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Eritrea. Da un regime totalitario ad uno islamista

ottobre 20, 2017 Redazione

La famiglia di Isaias è tra le decine di migliaia che ogni anno fuggono dal regime eritreo, il quale oltre ad imporre ai propri cittadini di prestare servizio militare a tempo indeterminato, perseguita i cristiani

eritrea-cristiani

Tratto da Acs Da un regime totalitario ad uno islamista. È questa la tragica sorte di migliaia di cristiani eritrei che in fuga dal loro Paese, sono costretti a fermarsi per diversi anni in Sudan.

Una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre ha incontrato alcune famiglie rifugiate nella periferia di Karthoum. Come quella di Isaias, che vive con sua moglie e i suoi figli in una piccola capanna ricoperta di metallo ondulato. «È qui che dormiamo, che cuciniamo, che mangiamo, ed è qui che i nostri figli giocano».

La famiglia di Isaias è tra le decine di migliaia che ogni anno fuggono dal regime eritreo, il quale oltre ad imporre ai propri cittadini di prestare servizio militare a tempo indeterminato, perseguita i cristiani. Il viaggio verso una vita migliore passa per il Sudan dove sono costretti a fermarsi anche anni per guadagnare il denaro necessario a proseguire il loro cammino. Per giungere in Sudan hanno infatti dovuto pagare 1500 dollari e altrettanti ne occorrono per giungere in Europa o in America.

Se tutti i rifugiati affrontano gravi difficoltà, il governo islamista sudanese si accanisce in particolar modo contro i cristiani. «Sono completamente alla mercé della polizia – racconta ad ACS un volontario che lavora in un campo profughi – Gli agenti arrivano fino ad arrestarli per poi chiedere un riscatto alle famiglie. I cristiani affrontano prove durissime sorretti soltanto dalla loro fede e non possono neanche scappare, perché se tornassero in Eritrea sarebbero incarcerati o uccisi».

ACS sostiene le famiglie di cristiani eritrei rifugiati a Karthoum, con un’attenzione particolare ai più piccoli. La Fondazione permette infatti a 1200 bambini di studiare e di strutturare la propria fede. «Così non rischieranno di perdere le proprie radici cristiane in un Paese quasi completamente islamico come il Sudan – spiega Christine du Coudray-Wiehe, responsabile dei progetti ACS in Sudan – e al tempo stesso avranno la possibilità di costruirsi un futuro».

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