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Gli affamati d’Italia chiedono, i Banchi di solidarietà rispondono

maggio 6, 2012 Laura d’Incalci

I volontari dei Banchi di solidarietà si fanno in quattro per “incontrare” i bisogni di tutti. Una carità concreta che dilaga.

Pubblichiamo l’articolo uscito sul numero 18/2012 di Tempi.

I morsi della fame e il frigo vuoto. Può capitare. La crisi che colpisce il ceto medio arriva improvvisa: «Nel giro di pochi mesi una famiglia “normale”, che stava bene, si è ridotta ad avere bisogno di tutto», racconta Graziella Buglia, coordinatrice del Banco di solidarietà alimentare di Varese, dove quotidianamente si immagazzinano alimenti da destinare a persone in difficoltà, a gente che non riesce più a sbarcare il lunario. «Filippo, uno dei bambini, non andava più al calcio e i compagni si erano chiesti come mai. Si sono accorti che c’era qualcosa che non andava», prosegue Graziella tornando alla vicenda, a un dramma che rischiava di passare inosservato, serrato fra le pieghe di una normalissima routine. Due genitori, due figli da seguire nei compiti e da portare in palestra, a violino e alla festa di compleanno degli amici, due stipendi, un mutuo… «Hanno perso entrambi il lavoro, quasi contemporaneamente», spiega.

Il resto non c’è bisogno di raccontarlo. O meglio, la stessa storia riprende da un altro bandolo, dal coinvolgimento di alcuni genitori che accorgendosi del disagio hanno cominciato a fare la spesa per quella famiglia e a segnalare un indirizzo dove l’insegna “Non solo pane” (denominazione del Banco di Varese) annuncia una promessa sperimentabile. «Sempre più spesso chi approda al nostro magazzino non chiede soltanto cibo, ma un aiuto a ritrovare un lavoro», ammette la coordinatrice del Banco, uno dei tanti presenti in varie città e regioni con lo stesso timbro, creati sull’onda di un desiderio stringente, quello di recuperare risorse alimentari per rispondere a un’esigenza elementare e concreta, quotidiana. Un pacco di prodotti – pasta, pelati, tonno, zucchero, latte, eccetera – consegnato ogni quindici giorni o una volta al mese, aiuta un numero esorbitante di famiglie a fronteggiare un’emergenza improvvisa o un disagio che si trascina da anni.

A Varese sono 670 le famiglie assistite, per un totale di 2.800 persone: oltre 130 volontari sostengono l’opera che ruota attorno a derrate di prodotti da controllare, smistare, catalogare per tipologia. Fino alla preparazione dei pacchi confezionati secondo le esigenze della famiglia più o meno numerosa, con o senza bambini o anziani, cui sono destinati. Un lavoro intenso, meticoloso, con dati informatici continuamente aggiornati, resta saldamente ancorato alla molla iniziale, alla logica che lo promuove: nella catena di gesti l’intento affiora già negli sguardi, nell’attenzione all’altro, nell’ascolto di semplici parole d’ordine o di richieste del tutto fuori programma. «A gennaio mi hanno lasciato a casa dal lavoro, sono disposto a fare qualsiasi cosa, il posteggiatore, il facchino, ho lavorato nei cimiteri e in un supermercato. Ho 55 anni, ma ho sempre fatto sport, sono in grado di fare anche lavori pesanti. Posso lasciarvi il mio nome?». Antonio ha un’aria battagliera, non si può lasciarlo andare senza segnare i suoi dati: «Ma come vivi? Hai famiglia o sei solo?». È la domanda che aspettava, voleva incontrare qualcuno, voleva raccontare. «Oggi molti bussano in cerca di lavoro, portano qui le loro ansie, le paure del domani. Noi non riusciamo certo a risolvere questo problema, ma ascoltiamo la fatica di chi arriva, facciamo girare qualche curriculum, cerchiamo le agenzie dove indirizzarli», conferma Marco Mazzone, presidente del Banco di solidarietà di Como. Qui da qualche tempo, quando i volontari si danno appuntamento per ritirare i pacchi da consegnare alle famiglie – circa 100 volontari assistono 250 nuclei, complessivamente 800 persone circa –, si forma una coda: qualcuno chiede cibo, qualcun’altro lascia il curriculum proprio o di un figlio. «La situazione è critica, le richieste di aiuto aumentano e anche i nostri magazzini richiedono un surplus di prodotti. La raccolta di Donacibo nelle scuole, realizzata lo scorso mese, è una vera manna».

Da una città all’altra la stessa dinamica, un crescendo di preoccupazioni e bisogni, è accompagnata da un incremento di risorse, coinvolgimento di volontari, collette straordinarie, iniziative che lanciano ponti fra la domanda e l’offerta, fra il bisogno e la risposta. «Senza mai comprare niente, offriamo 30 pasti ogni giorno, 10 mila in un anno», racconta don Angelo Zucchi, presidente del Banco Altrocanto di Grugliasco, in provincia di Torino, dove la crisi si misura inevitabilmente con i cassintegrati dell’indotto Fiat, ma verifica anche un diffuso malessere legato alla fragilità dei rapporti familiari. «Aumentano gli uomini, fra i 40 e 50 anni, che dopo la separazione si lasciano andare, non riescono più a gestire la loro vita, restano senza casa e senza mezzi. Ci sono poi gli anziani soli che con la loro pensione non arrivano a fine mese», aggiunge don Zucchi che di fronte a un bisogno materiale e quotidiano scorge il valore di un’amicizia non meno vitale del cibo.

Un’esperienza comune
«Un pasto caldo in un posto caldo» è lo slogan inventato per sottolineare la stessa convinzione, per descrivere un circuito ininterrotto che amplifica il “calore” di gesti, di incontri, di soluzioni. E se la povertà sembra spesso collegata a solitudine e senso di emarginazione, la mobilitazione attorno a derrate da ritirare, smistare e distribuire, suggerisce a tanti un primo passo per uscire dall’isolamento, da un sentimento di impotenza: «Ricevo il pacco da qualche mese», racconta Anna, caduta in depressione dopo l’abbandono del compagno, con pochi mezzi e un bambino da mantenere. «Quando posso vengo al magazzino del Banco di Como a dare una mano ai volontari, con questi amici so che ce la posso fare, non sono più sola, non mi sento inutile».

Uno stesso filo attraversa l’esperienza dei Banchi di solidarietà di decine di città e aree metropolitane dove l’acuirsi di disagi prodotti dalla crisi sembra direttamente proporzionale al lievitare del coinvolgimento: la raccolta di Donacibo nelle scuole, ad esempio, pare sia stata più “pesante” (in termini di quintali donati) nelle realtà meno agiate dove il bisogno è avvertito con più immediatezza e crea più facilmente un senso di coinvolgimento e di condivisione. «È sorprendente la valenza educativa del progetto», spiega don Zucchi. Stiamo parlando di oltre 260 scuole dei territori di Torino, Cuneo e Asti e una raccolta che in Piemonte raggiunge complessivamente 70 mila chilogrammi di alimenti.

Ma il risultato eclatante si registra nella reazione dei bambini che apprendono immediatamente la “lezione” sul senso del dono e della responsabilità verso gli altri: Andrea, un bimbo down di seconda elementare, ha disegnato la formichina Neretta, protagonista triste e povera di una fiaba, dicendosi contento di averla aiutata e aggiungendo, con un pennarello colorato, uno spot antispreco difficilmente assimilato dai piccoli: «Io mangio sempre tutto!». Sempre sul fronte educativo, è significativo il progetto per gli studenti sospesi dalla scuola che possono “scontare la pena” impegnandosi nell’attività solidale promossa dai Banchi: Antonella, 16 anni, sospesa per 15 giorni, ha affiancato per due settimane i volontari di Altrocanto e una volta terminata la punizione ha continuato a impegnarsi liberamente come volontaria. Anche a Varese la sospensione alternativa presso “Non solo Pane” in un ragazzo ha suscitato lo stesso esito: «Posso tornare ancora?», ha chiesto sprizzando gratitudine per l’esperienza vissuta. L’entusiasmo nel partecipare alla catena di gratuità che l’effetto crisi ha sembrato rinsaldare si diffonde per contagio nei Banchi di solidarietà sparsi per l’Italia. E ovunque cresce la rete di contatti e si inventano nuove strategie di raccolta: sfidati dall’emergenza, ma ancor più dalla legge della gratuità, sono oggi interi quartieri, caseggiati, scuole, gruppi di amici, di famiglie. Che di tanto in tanto, con regolarità, fanno la spesa per chi non può farla.

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