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Dolce e Gabbana condannati di nuovo per evasione fiscale. Ricostruzione di un processo assurdo e infinito

maggio 1, 2014 Redazione

Un anno e sei mesi per i due stilisti milanesi. La Corte di Appello conferma il verdetto di primo grado (con un micro sconto di due mesi) nonostante il sostituto procuratore generale avesse chiesto l’assoluzione

Dolce e Gabbana sono stati condannati anche in appello per evasione fiscale. Nonostante un mese fa il sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Santamaria Amato avesse chiesto l’assoluzione dei due stilisti, imputati con altre 4 persone per omessa dichiarazione dei redditi, la Corte di Appello del capoluogo lombardo ha deciso di condannarli a un anno e sei mesi di prigione, confermando la condanna comminata loro dai giudici di primo grado, concedendo uno sconto di pena di appena due mesi per la prescrizione.

L’ACCUSA SMONTATA DAL PG. Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono accusati di avere nascosto al fisco un imponibile di circa 200 milioni di euro (40 milioni di tasse) realizzato attraverso l'”esterovestizione” di una società del gruppo, la lussemburghese Gado, alla quale i due stilisti hanno ceduto il marchio nel 2003 (i fatti contestati risalgono al biennio successivo). Secondo lo stesso sostituto pg di Milano, però, «il fatto non sussiste» e la condanna in primo grado «contrasta col buon senso giuridico», poiché la creazione della Gado in Lussemburgo non solo era «un’operazione lecita», ma era anche il segno che i due stilisti «pensano in grande come si conviene alla squadra di un grande gruppo italiano della moda presente nel mondo (…) in controtendenza col sistema industriale italiano».

«SENTENZA INSPIEGABILE». Il sostituto pg inoltre ha smentito anche nel merito l’accusa secondo la quale Dolce e Gabbana avrebbero ingannato il fisco italiano sulle royalties per la cessione del marchio: «Se è vero che Gado ha pagato solo il 4 per cento di imposte sulle royalties in Lussemburgo, poi è anche vero che i dividendi sono stati tassati in Italia e il prelievo complessivo è arrivato quindi al 32 per cento e non è vero, dunque, che non hanno pagato le tasse in Italia».
Una requisitoria, quella pronunciata da Amato, che aveva fatto ben sperare l’avvocato della coppia professionale, Massimo Dinoia. Il quale adesso, invece, dopo la seconda condanna dei suoi assistiti, si dice «senza parole, allibito» e parla di un verdetto «inspiegabile». «Faremo ricorso», ha annunciato ieri il legale in seguito alla lettura della sentenza, «del resto già la Procura generale aveva capito che non c’era proprio niente».

UNA VICENDA SENZA FINE. Quello di ieri per Dolce e Gabbana è solo l’atto più recente di un contenzioso con il fisco italiano riguardo alla cessione del marchio alla Gado che va avanti da sette anni e procede su due binari, quello penale e quello tributario. Binari che per di più non corrono affatto paralleli, rendendo il caso D&G un clamoroso emblema della nostra giustizia (qui la ricostruzione di Luigi Amicone).
A livello penale, infatti, questa condanna in secondo grado arriva dopo che i due stilisti sono stati, nell’ordine:

  • accusati di omessa dichiarazione e dichiarazione infedele dei redditi, per una maxi-evasione fiscale da oltre 1 miliardo di euro;
  • prosciolti dal gup di Milano nel 2011 perché il trasferimento in Lussemburgo è stato fatto legalmente e «alla luce del sole», ancorché per evidenti fini di risparmio fiscale, e quindi «il fatto non sussiste»;
  • rispediti a processo dalla Corte di Cassazione secondo la quale, invece, l’elusione fiscale, pur non essendo reato, a volte può esserlo;
  • assolti nel 2013 dall’accusa più grave, dichiarazione infedele (quella da 1 miliardo e rotti), per la quale il pm aveva chiesto due anni e sei mesi sulla base di «prove granitiche»,
  • ma contestualmente condannati per l’accusa minore, omessa dichiarazione (quella confermata ieri).

Nel frattempo, però, la giustizia tributaria sta seguendo un percorso tutto suo. E a prescindere da come terminerà la battaglia penale di Dolce e Gabbana, i due potrebbero essere costretti a pagare una sanzione che rischia di mandarli in rovina. Come ha spiegato l’avvocato Dinoia a tempi.it nel giugno scorso, «l’Agenzia delle entrate, nonostante l’assoluzione da parte del tribunale di Milano degli stilisti per le dichiarazioni dei redditi individuali, assoluzione riconosciuta perché il fatto non sussiste, potrà comunque procedere agli atti esecutivi nei loro confronti per la cifra irreale e stratosferica di oltre 400 milioni di euro. E questo perché la sentenza della Commissione tributaria dello scorso marzo per abuso di diritto rimane in essere».

EVASORI A CHI? Come se non bastasse, dopo la prima condanna, gli stilisti milanesi sono stati presi di mira da Franco D’Alfonso, assessore alle Attività produttive della giunta Pisapia, che ha pensato bene di calpestare ogni presunzione di innocenza nei confronti dei due con dichiarazioni di questo tenore: «Se stilisti come Dolce e Gabbana dovessero avanzare richieste per spazi comunali, il Comune dovrebbe chiudere le porte, la moda è un’eccellenza nel mondo ma non abbiamo bisogno di farci rappresentare da evasori fiscali». Ne è scaturita una battaglia epica tra Dolce e Gabbana e Palazzo Marino, con tanto di serrata di protesta, interviste e paginate di stampa che vale la pena di andarsi a rileggere (qui il nostro articolo).

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