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Giannino: I nemici dello Stato leggero non molleranno presto l’osso Formigoni

aprile 24, 2012 Oscar Giannino

Restare solo chiusi in difesa non evita quasi mai il peggio. Per Formigoni è peggio che per gli altri politici.

Francamente, non sono stupito neanche un po’ della durezza degli attacchi riservati a Roberto Formigoni. Mi sarei anzi molto meravigliato del contrario. Sarebbe stata una singolare eccezione a una prassi che è diventata regola, nel trattamento mediatico delle vicende giudiziarie quando investono la politica. Di conseguenza, prevedo che la presa non verrà affatto mollata. Diventerà un tormentone, come lo furono per mesi le dieci domande di Repubblica a Berlusconi. E il presidente della Regione Lombardia deve saperlo e aspettarselo. È inutile immaginare che la tensione scenda.

Fatemi aggiungere una premessa, visto che siamo su Tempi. Le accuse giudiziarie mosse in diverse inchieste ai dieci consiglieri regionali sotto indagine sono gravi. La verità giudiziaria la sapremo ovviamente molto più avanti. Ma le accuse e gli argomenti delle procure descrivono una realtà in cui affari e interessi impropri hanno troppo spazio nelle attitudini personali di chi amministra la Regione più avanzata d’Italia. Tuttavia Formigoni non era stato toccato da quelle pur serie vicende con gravità personale comparabile alle accuse odierne, relative a viaggi, vacanze e cene collegate a Daccò. Non vale neanche la pena sottolineare che vacanze e cene sarebbero comunque assai poco rilevanti, rispetto a decine e decine di milioni di fondi neri all’estero, lucrati secondo le accuse per aver svolto attività improprie di mediazione nella sanità lombarda.

Tutto questo è evidente a chi si occupa delle indagini con lo scrupolo di dare importanza prioritaria alle accuse e all’eventuale giro di soldi, essenziali per l’accertamento di buchi neri nelle regole di trasparenza e nei criteri di imparzialità che devono presiedere alle funzioni pubbliche amministrando miliardi, visto che miliardi vale la sanità lombarda. Ma è altrettanto ovvio che le regole del character assassination mediatico-giudiziario prevedano invece il massimo rilievo a ciò che penalmente magari di per sé non ne ha alcuno, ma colpisce invece i tratti individuali e personali del leader alla cui testa si mira. Formigoni, in questo caso. E poiché Formigoni è di Comunione e Liberazione, ecco che aragoste e capodanni ai Caraibi diventano misura e prova della sua distanza rispetto ai valori coerenti di fede e azione pubblica che egli ha sempre professato di seguire.

A riprova di questo, basta osservare sui media la differente attenzione riservata alle inchieste sulla sanità pugliese e all’intreccio di ipotizzati coinvolgimenti affaristici – lì i favori su cui si indaga si estendono a commerci sessuali – di leader locali e nazionali del Pd e di Sel. Constatarlo, tuttavia, serve a poco. Formigoni deve metterlo in conto, e a questa concreta dinamica del trattamento mediatico-giudiziario riservatagli dovrà commisurare le sue reazioni e la sua strategia. Che, di conseguenza, per essere efficace non può limitarsi a ripetere che penalmente nulla rileva a suo carico.

In altre parole, bisogna distinguere. Ci sono almeno tre aspetti diversi, ormai, in gioco nella partita mediatico-giudiziaria lombarda. Il primo è l’obiettivo di minare il centrodestra in quanto tale, alla guida della maggiore e più ricca regione del Nord. Il secondo riguarda il modello amministrativo lombardo. Il terzo, riguarda Formigoni come politico, oggi e un domani.

Sul primo aspetto, Formigoni credo abbia già capito di non potersi aspettare dal resto del centrodestra sostegni e solidarietà, se non di circostanza. La sua leadership alla testa della Lombardia è sempre stata un caso a sé rispetto alla storia berlusconiana di Forza Italia e Pdl, e rispetto alle intese e rotture con la Lega. Quest’ultima ha da anni atteso senza ipocrisie che finisse per una ragione o per l’altra l’era formigoniana, per candidarsi infine alla guida regionale come è avvenuto in Piemonte e Veneto. Se alle regionali del 2005 Formigoni avesse davvero incardinato a tutela del proprio governo una propria lista, oggi sarebbe il più forte leader di centrodestra con un consenso personale in tutto il Nord. Ma il governatore scelse di evitare tensioni col partito di Silvio. Sono tra quelli che avrebbero preferito il contrario.

Il secondo aspetto ha un’importanza ancora maggiore. Per le sinistre, il modello amministrativo lombardo è quanto di più indigeribile. Perché è l’esperienza più avanzata in Italia – e più riconosciuta e premiata per la sua eccellenza all’estero, da osservatori indipendenti – di sussidiarietà altero-statalista. Il peso della sanità privata certificata nell’offerta totale pubblica lombarda suona intollerabile per tutti coloro che pensano che sanità, scuola, università, formazione, trasporti e via proseguendo nell’intera lista di servizi offerti ai cittadini, tutto ciò debba essere “pubblico” in quanto “gestito da dipendenti pubblici”, non semplicemente pubblicamente invigilato secondo standard che i privati devono rispettare per aggiudicarsi la gestione del servizio, in termini magari economicamente più efficienti di quelli garantiti dall’offerta concorrente condotta da pubblici dipendenti. Smontare questo modello accusandolo di favori ai privati dietro corruzione e tangenti, per gli statalisti di sinistra, di centro e di destra del nostro paese, è un’occasione ghiotta, quasi epocale. Serve a impedire che il disastro pubblico nazionale – che è dello Stato, dei partiti e degli interessi che vi restano tenacemente abbarbicati – possa mai sfociare in una soluzione su vasta scala del tutto analoga e addirittura ancor più avanzata di quella realizzata in Lombardia, la quale comunque è sempre stata frenata dal vincolo centrale, ostile al federalismo differenziato previsto dall’articolo 116 della Costituzione. Tutti coloro che si battono per questo modello – sussidiario e antistatalista nei princìpi, ma nella realtà coerente e anzi imposto dalla crisi dell’altissima spesa pubblica e pressione fiscale italiane – dovrebbero battersi a difesa dell’esperienza lombarda. Il che non significa affatto dire che tutto è stato fatto per il meglio, né che è garantito che non vi siano stati manigoldi, ma che lo Stato da solo è mille volte peggio di chi sa far meglio: come si vede nel più del paese.

Quanto al terzo aspetto, esito a scrivere che cosa Formigoni possa o debba fare. Per come lo seguo da anni, sono certo che, a differenza di Berlusconi o di altri, non gli sfugge affatto l’effetto sprigionantesi da quanto sta avvenendo. In molti, dovunque, godono del fatto che s’indebolisca la sua possibilità di esercitare un ruolo influente nel futuro di un centrodestra senza Silvio. L’unica cosa che mi sembra certa è quel che discende dall’esperienza. Restare solo chiusi in difesa non evita quasi mai il peggio. Gli avversari non si placano finché pensano che la preda sia in trappola. Per Formigoni è peggio che per gli altri politici. Nel suo caso, i linguaggi che deciderà di usare devono non solo essere, ma innanzitutto apparire coerenti a fatti concreti a propria volta coerenti agli ideali e alla fede che professa. Formigoni lo sa mille volte meglio di me che i media e la sinistra non chiedono mai nulla di simile ai cattolici impegnati altrove, si tratti del Pd o del centro. Ma è proprio questo paradosso che bisogna trasformare da debolezza in forza.

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