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Cristiani perseguitati. Un gigantesco martirio che «non è mai una sconfitta»

marzo 21, 2017 Francesca Parodi

La mostra di Aiuto alla Chiesa che soffre allestita all’ultimo Meeting di Rimini arriva a Palazzo Lombardia. Storie e testimonianze dei nuovi martiri

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Nella periferia di Damasco, intorno alle 6 di mattina, un gruppo di estremisti islamici fanno irruzione in una casa in cui abita una famiglia di cristiani. Il gruppo di terroristi rapisce i due figli e li tiene sequestrati per più di due anni insieme a molti altri prigionieri “colpevoli“ di non abbracciare la fede islamica. I due ragazzi vengono separati e uno di loro, come racconterà poi, vive ogni giorno di prigionia con la convinzione che sarà l’ultimo: i carcerieri minacciano di decapitarlo se non si convertirà all’islam, ma lui, ogni volta, si rifiuta di rinnegare il proprio credo e recita preghiere per prepararsi a morire da cristiano. A distanza di anni, questo ragazzo verrà liberato grazie all’intervento del governo, che accetta un accordo per uno scambio di prigionieri, mentre dell’altro fratello non si hanno più notizie dal giorno del rapimento.

I due ragazzi sono i cugini di Ihab Alrachid, un sacerdote della diocesi di Damasco, ospite dell’inaugurazione a Milano della mostra “Cristiani perseguitati” per raccontare le storie dei nuovi martiri in Medio Oriente. La mostra è organizzata dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, finanziatrice di oltre 6 mila progetti a sostegno della Chiesa in 150 paesi, ed è ospitata fino al 21 aprile a Palazzo Lombardia.

Alrachid ha preso i voti nel 1998, quando ancora la Siria non era devastata dalla guerra e gli estremisti non davano la caccia ai cristiani. Da allora molto è cambiato e metà della comunità cristiana è fuggita per salvarsi la vita. Ora l’Isis, quando conquista una città, entra nelle case dei cristiani e segue un preciso quanto sanguinoso rituale: per prima cosa violenta le donne, poi uccide i figli maschi, lasciando per ultimo il capo famiglia (dopo averlo costretto a guardare le atrocità commesse) e infine vende le donne al mercato degli schiavi.

Ogni giorno, racconta Alrachid, vengono lanciati razzi contro le zone di Damasco abitate dai cristiani, «anche questa mattina ho saputo che sono morte diverse persone mentre viaggiavo in treno per venire qui». Pochi giorni fa il sacerdote è andato a trovare in ospedale una bambina di 9 anni che si trovava a scuola quando un razzo ha colpito la sua aula, privandola di entrambi i piedi. «Eppure le nostre chiese sono sempre affollate, soprattutto di domenica. La gente affronta pericoli e minacce lungo la strada, ma non si scoraggia. La fede rimane salda, perché se perdiamo la speranza perdiamo tutto».

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Foto Ansa

Anche Karma Najeeb Yousif Shamasha, sacerdote in Iraq e secondo testimone presente all’inaugurazione della mostra, racconta episodi drammatici. Ha visto molti suoi confratelli morire sotto i colpi degli estremisti islamici: ha trovato il corpo di un suo conoscente gettato nella spazzatura, ha saputo di due suoi compagni di seminario ammazzati in una chiesa (dove i fondamentalisti non hanno risparmiato nemmeno un bambino perché non smetteva di piangere). Racconta che i cristiani sono presenti in Iraq fin dal I secolo, ma che a causa delle persecuzioni sono drasticamente diminuiti: nel 1977 se ne contavano 2 milioni, nel 2003 erano 700 mila, mentre oggi sono appena 300-400 mila (cioè lo 0,5 per cento dell’intera popolazione).

Prima le persecuzioni avvenivano solo nelle grandi città, mentre ora l’estremismo ha raggiunto anche i villaggi della Piana di Ninive, costringendo i cristiani a scegliere fra tre opzioni: convertirsi all’islam, pagare pesanti tasse per poter restare in quel territorio ma senza il diritto di professare la propria fede, oppure andarsene. Sono costretti a spostarsi a piedi e molte persone deboli o anziane spesso non ce la fanno ad affrontare il viaggio e muoiono durante il cammino. «Quando prende possesso di una città, l’Isis compie saccheggi, distrugge e brucia chiese e case cristiane. Ora diversi territori iracheni sono stati sottratti dal controllo dello Stato islamico e diverse famiglie sono riuscite a tornare, mentre altre sono ancora in attesa di rimpatriare».

I dati parlano chiaro: i cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato al mondo. Secondo un report di Acs, sarebbero almeno 200 milioni quelli che subiscono persecuzioni a causa della loro fede, soprattutto in paesi dove costituiscono una minoranza. I persecutori sono principalmente gruppi fondamentalisti, ma non solo islamici: negli ultimi anni, oltre a Isis, Boko Haram, Al Qaeda e al Shabaab (presenti in Medio Oriente e Africa), stanno emergendo nuovi estremismi di matrice indù e buddista in India, Myanmar, Thailandia e Sri Lanka.

La mostra dedica un pannello a ciascun paese, raccontando le storie concrete di uomini, donne e bambini perseguitati. Per esempio, in Pakistan due coniugi cristiani sono stati gettati vivi nella fornace di mattoni in cui lavoravano perché accusati di blasfemia. In quel paese la discriminazione inizia fin dai banchi di scuola, dove capita che agli studenti venga assegnato un tema dal titolo «Scrivi a un tuo amico non musulmano per convincerlo a convertirsi». In Sudan Meriam (oggi libera) è stata imprigionata, costretta a partorire in catene e condannata a morte con l’accusa di apostasia (si era convertita dall’islam al cristianesimo). In India gruppi ultranazionalisti pagano circa 200 mila rupie a chiunque riesca a convertire i cristiani all’induismo, mentre in Indonesia gli attacchi contro le chiese e i cristiani sono in continuo aumento.

Ma non ci sono solo gli estremisti: spesso le persecuzioni avvengono anche su ordine di regimi totalitari nel tentativo di controllare ogni aspetto della vita della popolazione. Scopriamo così che in Corea del Nord i cristiani sono accusati di slealtà verso il regime e sospettati di collaborazionismo con l’Occidente, quindi sono costretti a celebrare la Messa in segreto perché anche solo il fatto di possedere una Bibbia può essere punito con la condanna a morte. In Cina i vescovi sono nominati dal governo senza il consenso della Santa Sede e chi rimane in comunione con Roma viene arrestato. In Eritrea una cantante gospel (ma non è affatto un caso isolato) è stata tenuta rinchiusa per due anni dentro un container come punizione per aver inciso un disco di musica cristiana.

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In Occidente però ben pochi conoscono queste storie. «La mostra “Cristiani perseguitati” è stata allestita per portare questa realtà al centro dell’attenzione di tutti», spiega Alessandro Monteduro, direttore di Acs. L’esposizione era già stata presentata al Meeting di Rimini l’anno scorso, ma ha riscosso così grande successo che Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia, ha voluto riproporla a Milano. Il cuore della mostra è costituito dalla ricostruzione scenica di tre luoghi in cui recentemente si sono consumate delle stragi: un tavolo apparecchiato, con tanto di menu, ricorda il ristorante di Dacca, in Bangladesh, dove il 1° luglio 2016 lo Stato islamico ha ucciso 22 persone; dei banchi universitari, su cui è appoggiata la tesi di laurea di una delle vittime, riproduce un’aula del college a Garissa, in Kenya, dove il 2 aprile 2015 sono stati uccisi 149 studenti cristiani in un attacco del gruppo estremista somalo al Shabaab; un’altalena richiama il parco giochi di Lahore, in Pakistan, in cui più di 70 cristiani, soprattutto donne e bambini, hanno perso la vita il 27 marzo 2016 per un attentato organizzato da talebani pakistani. Il tutto sormontato dalla scritta ammonitrice: «Può accadere ovunque e a chiunque per ragioni di Fede».

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L’obiettivo ultimo della mostra però è quello di dare una risposta a questa violenza: come ricorda Monteduro, non bisogna lasciarsi immobilizzare dalla paura né rispondere con altra violenza, ma reagire in maniera concreta promuovendo il diffondersi del cristianesimo in tutte le forme possibili. Bisogna dimostrare che non basta uccidere fedeli per fermare una religione. Ecco dunque che ai luoghi della disperazioni si oppongono opere di ricostruzione, cioè, rispettivamente, l’altare di una chiesa fatta erigere in Bangladesh con il contributo dei genitori di una delle vittime italiane di Dacca, una scrivania con i libri per formare nuovi sacerdoti e uno scaffale di libri rossi chiamati la “Bibbia del fanciullo”, che contengono storie bibliche adattate per i più piccoli e di cui esistono 52 milioni di copie tradotte in 187 lingue.

«All’orrore, noi rispondiamo con la speranza», dice Monteduro. Ritornano allora in mente le parole di papa Francesco in una preghiera del 2013: «Ci sono molti più martiri oggi che nei primi secoli della chiesa […] Ma il martirio non è mai una sconfitta: è il più alto grado di testimonianza che noi possiamo dare […] Un cristiano deve saper sempre rispondere al male con il bene, anche se spesso è difficile».

Foto di Aiuto alla Chiesa che Soffre

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