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Ecco come ci siamo condannati ad avere pensioni ridicole (ammesso che ne avremo una)

dicembre 6, 2013 Matteo Rigamonti

Coprire il buco della previdenza sociale? Tra esborsi, pasticci contabili dei governi e crescita del Pil allo zero virgola, è una parola. Intervista a Giuliano Cazzola

«Indilazionabile» il risanamento dei conti dell’Inps, l’Istituto nazionale della previdenza sociale, secondo la Corte dei Conti. È questo il verdetto della massima autorità preposta a vigilare sullo stato di salute dei bilanci degli enti, dopo il controllo sulla gestione finanziaria dell’ente previdenziale italiano. Ma secondo Giuliano Cazzola, che dal 1994 al 2007 ha ricoperto diversi incarichi all’interno di enti previdenziali, tra i quali l’Inpdap e la stessa Inps, dove è stato presidente dei sindaci, «è più facile a dirsi che a farsi». E «se l’Italia non torna a crescere», sarà sempre più difficile far tornare in attivo i bilanci della previdenza e del welfare.

Cazzola, è vero che a finanziare le pensioni, ormai, sono i precari?
In un certo senso è così, se si considera che la Gestione separata dell’Inps, quella dove versano i contributi i liberi professionisti per i quali non è prevista alcuna specifica cassa previdenziale, è l’unico fondo che ha un attivo di bilancio massiccio, pari a circa 8 miliardi di euro. Un attivo che contribuisce a coprire, almeno in parte, i buchi di tante altre gestioni che sono in rosso, come, per esempio, quelle dei lavoratori autonomi. Lo squilibrio strutturale delle casse di coltivatori, artigiani e commercianti, infatti, è un problema serio.

Serio quanto?
Certamente non basterà l’incremento dei contributi dal 20 al 24 per cento entro il 2018 deciso dalla riforma Fornero per risolverlo. Le casse dei lavoratori autonomi, che una volta erano una delle due “galline dalle uova d’oro” per l’Inps, insieme a quella delle prestazioni temporanee come la cassa integrazione e la maternità, sono state drasticamente ridimensionate dal prolungarsi della crisi in questi anni. Senza crescita, infatti, è normale che il bacino dei contribuenti si restringa sempre di più.

Qual è lo stato di salute della previdenza pubblica italiana?
Non confondiamo il bilancio dell’Inps con il problema delle pensioni. Sono certamente due temi connessi tra di loro, ma quando parliamo di Inps, parliamo di tutto il welfare italiano, che, come facilmente si può immaginare, soffre per alcune situazioni strutturalmente squilibrate come, per esempio, quella dei contributi da lavoro autonomo, che però è minoritaria rispetto al complesso. Non dimentichiamoci, infatti, che l’80 per cento dei lavoratori italiani sono dipendenti e, come detto, su questo fronte, le spese, come per esempio quella della cassa integrazione, in questi anni sono notevolmente aumentate, intaccando le finanze.

Poi c’è il buco dovuto all’accorpamento dell’ex Inpdap, l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici.
Certamente, e corrisponde quasi interamente ai circa 9 miliardi di euro di “rosso” nel bilancio dell’Inps, ma è sempre meglio ricordare come si è formato. Prima della riforma delle pensioni Dini del 1996, i dipendenti pubblici versavano i contributi direttamente alle amministrazioni statali, che li trattenevano fino a quando non veniva il giorno della pensione e li erogavano poi direttamente agli ex dipendenti. Con l’istituzione dell’Inpdap, invece, anche i dipendenti pubblici hanno iniziato a versare i contributi a una cassa che, però, quando ha cominciato a erogare pensioni non disponeva ancora di risorse proprie. Lo Stato, pertanto, ha dovuto trasferire 14 miliardi di vecchie lire all’Inpdap per pagare le pensioni pregresse, ma la Finanziaria del 2008 del governo Prodi, che voleva fare bella figura con la comunità europea che già allora vigilava sui conti degli Stati, ha stabilito che non si trattava di trasferimenti, bensì di anticipazioni di tesoreria. L’Inpdap, così, si è trovata a passare dalla sera alla mattina dall’essere creditore nei confronti dello Stato a debitore. Miliardi che lo Stato non avrebbe mai chiesto indietro, ma che a bilancio si segnano in rosso e non in nero.

Il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua ha detto che il bilancio è solido. Concorda?
Fossi Mastrapasqua forse sarei stato più prudente… è indispensabile per la stabilità dei conti che l’economia riprenda a crescere. Quando nel 1996 riformammo le pensioni, infatti, lo facemmo prevedendo una crescita annua media dell’1,5 per cento. Ora, però, se si cresce, si cresce dello “zero virgola” e non di più. E anche l’attivo della Gestione separata non va sopravvalutato, semplicemente perché è dovuto al fatto che i contribuenti che hanno contratti atipici lavorano tutti da non più di 17 anni e ciò significa che nessuno di loro ha ancora raggiunto la pensione. Sono lavoratori giovani, insomma, che versano e ancora non riscuotono. Stiamo parlando di un fondo dove, finora, si è solamente versato, ma nessuna prestazione è stata erogata.

Cosa si può fare in attesa della crescita?
Certamente qualche ritocco alla normativa è ancora possibile; sto pensando a qualche piccolo privilegio di cui ancora godono i dipendenti pubblici e che potrebbe essere ritoccato. Per esempio, sarebbe meglio rimodulare il calcolo della pensione di anzianità, per chi l’ha maturata fino al ’92, che ancora può andare in pensione con un assegno mensile calcolato sulla base dell’ultimo stipendio e non su quello degli ultimi dieci anni, come, invece, avviene per tutti gli altri lavoratori. Qualche ulteriore correttivo potrebbe poi essere inserito con riferimento ai fondi speciali che devono essere armonizzati.

La Corte dei Conti ha fatto sapere che il risanamento dei bilanci dell’Inps è «indilazionabile». Il tempo è scaduto?
È più facile a dirsi che a farsi. I miracoli non si possono fare. Anche la riduzione del debito pubblico, del resto, è ormai «indilazionabile», ma non mi sembra che sia ancora cambiato qualcosa. La Corte dei Conti, invece, avrebbe potuto risparmiarsi qualche osservazione come, per esempio, quella sulla governance dell’Inps: non penso che sarebbe cambiato qualcosa se, al posto del presidente, ci fosse stato un consiglio di amministrazione, come chiesto dai magistrati contabili.

Perché insistere sulla previdenza pubblica e non aprire a forme di previdenza privata?
La strada alla previdenza complementare è già aperta, solo che drenando gran parte delle risorse disponibili, circa il 30 per cento delle retribuzioni, verso la previdenza pubblica, non resta che il Tfr a disposizione dei lavoratori. Se poi volessimo passare dall’attuale sistema previdenziale a ripartizione ad uno privato basato sulla capitalizzazione, dove ciascuno matura sulla base di quanto accantona, non ci sarebbe che un problema soltanto: bisogna trovare qualcuno disposto a tirare fuori 250 miliardi per pagare la spesa previdenziale corrente, che corrispondono al 15 per cento del Pil.

Intanto 3,2 milioni di pensionati (il 45 per cento del totale) vivono con 700 euro al mese. Come si fa ad andare avanti?
Purtroppo se gli stipendi restano bassi, e quelli lordi si fermano a 1.500-1.600 euro al mese, non possiamo pensare di andare in pensione con assegni di molto superiori.

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3 Commenti

  1. Luca scrive:

    Di questo signore mi ricordo quando ha affermato che “i poveri a cercarli non si trovano”.
    Riferendosi al fatto che dopo che con Tremonti aveva promesso quei miseri 40 euro mensili con la Social Card ad 1.300.000 persone, in realtà l’hanno assegnata soltanto a 600.000 mila.
    E’ più facile che un camello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei Cieli. Senza la Carità non si va da nessuna parte, caro onorevole Cazzola, onorevoli solo di diaria, vitto e alloggio giornaliero si beccano in aggiunta al resto circa 250 euro al giorno, una vergogna.
    Ha pure abbandonato Berlusconi per passare con Monti, e tassare i poveri cristi, tassare chi risparmia, anzichè gli spreconi.
    In Italia, il paese delle formiche, che tanto bene hanno fatto dal dopoguerra sino agli anni 80, ora risparmiare è diventata una cosa immorale e riprovevole, e quindi è giusto tassare fino a dissanguare tutti coloro che vergognosamente conservano denari o acquistano beni durevoli, guai acquistare case e terreni, marchiati a fuoco come speculatori.
    Mentre coloro che acquistano titoli spazzatura per far ingrassare certi soggetti, vengono beatificati, come martiri.
    E’ tempo che un pò di martirio lo facciano anche coloro che credono di essere i padroni del mondo.

  2. Dado scrive:

    Sono assolutamente convinto che gli italiani sapranno fare ulteriori sacrifici DOPO che la macchina dello stato sarà stata sostanziosamente snellita negli stipendi e organici.
    Nessun politico che non contemplerà nel suo programma elettorale il taglio del 50% secco di dirigenti e degli stipendi di coloro che rimarranno, l’abolizione delle prebende di tutti i politici e dei loro privilegi, avrà il mio voto.

  3. Gabriele Guazzaroni scrive:

    La reputazione del cazzola non la rivalutate cancellando i commenti critici.
    La gente ne pensa molto peggio .

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