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Dalla spada alla croce. Chi era Justus Takayama Ukon, il guerriero beato

febbraio 7, 2017 Toni Witwer

Storia del più grande “missionario giapponese” del Cinquecento, che oggi diventa beato. Le battaglie, la conversione e la persecuzione

Justus Takayama Ukon

Articolo tratto dall’Osservatore romano – È stato il più grande “missionario giapponese” del Cinquecento, il laico Justus Takayama Ukon che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, beatifica il 7 febbraio a Osaka in rappresentanza di Papa Francesco. Egli infatti ha vissuto la fede cristiana non come qualcosa di “straniero” ma proprio da giapponese: da principe di altissimo rango, ha aiutato a inculturare il cristianesimo per mezzo del suo esempio di vita fino alla morte in esilio.

Hikogorō, questo il suo nome giapponese, nacque probabilmente nel 1552 a Takayama ― l’antica sede dell’omonima famiglia cui apparteneva ― tre anni dopo l’arrivo del cristianesimo, introdotto dal gesuita Francesco Saverio. Apparteneva alla classe alta, i daimyō, signori feudali, governanti che erano al secondo posto dopo lo shogun nel Giappone medievale e della prima età moderna. I Takayama, che possedevano vaste proprietà, accettarono la presenza dei missionari e sostennero le loro attività, proteggendoli.

Dal 1558 la famiglia viveva nella fortezza Sawa, divenuta un centro cristiano dopo la conversione del padre Dario. Un missionario istruiva nella fede la famiglia e suoi sudditi. Justus ricevette il battesimo a dodici anni, insieme alla madre, ai fratelli e ad altre 150 persone. Tuttavia, crebbe comunque con la mentalità del guerriero e nel 1573 si batté in duello uccidendo l’avversario e riportando ferite che lo costrinsero a letto. Durante la convalescenza poté riflettere sul senso profondo della vita.

Intanto, a causa di conflitti, la famiglia dovette porsi al servizio di Wada Koremasa e si trasferì a Takatsuki. Dopo la rinuncia del padre al dominio, Justus divenne sovrano di Takatsuki. Nel 1574 si sposò con Justa: ebbero cinque figli e cinque nipoti.

La sua fede fu messa a dura prova quando, a causa di un conflitto tra signori, fece qualcosa di impensabile per un guerriero: invece di gettarsi nella battaglia, cercò di limitare le perdite il più possibile e di negoziare la pace. Presentandosi disarmato all’avversario, Ukon rinunciò a se stesso e si affidò completamente a Dio.

Il prendere coscienza della situazione in cui si trovava e l’aver sperimentato la propria impotenza gli permisero di approfondire la fiducia nel Signore e lo resero in modo crescente capace di rinunciare alla propria posizione, all’onore e alla vita stessa. Lo trasformarono da guerriero abituato a lottare come un eroe, in un uomo disposto a offrire se stesso per gli altri, capace di amare secondo l’esempio di Cristo. Grazie a questa seconda conversione Justus Takayama Ukon divenne un “missionario” che sapeva convincere non solo con le parole e le opere, ma anche con la condotta di vita, dando onore al proprio nome “Giusto”. Al punto che i giapponesi chiamarono il cristianesimo la “legge di Takayama”.

Per favorire la crescita della fede, si impegnò nella fondazione di seminari per la formazione di missionari e catechisti nativi, prima ad Azuchi, poi nella residenza di Takatsuki e infine a Osaka. La maggioranza dei seminaristi venivano dalle famiglie dei suoi sudditi. Tra loro san Paolo Miki e compagni martiri, la cui memoria si celebra il 6 febbraio.

Grazie alle attività missionarie e sociali di Justus, il numero dei cristiani nel dominio di Takatsuki, con circa 30.000 abitanti, aumentò da 600 nel 1576 a 25.000 nel 1583: in pratica la maggioranza del popolo. A lui si deve anche la fondazione della chiesa nella città di Osaka.
Particolarmente grande fu l’influsso di Justus sulla conversione di amici e nobili. Nella cerimonia del tè, che approfondisce il legame dell’amicizia e, quindi, il livello orizzontale, egli includeva la dimensione verticale che conduce all’unione con Dio e in lui.

Il trasferimento di Justus in un altro feudo aprì nuove possibilità di evangelizzazione cosicché, dal 1585 al 1587, furono battezzate alcune migliaia di persone. Ma l’editto di proibizione della religione cristiana, per cui nel 1587 fu ordinata l’espulsione dei missionari dal Giappone, interruppe la sua feconda attività. A Justus fu richiesto di abbandonare la fede; ma egli preferì lasciare il feudo e subire l’espulsione. Si rifugiò nell’isola di Shodoshima e un anno più tardi fu consegnato alla custodia di Maeda Toshiie, al servizio del quale rimase per i successivi 25 anni. A motivo dei meriti nelle battaglie, nel 1592 Justus fu riabilitato. Dopo la morte di Maeda Toshiie, servì il figlio Maeda Toshinaga. Ritiratosi dopo il 1600 secondo l’usanza giapponese, egli non portava più il titolo nobile Ukon-no-tayu ma il nome Tōhaku o Minami-no-bō, il nome del maestro della cerimonia del tè. Su desiderio di Justus, nel 1603 venne eretta la nuova residenza dei gesuiti a Kanazawa ed egli continuò a promuovere le attività missionarie nelle province del nord fino al 1614.

Il 14 febbraio di quell’anno, infatti, Justus Takayama e i suoi amici cristiani furono esiliati anche da Kanazawa: se non avessero abbandonato la fede cristiana, sarebbero stati deportati. L’espulsione dalla patria e il cammino faticoso in esilio a Manila fecero ulteriormente progredire Ukon nella fede. Malgrado tutte le sofferenze e le difficoltà, l’ultimo anno della sua vita fu decisivo per trasformarlo in un “vero martire”, come lo venerano i cristiani giapponesi. Durante questo tempo egli nutrì la speranza del martirio per morte violenta. Era certo che sarebbe stato ucciso e aspettava la fine con grande serenità. La navigazione verso le Filippine e l’esilio a Manila furono il tempo in cui Dio gli fece capire la differenza tra il desiderio attivo del martirio e l’essere esposto passivamente a condizioni che solo lentamente conducono alla morte. Ukon comprese che Dio gli chiedeva l’offerta della vita, nella forma del “martirio prolungato” dell’esilio. Sfinito dopo le fatiche del cammino e la navigazione di 43 giorni da Nagasaki a Manila, morì il 3 febbraio 1615, quaranta giorni dopo l’arrivo.

*L’autore è Postulatore generale dei gesuiti

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