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Distrutti 60 mila litri del Brunello di Montalcino di Gianfranco Soldera

dicembre 4, 2012 Chiara Sirianni

L’olfatto per gustare i profumi, la pelle d’oca per emozionarsi. E poi la capacità di unire tradizione e innovazione. Ecco la storia di Gianfranco Soldera e i segreti del suo Brunello

Sei annate di uno dei migliori Brunello di Montalcino d’Italia finiti negli scarichi della cantina. Un atto vandalico, un colpo durissimo a uno dei viticoltori più importanti: Gianfranco Soldera, ex broker milanese di origini venete, trasferitosi in Toscana negli anni Settanta. La notizia è stata rilasciata da Wine News, sito autorevole con sede a Montalcino. I malfattori hanno aperto i rubinetti di botti e barriques, lasciandole intatte ma distruggendo l’intera produzione vinicola che riguarda le vendemmie dal 2007 al 2012: circa 600 ettolitri completamente perduti. Gianfranco Soldera, la cui produzione media del prestigioso Montalcino è di circa 15 mila bottiglie l’anno, con un prezzo che varia dai 165 ai 170 euro a bottiglia, viene considerato non solo un eccellente vignaiolo ma anche un purista del Brunello. Cioè uno di quei produttori che, rispetto ad altri colleghi, non si è mai arreso all’idea di modificare il rigido Disciplinare del famoso rosso per venire incontro al gusto del mercato americano.
Nel giugno del 2011 la nostra giornalista Chiara Sirianni ha visitato la sua tenuta Case Basse (una collina a sud ovest di Montalcino), un piccolo angolo di paradiso dove oltre alle vigne, la moglie cura un giardino con rose antiche, ulivi, cipressi e querce centenarie. Questa è la sua storia.

Ci sono uomini che conoscono la strada che porta a trovare il proprio posto nel mondo, e a farne casa. Uomini schivi, determinati, appassionati; cercano l’armonia e sanno che richiede molta fatica. Uno di questi, senza dubbio, è Gianfranco Soldera, uno dei più autorevoli viticoltori italiani. Dicono di lui: ha un carattere difficile, però è il migliore. Lui si definisce sorridendo «un presuntuoso eccellente» e si illumina mentre cerca di spiegarti il senso, di portarti per mano a conoscere quella che è stata, da sempre, la passione della sua vita. Gianfranco nasce a Treviso nel 1937. Il nonno, Luigi, era contadino, lavorava vicino a Treviso. Il padre, Eugenio, amava bere bene, la madre era una cuoca fantastica. Con Mussolini i Soldera persero la terra: erano antifascisti. A tre mesi Gianfranco arriva a Milano, dove cresce, studia e lavora per anni. Il padre aveva un taxi, lavorava di notte, «così poi mi raccontava la vita notturna di Milano, che io conoscevo bene, perché quando ero ragazzo si faceva mattina in piazza del Duomo, discutendo di tutto: di Togliatti e De Gasperi, Coppi e Bartali, Milan e Inter». Gianfranco inizia a lavorare a quattordici anni, dopo la malattia del genitore. Nel 1960 torna dal servizio militare, e viene assunto come impiegato in un’azienda di assicurazioni. «Un mondo affascinante, che ti abitua a pensare al futuro, a dover ipotizzare quello che può succedere». Sette anni più tardi, con due soci inizia la sua prima avventura imprenditoriale: è uno dei primi broker di assicurazioni in Italia. «C’erano i broker americani, poi i francesi, poi gli inglesi, e poi noi. La mia impostazione era semplice: avere pochi dipendenti, ma essere proprio “il” consulente, colui che di un’azienda studia tutto».

L’amore per il vino, però, non lo abbandona mai. Nel 1970 decide di trovare il terreno adatto. Dopo due anni di peregrinare per Veneto e Piemonte trova in Toscana Case Basse, una tenuta abbandonata nella zona sud ovest di Montalcino, il luogo in cui si coltiva il vitigno Sangiovese Grosso, da cui si produce il famoso Brunello. È amore a prima vista: forti investimenti di denaro e anche di tempo, finché Gianfranco e sua moglie decidono di dire addio al capoluogo lombardo per dedicarsi a tempo pieno al podere. Due braccia tolte al business del Nord e restituite all’agricoltura nella bella e generosa Toscana. I produttori locali all’inizio li guardavano con un misto di sospetto e scherno, ma quei due milanesi nel giro di pochi anni hanno creato vini superlativi, senza stare al gioco della pubblicità, dello scambio, della stampa specializzata, dei regali mirati e delle pubbliche relazioni. Tutta questione di passione e di talento. O come direbbe Gianfranco, di pelle d’oca e di naso. La prima è quella sensazione che si prova davanti alla bellezza, quando la vita ti mette davanti il tuo destino: «La terra era spoglia, non coltivata. Le case erano cadenti, non c’erano alberi, ma era lo stesso un posto magnifico. Quando si scende da Montalcino, e si guarda attorno, non si può restare indifferenti. La terra va sempre assaggiata: lo fanno tutti i contadini, me l’ha insegnato il mio bisnonno. Questa era ricca di sali minerali e quindi ho pensato che andasse benissimo». Il secondo è un dono: «Già quando ero ragazzo avevo un bel naso. L’olfatto va nell’emisfero più importante del cervello, quello della memoria. È il senso del pericolo, e anche dell’amore».
Gianfranco vuole fare il vino come lo faceva il suo bisnonno, quando da bambino andava a pigiare i grappoli durante la vendemmia. Senza orpelli tecnologici, senza niente di tutto quel che è artificiale: perché se la terra è buona e c’è il naso, non c’è bisogno di nient’altro. I Soldera comprano poco meno di 24 ettari: ad agosto, quando la terra è secca come borotalco, preparano il terreno. A novembre piantano le viti in due ettari, e l’anno dopo in altri quattro. La prima vendemmia è nel 1975, il momento della verità. Le ottomila bottiglie vanno a ruba. «Il mio è un “vino rosso dai vigneti di Brunello”, quelle bottiglie le ho vendute nel 1977 a 3.300 lire. Era una cifra enorme considerando che allora il mio vino era sconosciuto. Ma non era un vino normale, era diverso dagli altri. Bisogna dare alla qualità la giusta importanza. Ci sono vini da tremila euro a bottiglia che sono imbevibili, ma la gente li compra per pura vanità e sfoggio del lusso. Non è un criterio valido».

Attenzione a ogni dettaglio
Può sembrare snobismo, ma è esattamente l’opposto. «L’idea di fare il vino è nata dal ricordo della mia quotidianità familiare, e dalla voglia di bere in un certo modo. Nasce dal sentire le differenze. Se uno ascolta Mozart e non gli si accappona la pelle non è certo colpa sua, ma è inutile che spenda del denaro per qualcosa che non gli dice niente. L’abitudine non fa l’olfatto. È come l’udito per la musica: o ce l’hai, o non ce l’hai». La pignoleria è frutto di un’attenzione massima a ogni dettaglio. Un esempio su tutti: il 1989 viene ricordato come una pessima annata, molto piovosa. I grappoli sono gonfi, il succo diluito. Soldera non vuole nemmeno raccogliere l’uva, al contrario di tutti gli altri viticoltori, ma alla fine si fa convincere. Tiene il vino in botte per cinque anni. Poi lo regala ad alcune case di riposo: «Non potevo venderlo». Chi l’ha assaggiato assicura che non era del solito livello, ma era molte spanne sopra la media dei vini italiani di quell’annata.

Una cantina dove tutto respira
L’idea che Gianfranco mette in gioco è quella di lasciare spazio alla natura, affiancandole la ricerca. Gianfranco e sua moglie Graziella hanno concepito un progetto basato su due profonde convinzioni: l’idea che una produzione di pregio necessiti di un ecosistema complesso e la certezza che l’esperienza del passato debba essere confrontata con l’innovazione che nasce dalla ricerca. La tradizione contadina nasce dall’intuito, e va razionalmente compresa e verificata con le più moderne tecniche di sperimentazione. A Case Basse ci sono nidi artificiali per attirare animali, arnie, antichissimi ulivi, alberi da frutto, un giardino botanico e un laghetto artificiale. Graziella, appassionata di botanica e architettura del paesaggio, saluta gli ospiti mentre si occupa a tempo pieno di questo eden, dove cura migliaia di rose antiche. La vinificazione avviene solo in tini e botti di rovere. Non si effettuano controlli di temperatura, non si aggiungono lieviti: al contrario, si effettuano continui assaggi. Il professore Massimo Vincenzini preleva periodicamente dei campioni e realizza costanti controlli microbiologici, il professore Mario Fregoni studia i vitigni, tutti concimati solo con materiale organico.
Il Brunello Soldera riposa per cinque anni in grandi botti di rovere di Slavonia, lontano da qualsiasi rumore e sbalzo di temperatura, in una cantina pensata dallo stesso Gianfranco, dove tutto respira, persino i muri (niente cemento, ma sassi a vista, incastrati l’uno all’altro) per garantire condizioni ottimali di invecchiamento. Vengono progettati anche i bicchieri e la differenza con quelli normali la avverte anche un profano: il gusto è completamente diverso. Stesso discorso vale per le bottiglie (le famose bordolesi) e per i tappi. Anche l’etichetta si distingue dalle solite distese di grano a carboncino. È opera di Piero Leddi, pittore contemporaneo e amico di vecchia data della famiglia Soldera. «Un uomo di una cultura spaventosa, ma di pochissime parole. Gli lasciai carta bianca, e un giorno mi disse: «Sì, lu fàda. Ma te piaserà no, u fa un pes. Ven chì».

Un bicchiere evangelico
Il pesce era in realtà un delfino ripreso da un’illustrazione del 550 a.C.; il mito quello di Dioniso, il dio della felicità e del vino che innamoratosi di Arianna ha incaricato i delfini di andarla a cercare. Soldera se ne innamora all’istante: è coerente con la sua filosofia. «L’abitudine di cenare assieme e di bere con un certo rispetto lega la famiglia. Il vino, specialmente nella civiltà occidentale, è sempre stato il tramite tra gli uomini e Dio. L’unico elemento che viene citato come presente nel Paradiso. Nel Vangelo secondo Matteo Gesù dice: “Bevete con me questo calice, è l’ultima volta che lo beviamo in terra, ma lo berremo assieme alla tavola di mio padre”».

 

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1 Commenti

  1. R.Solda' scrive:

    Vorrei dirvi che mi spiace moltissimo per quello che vi hanno fatto.
    Per la prima volta, mi sono vergognata di essere un’Italiana all’estero, sembra di essere ancora negli atavici tempi di Al Capone!!!!!!!!!
    In Italia sanno che siamo nl 2012?
    Ancora tanto spiacente
    R.Solda’

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