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Egitto, Stato civile o teocratico? «La Costituzione è piena di articoli che sono vere e proprie bombe a orologeria»

novembre 27, 2013 Leone Grotti

Intervista al docente egiziano Tewfik Aclimandos sulla nuova Costituzione, che sarà votata con referendum a gennaio ed è al centro dello scontro tra cristiani e estremisti islamici salafiti

«Credo che avremo una Costituzione con diciture contrastanti, piena di articoli ottimi e altri che sono vere e proprie bombe a orologeria». Non è ottimista sul risultato dell’Assemblea costituente egiziana Tewfik Aclimandos, ricercatore egiziano al Cairo dal 1984 al 2009 e oggi associato alla cattedra di Storia contemporanea del mondo arabo al Collège de France. La commissione di 50 membri che a dicembre finirà di emendare la Costituzione islamista, approvata nel 2012 a colpi di maggioranza dai Fratelli Musulmani, si è divisa più volte e sia gli estremisti islamici salafiti sia le Chiese che partecipano hanno minacciato di lasciare i lavori.

Professore, la bozza del preambolo recita che «la Costituzione è per uno Stato egiziano civile, democratico e moderno». Ma i salafiti sono riusciti a eliminare il termine “civile” perché rifletterebbe «valori occidentali» e il rappresentante della Chiesa ortodossa ha minacciato di andarsene. Cosa sta succedendo?
Il nuovo regime crede di avere assoluto bisogno dei salafiti, per questo è incline a fare delle concessioni. Il risultato più probabile è che avremo una Costituzione con diciture contrastanti. Il problema è che tutte le forze politiche non hanno chiaro quale sia il ruolo della Carta. Tutti vogliono proteggere le proprie politiche e scelte e vietare quelle degli altri.

Nella bozza della nuova Costituzione è stata inserita all’ultimo momento una dicitura che fa riferimenti dettagliati alla sharia. Come si può risolvere lo scontro tra cristiani e musulmani a questo livello?
Il problema è di per sé intrattabile. Ma tutte le forze politiche dovrebbero vedere che il “trend principale” nella società egiziana non ama il termine “civile”, ma apprezza il suo contenuto e le sue implicazioni. In altre parole, la gente vorrebbe avere tutto quello che questo concetto implica ma senza usarlo. Gli egiziani hanno un problema con il secolarismo ma anche con la teocrazia.

Il processo al presidente deposto dall’esercito Mohamed Morsi è cominciato e subito è stato rinviato. Il procedimento è legittimo o è si tratta di una vendetta delle Forze armate?
Il processo a Morsi è legittimo ma tutto dipenderà da come si svolgerà. Il regime di Morsi ha commesso molti crimini gravi e in ogni democrazia lui sarebbe stato giudicato e punito in modo severo. Detto questo, la stessa cosa si può dire di altri regimi egiziani. L’esercito però non ha certo bisogno di vendicarsi, sarebbe stupido. I Fratelli Musulmani hanno agito in modo criminale ma abbiamo di che preoccuparci: Morsi ha cercato di distruggere il sistema giudiziario, per cui non possiamo affermare che i giudici saranno neutrali. Stanno giudicando il loro peggior nemico.

Continuano senza sosta le proteste dei Fratelli Musulmani contro l’attuale governo e l’esercito. Non ci sono segnali di riappacificazione?
No, il conflitto tra Fratellanza e il resto dell’Egitto non si sta sanando. È stato versato troppo sangue. Io penso che la Fratellanza stia guadagnando terreno, perché va nelle aree più povere a ripetere questo ritornello: “La nostra azione vi è stata spiegata male dai media che sono nelle mani dei magnati e della classe media che temono di perdere i loro privilegi. Abbiamo sbagliato alcune cose, ma era necessario per migliorare la vostra condizione”. Tutto ciò è assolutamente falso ma sembra funzionare e il nuovo regime non è capace di comunicare. È un assoluto disastro da questo punto di vista. Nonostante sia ancora in una posizione di vantaggio, sta giocando molto male le sue carte.

Il capo delle Forze armate, Al Sisi, sembra volersi presentare alle prossime elezioni presidenziali. Se vincesse, tre anni dopo l’inizio della cosiddetta Primavera araba, l’Egitto si ritroverebbe con un altro generale al potere. Non è un passo indietro?
La situazione è troppo esplosiva, oggi Al Sisi vincerebbe facilmente. Ma le cose cambiano molto in fretta in questo paese e lui ha bisogno di prendere le distanze dall’attuale formazione di governo. L’elezione di un generale però non è per forza un passo indietro per la rivoluzione: noi non giudichiamo le persone, ma quello che fanno per il paese. I generali sembrano aver capito che c’è un nuovo Egitto e che il vecchio modo di fare non funziona più. Il problema principale è che i generali tendono a pensare che per legittimare il nuovo Stato bastino libere elezioni e politiche sociali. Si sbagliano: gli egiziani vogliono uno Stato forte ma molto diverso da quello attuale.

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