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Faac, l’eredità da 1,7 miliardi alla diocesi di Bologna fa gola a molti: groviglio di indagini

luglio 11, 2013 Redazione

L’effrazione nello studio dell’avvocato della curia, il tentativo di estorsione nei confronti del cardinale Caffarra, la guerriglia legale dei parenti del defunto patron Manini. A settembre perizie sui testamenti

Un miliardo e 700 milioni di euro. A tanto ammonta il patrimonio lasciato alla diocesi di Bologna dal presidente della Faac, Michelangelo Manini. E a più di un anno dalla morte del presidente dell’azienda produttrice di cancelli, la soluzione della vicenda che vede i parenti di Manini contrapporsi alla curia bolognese e all’arcivescovo Carlo Caffarra sembra un po’ meno lontana. L’esito della perizia grafologica del Ris di Parma sui tre diversi testamenti nei quali Manini lascia tutto il suo patrimonio alla Chiesa saranno pronti ai primi di settembre, rivelano fonti della Procura di Bologna. La perizia è stata disposta a fine giugno dal procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini e dal pm Massimiliano Rossi, titolari di un’inchiesta per falso a carico di ignoti.

L’EREDITÀ. Manini, morto il 17 marzo 2012, non aveva figli o fratelli, dunque nessun erede legittimo. I suoi testamenti risalgono alla fine degli anni Novanta, come l’intenzione di lasciare tutto alla Chiesa, espressa in ben tre atti depositati presso tre diversi notai. Nel patrimonio lasciato alla diocesi guidata dal cardinale Caffarra sono comprese anche le quote di maggioranza dell’azienda, della quale Manini deteneva il 66 per cento. Fin da subito la diocesi ha deciso di mantenere le azioni, rinunciando all’offerta di 1 miliardo e 100 milioni avanzata dalla Somfy, socio di minoranza della Faac. Nei giorni successivi alla lettura del testamento, che ha fatto molto scalpore, alcuni parenti di Manini (zii e cugini) si sono organizzati per contestare il lascito, ottenendo finora il sequestro del patrimonio da parte del tribunale di Bologna e la nomina di un custode giudiziario, Paolo Bastia, in attesa della sentenza sulla veridicità dei testamenti.

TRE INCHIESTE PENALI. Le vicende processuali sull’eredità di Manini sono intricate. Da una parte c’è il processo penale che riguarda l’ipotesi di falso a carico di ignoti, per quanto riguarda i testamenti, dall’altra parte, il processo civile volto a stabilire la legittimità degli stessi. Negli ultimi mesi si sono aggiunte altre due inchieste da parte della procura di Bologna, seguite a un misterioso tentativo di furto e a una violazione di domicilio nello studio dell’avvocato della curia bolognese, e una tentata estorsione ai danni della diocesi e del cardinale Caffarra. Secondo l’accusa, alcuni emissari dei parenti avrebbero minacciato di far proseguire la causa civile all’infinito, allo scopo di danneggiare economicamente l’azienda che conta 12 stabilimenti in Europa e vanta un fatturato che nel 2012 ha quasi raggiunto i 300 milioni di euro. Per questo sarebbe stato incaricato il commercialista romano Massimo Grisolia, che secondo le ricostruzioni avrebbe presentato a Caffarra attraverso un cardinale romano un documento per un accordo nel quale la diocesi avrebbe rinunciato al 20 per cento dell’eredità in favore dei parenti.

I PARENTI. Lo zio di Manini, Carlo Rimondi, e la cugina, Mariangela Manini, guidano la cordata dei parenti che contestano i tre testamenti. La cugina, dopo aver smentito di aver fatto pressioni, ha dichiarato che continua a dubitare della veridicità lascito «che rende la curia assurdamente beneficiaria del nostro patrimonio». Così come dubita della «carità ecclesiale di Michelangelo». Qualche mese fa, Mariangela Manini si è recata in tribunale per chiedere che le salme di Giuseppe e Michelangelo fossero esumate per un esame del dna. Ha dichiarato infatti di essere in realtà non la cugina ma la sorella di Michelangelo: «Mia madre è scomparsa da tempo – sostiene – e prima di morire mi ha confessato di aver avuto rapporti intimi con Giuseppe Manini quando era già sposata con mio padre».

L’AZIENDA. Preoccupato per le sorti dell’azienda è il presidente della Faac nominato dal vescovo, Andrea Moschetti, che aveva paventato il rischio di cadere nei tranelli della concorrenza: «Temiamo – aveva detto all’indomani della nomina del custode giudiziario – che si punti non alla conservazione del patrimonio, ma a soffocare una realtà aziendale dai numeri floridi (fatturato cresciuto del 30 per rispetto al 2011, acquistati stabilimenti in Usa, Brasile e Germania), magari a vantaggio di qualche concorrente nell’ombra».

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1 Commenti

  1. Andrea says:

    e’ il caso di dire “parenti serpenti”. Se il buon Michelangelo Manini ha lascito a secco tutti i parenti ci sara’ un motivo? forse (e sottolineo forse) nessuno gli e’ stato vicino da vero fratello o da amico? Forse l’hanno sempre trattato come un bancomat e non come un essere umano? Ora sono solo interessati alla sua eredita, Perche’? per ingordigia o per portare avanti il suo spirito?

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