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D’Alema che chiama «padroni» gli imprenditori è come quel tizio che chiama «reggipetti» i reggiseni

ottobre 2, 2014 Redazione

Chi usa questo termine, dimostra di essere surgelato ai tempi dei «sciur padrun de li beli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi»

Massimo D’Alema non ha più il quid. O forse non ce lo ha mai avuto. Ma siccome molti credevano che ce l’avesse, era come se ce lo avesse avuto.

Di fatto, adesso, non ce l’ha più. Se sta zitto, lo danno per morto. Se parla, dicono che straparla.

Alla direzione del Pd, ad esempio, ha evocato le nequizie dei «padroni». Una categoria che esiste ancora, ma non la si chiama più così.

Chi usa questo termine, dimostra di essere surgelato ai tempi dei «sciur padrun de li beli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi».

Adesso, se i sindacalisti fossero sui luoghi di lavoro anziché ai convegni, li palanchi verrebbero fuori anche dove c’è qualche sciamannato che non vuol scucirli. Dare del padrone a un imprenditore è come chiamare «reggipetti» i reggiseni.

Chi usa il primo termine, dimostra di non essere in sintonia con i tempi. È uno sfasato, dicono gli educati. Un bollito, spiegano gli sfrontati.

Tratto da Italia Oggi

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10 Commenti

  1. lucillo scrive:

    Io ho sempre detestato profondamente D’Alema, al di la dei suoi modi di fare proprio per le sue posizioni politiche.
    Renzi farà anche tante e forse troppe promesse, ma almeno un fatto cambiamento reale lo sta realizzando: sta riuscendo a farmi essere d’accordo con D’Alema.

    • mike scrive:

      anche io ho sempre detestato d’alema ma stavolta sono d’accordo con lui.
      non sarà al passo coi tempi ma con la realtà si: chi vuole abolire l’art.18 vuole poter licenziare come e quando gli pare.

      solo che … non capisco d’alema. cioè dovrebbe essere tra i favorevoli ai diritti lgbt. e per me abolendo l’art.18 si permetterà di licenziare chi non si accoda al politically correct. le aziende tanto vengono adrguandosi, e in futuro volenti o nolenti dovranno licenziare in breve tempo chi non è politically correct. forse da noi non servirà la legge anti-omofobia, basterà la paura di perdere il lavoro. e d’alema tutto ciò o non lo ha capito o più probabilmente fa finta di non averlo capito.

  2. Nino scrive:

    D’alema chi?

    • Giulio Dante Guerra scrive:

      Un tizio, che, nel 1968 e dintorni, “cineseggiava” nell’assemblea di Lettere all’Università di Pisa, ma nella natìa Puglia si teneva ben stretta la tessera del PCI.

      • Giannino Stoppani scrive:

        Guerra, codeste son cose che se rese pubbliche e messe insieme alla famosa molotov “sbarazzina” (così definita ne “il Tirreno” di qualche tempo fa) gli fanno meritare l’Ordine del Cherubino “senza passare dal via” come al Monopoli.

    • beppe scrive:

      nino, non far finta di non conoscerlo. di certo non è amico mio.

  3. Engy scrive:

    A parte il fatto che anch’io dico “reggipetto” perchè mi fa ridere, che dire di Massimino?
    Massimino, dov’eri ai tempi del pacchetto Treu?
    Ah, c’eri?
    E allora adesso che vuoi?
    Comunque anche se è ridicola la parola padrone in bocca a D’Alema, rimane il fatto che i datori di lavoro sono sempre padroni, e si è sempre al passo coi tempi chiamandoli così, in tempi di vacche grasse (si fa per dire) e in tempi di vacche magre.

    • giuspa scrive:

      Ma padroni di che?
      Solo i cani hanno un padrone che provvedono al loro mantenimento in cambio di qualche cosa.
      Spesso e volentieri si dimentica che i <> hanno rischiato tutte le loro risorse par mantenere i loro dipendenti in cambio di qualche cosa.
      E allora finiamola con questa storia dei padroni, che esistono solo nella fantasia della Camusso e compagni:

      • Engy scrive:

        quando dico che il datore di lavoro è sempre un padrone, non volglio sottintendere che il padrone è una persona disprezzabile solo per il fatto di essere padrone appunto.
        Ma il suo ruolo forse inevitabilmente lo induce, anche in tempi meno bui di questi, a dare 1 e chiedere 100.
        Non so se hai mai lavorato nel privato, quello piiiiccolo piccolo, quello dove chiedere un’ora di permesso o un giorno di ferie in un periodo qualsiasi diventa un affare di stato, quello dove hai la febbre alta e il vomito e dici sono a casa malata e lui ti dice beh quando ti riprendi (intendendo in giornata) torna, quello dove certi diritti non sono MAI esistiti, quello dove chi deve accudire un disabile se la sogna la legge 104, ecc

  4. lucillo scrive:

    A proposito di cose da reggere.
    Ho notato che nella traduzione dell’Ave Maria il carnalissimo “fructus VENTRIS tuo” è diventato il più pudico “frutto del tuo SENO”.

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