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Educazione. I dubbi di 30 accademici sul “learning style”, che impazza in Inghilterra

marzo 13, 2017 Francesca Parodi

Il metodo prevede una divisione degli studenti in categorie di apprendimento. Lettera dubbiosa al Guardian: «Non ci sono prove sull’efficacia dell’approccio»

scuola

Mentre in Italia continua il dibattito su come la scuola, il reclutamento di docenti e l’uso della tecnologia nell’insegnamento dovrebbero essere gestiti e organizzati, all’estero fanno discutere i nuovi metodi educativi che stanno progressivamente prendendo piede. Le lezioni frontali in cui il docente in cattedra parla e gli alunni, schierati nei banchi, assorbono passivamente le informazioni sono ormai considerate “datate” e poco efficaci (se non addirittura dannose, in quanto soffocano sul nascere qualsiasi interesse da parte degli studenti). Fioriscono così nuovi approcci didattici mirati a un maggior coinvolgimento dei ragazzi e a un apprendimento più rapido e produttivo.

In Inghilterra, per esempio, sta riscuotendo un discreto successo il metodo denominato “learning style”, diventato popolare negli anni Settanta, ma oggi messo a punto e rilanciato in maniera più strutturata. Sulla sua efficacia però non tutti gli esperti concordano, tanto che un gruppo di accademici ha recentemente inviato una lettera al quotidiano inglese Guardian per esprimere perplessità in merito.
Il metodo “learning style” si basa sostanzialmente sulla constatazione che ogni alunno apprende in maniera differente, dunque è sbagliato utilizzare per tutti lo stesso approccio educativo. Secondo questa teoria, gli studenti possono essere divisi in tre grandi categorie di apprendimento, ciascuna delle quali necessita strumenti didattici diversi: quelli che imparano meglio con il supporto di immagini visive come foto, mappe o grafici (“visual learners”)”; quelli che memorizzano più facilmente attraverso l’ascolto e il dialogo (“auditory learners”); quelli che hanno bisogno di trasporre nella pratica nozioni teoriche (con un’esplorazione attiva del mondo, esperimenti scientifici, progetti, rappresentazioni teatrali, eccetera). L’individuazione di ciascuno studente all’interno di una di queste categorie, sostengono alcuni esperti, consente di raggiungere un incremento dei rendimenti scolastici.

Questo metodo però ha sollevato la perplessità di trenta accademici provenienti dal mondo della neuroscienza, dell’educazione e della psicologia, che nella lettera pubblicata sul Guardian hanno messo in allerta sui rischi del “learning style”: sostengono che non ci sono prove dell’efficacia di questo approccio e che possa rivelarsi uno spreco di risorse. Soprattutto c’è il rischio che questa categorizzazione sia addirittura dannosa, in quanto inchioda gli studenti ad un’unica forma di apprendimento, senza dare loro l’opportunità di sperimentare e trovare da sé un proprio metodo di studio. Viene inoltre veicolata l’idea, si legge nella lettera, che l’incapacità di uno studente di apprendere delle nozioni sia attribuibile semplicemente all’inadeguatezza del materiale didattico.

Nonostante questi dubbi, il “learning style” sembra apprezzato da una buona fetta di scuole. Una ricerca condotta nel 2012 ha evidenziato che l’80 per cento degli insegnanti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi è convinto dei benefici di un approccio didattico individualizzato, mentre un altro studio del 2013 ha registrato che il 76 per cento dei professori inglesi ha adottato questo metodo nello svolgimento delle proprie lezioni. Un’organizzazione chiamata Speakezee, che ha preso parte in questa campagna contro il “learning style”, si è attivata mandando dei neuroscienziati nelle scuole per aggiornare professori e studenti sulle ultime ricerche in campo educativo e mettere così in guardia sui nuovi metodi che non poggiano su solide basi scientifiche. Il timore infatti, riportano gli accademici nella lettera, è che le scuole «sprechino tempo e denaro in iniziative che non aiutano gli studenti».

Infatti «è difficile stabilire i costi che il “learning style” comporta per il sistema educativo: alcune scuole hanno integrato questo metodo nella propria filosofia educativa, mentre altri si avvalgono di consulenti esterni o mandano i propri insegnanti a specifici corsi di formazione». È stato interpellato persino il ministero dell’Educazione inglese, che però ha evitato di esprimere un giudizio ufficiale in merito. Il suo portavoce si è limitato a dire che spetta agli insegnanti decidere se adottare o meno questo metodo.

Foto Ansa

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