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Giacomo a Scola: «Abbia a cuore sant’Ambrogio, ma anche Pirandello e Milito»

ottobre 25, 2011 Redazione

Pubblichiamo l’intervento dell’attore comico Giacomo Poretti all’incontro con il mondo della cultura e il nuovo arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola (Milano, Museo Dicoesano di Porta Ticinese, 29 settembre 2011)

“DISCORSO AL SINDACO DELLE ANIME. A MILANO SI TROVA LA FEDE”
di Giacomo Poretti

Eminenza,
nel rivolgerle il mio più caloroso saluto le devo anche porgere le mie scuse perché il mio non sarà un racconto fedele né tanto meno realistico sulla città, quanto piuttosto la confessione di un innamorato, spero quindi che Lei vorrà perdonare i sentimentalismi e gli eccessi di fantasia, ma forse l’amore e la fantasia, anziché aggiungere e deformare la realtà, la denudano nella sua semplice bellezza.

Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti.
Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece… ci ho messo un po’ di più. La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 cm, ero in compagnia del mio papà, che benché ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno il nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: «Va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?». «Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!». Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma: «Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!».

Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l’Inter a San Siro. All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no. C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva… siamo stati in Duomo perché il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina… La mamma commossa aggiungeva: «Vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!». Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, ed anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina.

Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare, almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene. All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? quel corpicino che non si decideva a crescere? Io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1 metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande… Finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era il gioco più bello del mondo.

Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano.
Milano è molto diversa da quella degli anni Sessanta ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hour che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: due per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana.

A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollatissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il Pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o 12 elementi. Questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente. Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in Via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano. Si rassicuri Eminenza: c’è più gente in coda per il pane che non per il pret-a-porter, anche se a Milano, si tappi le orecchie, si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia.

A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del pleistocene. A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine, mi creda, se siamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della Basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il couscous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto: «Sarà minga un terun?». Dopo una settimana di broncio gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: «Sarà mica un extra comunitario?». C’è sempre qualcuno più a sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate. Vero Eminenza?

A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la caseula, ma lei lo sa, Eminenza, che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore sant’Ambrogio, san Carlo, ma anche Shakespeare, Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi: uscire dall’oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!

E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta, non ci scriva sopra proprietà dell’Arcivescovado, sennò gliela fregano subito, una bici normale e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fin davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino a piazza san Fedele, in quella chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a padalare e poi capirà perché Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perché due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano. Pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria san Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heidegger. E capirà che Milano le sarà entrata nel cuore. Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto. E va bene, noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei che, se posso dirlo, è un po’ come il sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina. E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!

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3 Commenti

  1. Enrico scrive:

    Giacomino sei un grande, tu e Milito (anche quando sbaglia certi gol…). L’amicizia con Aldo e Giovanni è un’esempio di umanità per tutti. Che il nostro Supersindaco Angelo ci stia vicino.

  2. Carlo Martinelli scrive:

    Che la Madonnina non perda di vista Angelo, Aldo, Giovanni, Giacomo e tutti i ” milanesi ” devoti e sbadati.
    Anche i milanisti.
    La Madonnina oggi mi ha fatto un miracolo: mi sento buono.

  3. Maria letizia Ribichini scrive:

    Staordinario il solito, misurato Giacomino Poretti. Persone così dovrebbero far sentire più forte la voce della nostra cultura italiana.

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