugenio conosceva bene il francese, ma gli ascoltatori preferivano che si esprimesse nella sua lingua materna. Ma ricordo soprattutto l’emozione e il fervore, veramente inabituali, con i quali tante persone – qualche volta famiglie intere – andavano a farsi dedicare copie delle sue opere e conversavano con lui.

La vostra amicizia è stata ben più profonda del rapporto tra un professionista della critica letteraria e uno scrittore: che cosa le resta del rapporto con lui?
Il ricordo, o meglio la presenza di un grande amico, di un grande scrittore con il quale ho condiviso molti progetti, non solo letterari. E la certezza di proseguire un giorno le nostre conversazioni nell’aldilà. La nostra fraterna amicizia non può venir mai meno.

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