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Il grande bluff delle coppie di fatto: in Italia non convincono, sono poche e non fanno figli

ottobre 24, 2014 Roberto Volpi

Per anni ci hanno raccontato l’esplosione di coppie tanto moderne da non aver bisogno di mettersi la fede al dito. Invece i dati mostrano il contrario

Quasi quattordici milioni di coppie, di cui dodici milioni e 755 mila unite in matrimonio e un milione e 242 mila coppie di fatto, pari a poco meno del 9 per cento del totale: questo il macro-dato che riguarda le coppie di fatto in Italia. In pratica una su 11 non è sposata (il che equivale a dire che su 11 coppie, 10 sono sposate). Poche? Molte? Comunque la si metta una cosa è chiara: le coppie di fatto sono sì aumentate – non potevano non farlo alla luce del clamoroso calo dei matrimoni che dura da decenni – ma non hanno sfondato. Non in Italia, occorre aggiungere, perché in altri paesi le cose stanno un po’ diversamente e le coppie di fatto hanno conquistato una “quota di mercato” assai più alta di quella che sono state capaci di conquistare da noi.

È il censimento del 2011 che ci informa finalmente su questo tema. Lo fa in modo un tantino nascosto (i dati bisogna per così dire andarli a scovare, estrarre dagli intestini di quel corpaccione ch’è il data-base Istat) e poco articolato. Ma lo fa. E tanto basta per poter parlare, come stiamo facendo qui, senza muovere i passi nelle sabbie mobili del “si dice”. Il primo elemento che si ricava dai dati poteva in realtà essere previsto quasi a occhi chiusi, consistendo nella solita – non perché non sia interessante e significativa, ma in quanto immancabilmente ricorrente, quale che sia il fenomeno di cui si parla – divergenza Nord-Sud. Divergenza grande, però, assai più grande che per altre dinamiche. Nelle regioni del Sud – la ripartizione territoriale a più bassa densità di coppie di fatto – queste rappresentano infatti soltanto il 5,2 per cento del totale delle unioni mentre nel Nord-Est – la ripartizione territoriale a più alta densità di coppie di fatto – arrivano a rappresentare l’11,4 per cento del totale, più del doppio. Là una coppia di fatto ogni 20, qua una ogni 9. Fenomeno prevalentemente “nordista”, dunque. E prevalentemente cittadino. Meglio ancora: fenomeno di città, questo delle unioni di fatto. Cosicché si può stabilire, intanto, una prima e del resto piuttosto scontata correlazione: le coppie di fatto hanno attecchito maggiormente là dove i costumi sentimentali-amorosi, e pure sessuali, sono più liberi e disincantati e dove matrimonio e famiglia hanno subìto i colpi più duri.

Peggio dell’Europa
Vale la pena ricordare, a questo proposito, che in tutto il Nord il tasso di nuzialità sta scivolando addirittura sotto la soglia di 3 matrimoni all’anno ogni mille abitanti. E questo mentre in Europa siamo a un livello di nuzialità di almeno 4,5 matrimoni annui, oltre il 50 per cento in più. Il Nord Italia – anche il Nord-Ovest, non soltanto il Nord-Est – è in assoluto la regione d’Europa a più basso livello di nuzialità. Da nessun’altra parte lo sprofondo del matrimonio è stato più vertiginoso. Ma proprio per questo, proprio in relazione a questa continua discesa del matrimonio nei territori dell’irrilevanza, paradossalmente il dato delle coppie di fatto non soltanto non sorprende ma, in ultima analisi, finisce per deludere. Se si fanno un po’ di conti è facile accertare che le coppie di fatto non arrivano neppure a recuperare un decimo di quei due terzi dei matrimoni che sono andati perduti nel Nord Italia dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi.

In pratica, ogni dieci coppie che non si sono unite in matrimonio appena una ha fatto la scelta della coppia di fatto. Le altre nove sono semplicemente svanite nel nulla. Ovvero, per essere più precisi, non si sono formate in quanto coppie: né unite in matrimonio né di fatto. Né le cose sono andate diversamente dalle altre parti. Chi pensasse, dunque, che il crollo dei matrimoni sia stato riequilibrato da una esplosione delle coppie di fatto ha di che ricredersi. Queste hanno avuto e stanno avendo l’effetto di un brodino caldo al capezzale di un ammalato grave.

Vista, anzi, in quest’ottica di “scappatoia” che hanno le coppie di formarsi secondo una modalità assai più facile e sbrigativa e a più basso grado di responsabilità di quella matrimoniale, la “fattualità” delle coppie, il loro essere semplicemente di fatto, è stato più un flop che un successo. Cosa della quale non c’è da rallegrarsi affatto, perché dice fino in fondo quanto si sia venuta inaridendo, in Italia, la spinta pratica e ideale che portava alla formazione delle coppie e delle famiglie.

E se le coppie di fatto non brillano quanto a numerosità, peggio ancora va loro sotto il profilo del numero medio dei componenti. Tradotto, significa che le coppie di fatto non solo sono poche, ma non hanno neppure figli. E qui – si badi – si tocca un nervo assai scoperto in tutti coloro che in questi anni di presunta conoscenza e reale fraintendimento della portata del fenomeno delle coppie di fatto hanno creduto di scorgere lo strumento giusto per cercare di risollevare una natalità nazionale patologicamente bassa. Non si è mancato di sostenere che i bassi livelli delle nascite in Italia non raggiungevano il fondo proprio grazie alla più alta propensione delle coppie di fatto a fare bambini. Questa conclusione (sbagliata, come vedremo) si nutriva di una evidenza statistica interpretata con troppa precipitazione: quella del trend delle nascite fuori del matrimonio. Trend crescente di anno in anno, tanto che i figli nati fuori del matrimonio sono passati da percentuali vicine allo zero dei trascorsi decenni di grande matrimonialità a rappresentare – oggi – fino al 30 per cento di tutti i nati. Cosicché, si ragionava, se le nascite da coppie non unite in matrimonio rappresentano addirittura quasi un nato su tre mentre non sono certo una su tre le coppie di fatto sul totale delle coppie (anche prima che ci fossero i dati sulla proporzione delle coppie di fatto almeno questa consapevolezza c’era) ne discende per forza di cose che le coppie di fatto fanno assai più figli delle coppie unite in matrimonio.

E invece non è così. E poiché oggi possiamo arrivare con precisione ai figli delle une e delle altre tipologie di coppie, vediamo intanto questi dati – dei quali spiegheremo in ultimo la soltanto apparente contraddizione. Le coppie coniugate non hanno figli nella misura del 36 per cento, proporzione che sale al 46 per cento nelle coppie di fatto. Il 66 per cento delle coppie coniugate (due coppie coniugate su tre) ha nessun figlio o un figlio. Una miseria, d’accordo. Che però diventa ben più nera nelle coppie di fatto, visto che tra di esse ben il 79 per cento (praticamente quattro coppie su cinque) hanno nessun figlio o un figlio. Dunque hanno due o più figli il 34 per cento delle coppie coniugate e soltanto il 21 per cento delle coppie di fatto. Dato riassuntivo di tutti: nelle coppie sposate c’è in media poco più di un figlio (1,03), mentre nelle coppie di fatto ci si ferma a 0,8 figli in media per coppia. Il divario è tutt’altro che irrilevante. Ma, allora, come si spiega che il 30 per cento delle nascite avviene fuori del matrimonio, mentre le coppie di fatto sono appena il 9 per cento del totale delle coppie? Questa sproporzione non sta forse a indicare che le coppie di fatto fanno assai più figli di quanti ne dovrebbero fare in base alla loro numerosità?

Prima il figlio poi l’anello
La risposta è no. Per due ragioni. Prima ragione. Tra le nascite fuori del matrimonio ci sono quelle di donne che si sposeranno soltanto “dopo” la nascita del figlio. Sarà insomma la nascita del figlio a condurre all’altare, forzando in certo qual modo la situazione, una coppia che pure non convive come una coppia di fatto né è riconosciuta come tale. Seconda ragione. Tra le nascite fuori del matrimonio ci sono quelle di coppie di fatto che si sposano dopo la nascita del figlio. Anche in questo caso la nascita del figlio forza la situazione, ma in questa fattispecie per condurre una coppia a passare dalla situazione di coppia di fatto a quella di coppia unita in matrimonio. In altre parole: di fronte ai figli non poche coppie, di fatto o contingenti che siano, sono portate a fare il passo del matrimonio. E questo dimostra che lo stato matrimoniale è ancora oggi ritenuto – malgrado i colpi formidabili che ha ricevuto e l’ormai piena equiparazione tra i figli nati dentro e quelli nati fuori del matrimonio –   lo stato più congruo e favorevole ad accogliere la nascita di un figlio.

C’è un’ultima questione da esaminare. Resta infatti il dubbio che le coppie di fatto rimangano per così dire “indietro” sul piano dei figli perché formate da celibi e nubili che si mettono assieme per valutare, dopo un periodo di convivenza, se sia o no il caso di passare al più decisivo passo del matrimonio. Chiaro che in un tale periodo si tenderà piuttosto a escludere i figli che a farli. Ora, a parte il fatto che in Italia non ha mai avuto grande successo questa forma propedeutica del matrimonio, una analisi accurata delle coppie di fatto sotto il profilo dello stato civile ci mostra come una coppia di fatto su tre non sia tra celibi e nubili ma tra separati, legalmente e di fatto, tra divorziati e – in misura minore – tra vedovi.

Insomma tra persone d’una certa età già passate attraverso esperienze di coppia e matrimoniali e che presumibilmente arrivano alla nuova esperienza della coppia di fatto non del tutto libere da figli. Insomma, anche per questa strada si arriva alla conclusione che le coppie di fatto non fanno più figli delle coppie unite in matrimonio. Tutt’altro. E dunque: non hanno sfondato come modalità di coppia; non apportano alla natalità italiana quella spinta che ci si aspettava. Contribuiscono, semmai, alla mediocrità tanto della dinamica della formazione delle coppie come della propensione al fare figli. E con questo il discorso sulle coppie di fatto è posto su binari di stretta oggettività. Con ciò dimostrando ancora una volta la verità dell’adagio che “le chiacchiere non fanno farina”.

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40 Commenti

  1. lucillo scrive:

    I numeri dell’articolo sono molto interessanti e raccontati senza troppo livore.

    Io conosco più di una coppia di fatto, con figli e senza figli, che per vari motivi non intende contrarre matrimonio. Alcuni di loro vorrebbero una forma italiana dei pacs.
    Nella mia conoscenza confermo che la comparsa del figlio è uno dei motivi forti per formare la coppia, di fatto o matrimonializzata.
    Sempre dal mio limitato osservatorio vedo che la scelta della convivenza in vista di eventuale matrimonio è abitudine crescente fra i giovani; però nel caso che le cose vadano bene spesso si domandano cosa aggiungerebbe in realtà il matrimonio – anzi, semmai complica per vari aspetti, oltre che essere costoso – e vanno avanti così fin quando il tema dei diritti diventa urgente, per figli o per ragioni fiscali – anche qui molti opterebbero senz’altro per un pacs.

    • yoyo scrive:

      In questo caso jai ragione. La crisi del matrimonio è questione di mentalità, che influisce sulla biologia.

  2. alex scrive:

    Forse non sarà che il matrimonio costa e in troppi non possono pagarlo? Non pensate che il 40% di disoccupazione giovanile impedisca di progettare il futuro? E non pensate che al nord e nelle grandi città convivere sia anche una scelta obbligata dalle distanze e dai costi del vivere da soli in affitto?

    • ud scrive:

      I miei nonni hanno (avuto) entrambi un numero di fratelli dell’ordine della decina. Erano tutti contadini ed era tanto se riuscivano a mangiare decentemente. Il matrimonio non era nemmeno messo in discussione, eppure era sobrio quanto bastava. Non si vedevano persone a passeggiare con tre cani (oggi pare che vengano prima loro delle persone), non si vedevano nemmeno cellulari o computer. Il problema all’origine non è certo economico.

      • Lena scrive:

        Che bello! Allora perché non torni a vivere nella casupola di campagna dei tuoi nonni, rinunci a tutti gli agi che della vita tecnologicamente avanzata, ti sposi con una donna disdegnosa del piacere e del benessere, nonché delle feste e dei ricevimemti come te, zappate la terra, mangiate 1 volta al giorno solo mais, andate a dormire alle 18 pm insieme alle galline, fate 13 figli con rachitici da impiegare tutti come braccianti e poi da vecchi cioè a 45 anni circa vi ricoverano in un bellisdimo ospizio per malati di pellagra…

        • Lela scrive:

          Ma anche no. Però forse una sana riflessione su cosa conta veramente si potrebbe fare…una volta che si ha la fortuna di un lavoro e un posto dove stare, dire che non ci si sposa perché mancano i soldi per fare la festa non ha molto senso. Conosco più di una coppia che ragiona così. Eppure uno dei matrimoni più belli a cui sono stata era a costo quasi zero, ci eravamo occupati di tutto noi amici, chi a cucinare, chi a servire, chi a suonare, piatti di carta, salone oratorio e via! E loro due erano felicissimi. Eppure economicamente potevano solo pagare l’affitto e fare la spesa…

        • Giannino Stoppani scrive:

          Ecco, ora abbiamo capito che Lena scrive da un pianeta lontano, infatti sostiene, rivolgendosi a Ud, i cui nonni avevano avuto frotte di fratelli:
          1) Per farci tanti figli bisogna sposarsi una donna “disdegnosa del piacere” mentre qui sulla Terra è il contrario, per ovvi motivi che mi vergogno pure a spiegare.
          2) Tale donna, per esser madre di numerosa prole, deve esser pure “disdegnosa nonché delle feste e dei ricevimenti”, mentre qui sulla terra tra battesimi, compleanni, comunioni e cresime uno la voglia delle “feste e dei ricevimenti” se la cava fino alla nausea.
          3) Qui sulla Terra all’ospizio ci finiscono le zitelle, visto che tredici figli, anche a star bassi, possono mettere insieme una cifra tale da mantenere babbo e mamma al Grand Hotel.
          E infine…
          4) Last but not least, qui sulla Terra il giorno si divide in ventiquattro ore, perciò non esistono le 18.00 pm.
          Manco a Zelig.

          • Ud scrive:

            Quasi quasi non lo disdegnerei (alla peggio, ben si intenda), almeno non sarei mai da solo, visto che la vera emergenza di oggigiorno è la solitudine. Avrei vicino delle persone che mi vogliono bene, e non degli assassini che mi vogliono morto con l’eutanasia perché percepito come un peso per la società (e non mi si venga a dire che se uno non la vuole, non gliela fanno, perché Belgio e Olanda dimostrano tutto l’opposto). E penso che sarei più felice di un manager che torna ogni giorno dal lavoro a sera inoltrata e non ha neanche un amico o un familiare che lo saluta quando rincasa.
            Se poi vogliamo anche parlare delle coppie di fatto, è innegabile che siano più predisposte anche a divorziare: se non si rinuncia alla tentazione della convivenza, cosa ci vuole per quella del divorzio? Il vero motivo è che spaventa il dirsi di sì per sempre.

            • Lena scrive:

              ma tu hai un’idea troppo idilliaca della vita agreste di un tempo; credo che saresti morto di stenti prima di aver bisogno dell’eutanasia, pochi arrivavano ad età così avanzate e in molte famiglie i vecchi ormai infermi e inutili venivano relegati in un angolo della casa, alimentati il minimo indispensabile ed esisteva pure l’eutanasia fai da te.

            • Lena scrive:

              disfare una convivenza stabile, con condivisione di beni, casa, relazioni sociali, non è meno difficile che divorziare, si presentano gli stessi gravi problemi pratici, solo che il partner economicamente più debole ha minori tutele giuridiche. però se due persone hanno deciso di convivere senza sposarsi, non ha senso che pretendano gli effetti del matrimonio. le unioni di fatto eterosessuali sono un inutile doppione del matrimonio. in fondo anche un matrimonio si può concludere in comune con due firme. non capisco perché alcuni siano convinti che le unioni di fatto giuridicamente riconosciute siano più “libere” del matrimonio, forse perché un tempo vivere da concubini era una sfida contro i benpensanti, soprattutto nei piccoli paesi.

          • Lena scrive:

            infatti era un post satirico
            io mi riferivo poi non solo al fare 13 figli, ma al farli alle condizioni in cui li facevano i nonni dell’autore di quel post…
            infatti mi immagino 13 braccianti malaticci come ce ne erano tanti nelle campagne di un tempo i genitori li mantenevano proprio al Grand Hotel…
            gli ospizi per i pellagrosi e gli affetti da altre malattie da denutrizione non accoglievano zitelle tra l’altro

            • Ud scrive:

              Anche il mio post non era un rimpianto dei tempi passati, bensì un’elementare dimostrazione del fatto che il motivo per cui oggi non ci si sposa è tutto fuorché economico. Perché per il cibo per cani, il cellulare ultimo grido e le sedute dall’estetista i soldi non mancano mai.

              • Lena scrive:

                ma infatti anche io ritengo che il motivo non sia principalmente economico, però nei tempi passati le persone delle classi umili erano meno consapevoli del proprio diritto al benessere, soffrivano ma non riuscivano a mettere in atto strategie per vivere meglio e certe tradizioni erano imperative, ormai quel tipo di società, per fortuna, non esiste più.

        • Raider scrive:

          Lena, ma lei, quando scrive qualcosa, deve per forza ripetere sciocchezze? Attribuire agli altri i pregiudizi che lei coltiva, sappiamo, orami, quanto amorosamente sugli altri, le sembra una furbata? La pellagra, il rachitismo, con quello che si vede in giro oggi quanto a patologie di ogni genere, dalla celciachia all’autismo in grande espansione, le galline, di cui prla con und isprezzo indegno di lei e di queste povere bestie… E ha dimenticato di ricordare che lei il rimdio ce l’ha: l’aborto di massa. Non le dirò le conseguenze della sua visione della vita a cosa possono portare, visto che lei non ci arriva da sola né le hanno saputo indicare la strada le compagnie con cui va in strada verso una direzione dalla meta sicura; e spero che non incontriate sul vostro cammino qualche Sentinella In Piedi: ma che fine fanno o farebbero gli embrioni nelle sue viscere, grazie alla amabilità di cui eli dà anche con ci suoi interlocutori, non ci sono dubbi.

    • Orazio Pecci scrive:

      Alex, quando parla di “matrimonio” lei intende la cerimonia? E chi se ne frega ?

      • alex scrive:

        Della cerimonia non mi importa. Ma sembra che qui si viva fuori dalla realtà. Se uno è disoccupato come campa una famiglia? A che mi serve sposarmi se non ho soldi per i figli? Per farmeli togiere dalla assistente sociale? Ma vi affacciate dalla finestra di casa ogni tanto? L autore dell articolo forse è interessato a dimostrare che la convivenza è un modello sociale fallito, non ha capito nulla della vita se pensa che la gente conviva perché fa fico: sono situazioni imposte dalle condizioni in cui viviamo.

        • yoyo scrive:

          Un tempo ci si sposava con due lire, anche senza invitati, pur di partire con una famiglia nuova. Pensavano alla sostanza di quello che facevano. E per fare un matrimonio basta volere consapevolmente l istituto per ciò che significa.

  3. Jadexxx scrive:

    Secondo me e a quanto vedo, molte coppie di fatto anche con figli non sono registrate all’anagrafe come tali perché non risultano conviventi all’anagrafe e se lo fanno è perché hanno in mente di sposarsi a breve. Del resto le madri single hanno un accesso preferenziali ad asili e compagnia bella, o no? Io stessa quando ho convissuto (2 volte, oh yes) non ho mai cambiato residenza se non la seconda volta, 1 anno prima di sposarmi. Quindi tutto fila.

  4. Lela scrive:

    Il matrimonio costa? Sicuri?
    Forse stiamo parlando del ricevimento per 250 parenti e amici in un hotel ristorante sul lago con menu 100 euro a persona, l’abito firmato di sartoria, i fiori intonati alle partecipazioni in pergamena, il quartetto d’archi, il piano bar con band di intrattenimento, le bomboniere in cristallo e confetti aromatizzati allo champagne…la mancanza di queste cose rende forse nullo il matrimonio?
    Il matrimonio è gratis. Non costa assolutamente nulla, quindi se uno vuole i diritti del matrimonio per urgenze di figli eccetera, paga qualche euro di pubblicazioni e dopo un mese va in comune con due amici. Gratis. Non sposarsi perchè “costa” è un non senso, inoltre, persone che vanno a convivere non credo possano accampare la scusa delle pressioni sociali per avere la festona in grande, dato che la stessa pressione sociale non ha avuto alcun effetto sulla loro scelta di non sposarsi proprio… (per quanto, soprattutto al sud, ci sia una pressione sociale non da poco in questa materia, trovi certe prime comunioni che sembrano il matrimonio di William e Kate)

    • Giannino Stoppani scrive:

      Secondo la mia esperienza la parte difficile del matrimonio è trovare un lavoro che dia una parvenza di stabilità e, conseguentemente, permetta di metter su casa.
      Chi convive ha già una casa e un lavoro per mantenersela, dunque la scelta di non sposarsi non ha certo motivi economici.

      • Lela scrive:

        Assolutamente d’accordo.

      • alex scrive:

        Caro Giannino, io convivo in affitto finché riesco a sbarcare il lunario. Il giorno che mi vengono mancare quei 4 soldi precari, finisco sotto ai ponti o mi tocca andare ad abitare da mamma e addio convivenza.

        • Giannino Stoppani scrive:

          Ecco, appunto, la scelta di convivere non dipende da motivi economici, ma dalla diseducazione all’amore vero subita delle ultime generazioni. Infatti:
          1) un uomo e una donna prima di convivere si sposano proprio perché si amano e si rispettano reciprocamente
          2) l’amore vero, come quello tra moglie e marito in genere è fatto per trascendere le difficoltà economiche contingenti o croniche che siano
          3) in caso di necessità, le mamme che amano i loro figli li riprendono in casa anche insieme a mogli, nipoti, cani, gatti e pesci rossi.
          Il problema è che all’amore vero si è voluto sostituire qualcosa di diverso, che si potrebbe definire, senza esagerazione alcuna, “porco comodo proprio”, ove l’altro è concepito come strumento del proprio piacere (in senso lato).

  5. Bifocale scrive:

    Provo a riscrivere, ma penso che mi cancellando di nuovo il commento.
    La regolamentazione delle c.d. coppie di fatto, era già chiaro all’ inizio ma ora ancor di più, era uno strumento per aprire la strada ai gay. A una coppia normale cosa serve infatti tale regolamentazione? Se vogliono regole hanno il matrimonio, se non le vogliono non si sposano. Questo almeno da che esiste il divorzio (piaga sociale), essendo venuto meno il “timore” di fare un passo irrevocabile. Ora purtroppo il divorzio è breve,, brevissimo, lampo, basta andare da un vigile urbano o da un commesso, anche da soli, e dire “divorzio” e il gioco è bell’e fatto.

  6. Lena scrive:

    Un dato positivo, ci sono meno peccatori manifesti in situazione di pubblico scandalo di quanto previsto 😀 io da brava ragazza non andrò mai a convivere con nessuno

  7. Filomena scrive:

    L’ISTAT sulla condizione delle famigli ha poi pubblicato anche questi dati che Tempi si guarda bene dal fare.
    per lePer la maggioranza dei cittadini (57,7%) la situazione degli uomini nel nostro Paese è migliore di quella delle donne: lo pensano le donne (64,6% delle intervistate) più degli uomini (il 50,5%). Per quattro cittadini su dieci (43,7%) la donna è vittima di discriminazioni, è cioè trattata meno bene degli uomini.
    Appaiono superati alcuni stereotipi sui tradizionali ruoli di genere. Il 77,5% della popolazione non è d’accordo nel ritenere che l’uomo debba prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia.
    La grande maggioranza della popolazione si dice poco o per niente d’accordo con le affermazioni “gli uomini sono dirigenti migliori delle donne” e “in generale gli uomini sono leader politici migliori delle donne” (rispettivamente 80,3% e 79,9%).
    Il 67,7% della popolazione ritiene che “per una donna le responsabilità familiari siano un ostacolo nell’accesso a posizione di dirigente”; per l’89,2% “gli uomini dovrebbero partecipare di più alla cura e all’educazione dei propri figli”; l’87,4% sostiene che “in una coppia in cui entrambi i partner lavorano a tempo pieno, le faccende domestiche dovrebbero essere divise in modo uguale” L’aumento del numero delle nozze rispetto al 2011 è dovuto alla ripresa dei matrimoni in cui uno, o entrambi, è di cittadinanza straniera: nel 2012 sono state celebrate 30.724 nozze di questo tipo (pari al 15% del totale), oltre 4 mila in più rispetto al 2011, ma ancora inferiori di oltre 6 mila rispetto al picco massimo del 2008 Nel 2012 sono state celebrate con rito religioso 122.297 nozze. Il loro numero cala di 33 mila unità negli ultimi 4 anni. I matrimoni civili, invece, hanno visto un recupero negli ultimi due anni pari a 5.340 cerimonie, arrivando a rappresentare il 41% del totale a livello nazionale. Al Nord i matrimoni con rito civile (53,4%) superano quelli religiosi e al Centro sono ormai uno su due (49,4%).
    Interessanti sono anche i dati sulla popolazione gay.
    Generalizzata appare la condanna di comportamenti discriminatori: il 73% è in totale disaccordo con il fatto che non si assuma una persona perché omosessuale o non si affitti un appartamento per lo stesso motivo.
    Il 74,8% della popolazione non è d’accordo con l’affermazione “l’omosessualità è una malattia”, il 73% con “l’omosessualità è immorale”, il 74,8% con “l’omosessualità è una minaccia per la famiglia”. Al contrario, Il 65,8% è d’accordo con l’affermazione “si può amare una persona dell’altro sesso oppure una dello stesso sesso: l’importante è amare”. La maggioranza dei rispondenti ritiene accettabile che un uomo abbia una relazione affettiva e sessuale con un altro uomo (59,1%) o che una donna abbia una relazione affettiva e sessuale con un’altra donna (59,5%).

    • Giannino Stoppani scrive:

      Ecco, bravo, limitati a fare i copia-incolla, così non ti esponi più di tanto e, insinuando che Tempi non pubblichi pari pari tutti i report dell’ISTAT per nascondere chissà cosa, fai pure la tua parte di disinformazione quotidiana che ti gratifica tanto tanto.

    • Ale scrive:

      Brava Filomena, riesci sempre a trovare e riportare anche con semplice ma utile copia ed incolla informazioni che altrimenti nessuno avrebbe la pazienza di scovare. I dati ISTAT poi sono impossibili da riportare se non facendo copia ed incolla, dato che sono numeri . Ora capisco il signor “eh che cappero” e perché è tanto acido…aver a che fare tutti i santi giorni con roba del genere..

  8. Filomena scrive:

    Giuditta/Giannino
    I dati sono dati e se prendi per buoni quelli citati da Tempi (fonte ISTAT) sulla famiglia, devi prendere per buoni anche questi pure di fonte ISTAT che trattano lo stesso tema. Invece di fare il pappagallo dicendo che i dati sono copia incolla, cosa che non potrebbe non essere, perché a proposito di “voce al popolo” non commenti il fatto che emerge come la maggioranza del popolo la pensi diversamente da voi? Non vorrai mica farmi credere che milioni di italiani sono tutti degli ignavi e solo voi siete i furbi con la verità in tasca? Anche no….

    • Giannino Stoppani scrive:

      Ma caro Filomeno, io i dati che hai incollato non ho manco voglia di leggerli (capirai, io per lavoro elaboro e aggrego dati statistici…), figurati se mi metto a commentarli.
      Ho solo rilevato che se ti limiti a incollare una bella mappazza che nessuno ha voglia di leggere facendola precedere da una semplice maliziosa insinuazione (anche campata in aria) sulla linea del giornale, fai la tua porca figura di contro-informatore con chi di dovere, senza doverti esporre troppo alle solite figure.

      • Filomena scrive:

        Be’ se per lavoro tratti anche dati di questo genere, dovresti conoscerli bene, quindi sai bene che le vostre tesi spacciate per verità assolute condivise dalla maggioranza del popolo sovrano, è oggettivamente una stupidaggine. Forse certe idee erano più condivise in passato, ma la cultura cambia non è un monolite, quindi anche voi se volete continuare a far parte di questa società dovrete volenti o nolenti accettare i cambiamenti. E questo non lo dico io, ma lo dimostrano i fatti.

      • Giannino Stoppani scrive:

        Epperò cari signori di Tempi, scommetto che non ce lo avete il coraggio di pubblicare questo report di dati scomodi dell’ISTAT:

        “Ad agosto 2014 l’indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio (valore corrente che incorpora la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi) segna una lieve diminuzione (-0,1%) rispetto al mese precedente. Nella media del trimestre giugno-agosto 2014, l’indice mostra una flessione (-0,6%) rispetto ai tre mesi precedenti.

        Nel confronto con luglio 2014, le vendite segnano una diminuzione sia per i prodotti alimentari (-0,1%) sia per quelli non alimentari (-0,2%).

        Rispetto ad agosto 2013, l’indice grezzo del valore totale delle vendite registra una diminuzione del 3,1%. Variazioni tendenziali negative si registrano per le vendite sia di prodotti alimentari (-3,7%) sia di prodotti non alimentari (-2,5%).

        Con riferimento alla forma distributiva, nel confronto con il mese di agosto 2013 le vendite diminuiscono sia per le imprese della grande distribuzione (-2,7%) sia per quelle operanti su piccole superfici (-3,4%).

        Nel primi otto mesi del 2014, l’indice grezzo diminuisce dell’1,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Una variazione negativa si è registrata sia per le vendite di prodotti alimentari (-1,3%) sia per quelle di prodotti non alimentari (-1,2%).”

        Facile, vero Filomeno?

      • Giannino Stoppani scrive:

        Perché, mi domando io, Tempi non pubblica anche questa bella sciorinatura dell’ISTAT?

        “L’indice del clima di fiducia dei consumatori in base 2005=100 diminuisce ad ottobre 2014 a 101,4 da 101,9 del mese di settembre.

        Le componenti personale ed economica diminuiscono, la prima in misura più lieve passando a 100,7 da 101,5, la seconda in modo più consistente passando a 101,3 da 105,4.

        L’indice riferito al clima corrente si riduce a 100,6 da 102,6; diminuisce anche quello riferito alle aspettative future a 101,7 da 102,7.

        Riguardo alla situazione economica del Paese, diminuiscono i saldi sia dei giudizi sia delle attese: a -106 da -100 e a -16 da -9 rispettivamente. Quanto alla tendenza della disoccupazione, il saldo aumenta lievemente a 58 da 56.

        I giudizi sulla situazione economica della famiglia migliorano leggermente a -55 da -56 del precedente mese, mentre per le attese il saldo scende a -18 da -13. Il saldo dei giudizi sul bilancio familiare diminuisce a -17 da -14. Le opinioni favorevoli sull’opportunità attuale di risparmio registrano un aumento (a 126 da 114 il saldo); mentre per le possibilità future si rileva una diminuzione (a -49 da -47 il saldo). Le valutazioni sull’opportunità di acquisto di beni durevoli mostrano un peggioramento (-78 da -69 il saldo).

        I giudizi e le aspettative relativi alla dinamica dei prezzi al consumo aumentano: i saldi passano rispettivamente a -12 da -16 e a -24 da -32.

        A livello territoriale il clima di fiducia aumenta nel Nord-ovest e al Centro, diminuisce nel Nord-est e al Mezzogiorno.”

  9. Filomena scrive:

    Su questo è molto scontato risponderti. Questi non sono argomenti che rientriamo in quelli che interessano a Tempi, ossia famiglia, gay, aborto ecc. Sono dati sui prezzi, e non aspetti su temi “non negoziabili”. Qui ti voglio a commentare quello che pensano oggettivamente gli italiani, popolo sovrano.

    • yoyo scrive:

      Ma sei proprio sicura che quello che pensi sia proprio ciò che vuole il popolo sovrano? Non solo: la crisi economica copre tutto, anche la morale?

    • Giannino Stoppani scrive:

      Non sei tanto sveglio tu, vero Filomeno?!
      Non ti accorgi quando ti si prende per le mele?!
      Ma perché diavolo Tempi si dovrebbe occupare sistematicamente della marea di dati provenienti dai report dell’ISTAT, come noto impegnato costantemente a sfornare dati di tutti i generi per dare un senso economico alla propria costosa esistenza?
      E’ chiaro che il compito dei giornalisti è sintetizzare o cogliere spunti per i loro articoli.
      E’ chiaro anche che quello di scopiazzare dal sito dell’ISTAT uno dei tanti report per poi rimproverare la testata di non averlo pubblicato chissà per quale oscura ragione è solo un mezzuccio che tu hai adottato per svolgere il tuo ruolo di “influencer” LGBTXYZ da tre palle un soldo senza esporti più di tanto al ludibrio generale (come quando fai la megera vetero-femminista senza sapere un tubo di fertilità femminile).
      Naturalmente, però, il ludibrio mio personale rimane garantito.
      Ah, dimenticavo, visto che insisti ti dico la mia sul sondaggio d’opinione che hai copia incollato, il quale pone senza dubbio un interrogativo pressante:
      che c’entra con l’articolo?
      Risposta: un cappero di niente, ma per te tutto fa brodo.

  10. Diego scrive:

    Da ex convivente, sono pienamente d’accordo. Una cosa sola non è chiara: i figli di persone sposate, sì, ma frutto di scappatelle, sono considerati nati dentro o fuori il matrimonio?

    • Diego scrive:

      Chiaramente, intendo che sono d’accordo con l’articolo. NON mi riferivo ai commenti che mi hanno preceduto…

  11. Silvio scrive:

    Mi chiedo una cosa – dettata dalla mia ignoranza – che manca nell’articolo. Come si definisce una coppia di fatto posto che in Italia non c’è una legislazione sulle unioni civili?
    A mio parere, guardandomi intorno, la tendenza alla convivenza, almeno per qualche anno, sta crescendo in modo esponenziale.

La rassegna stampa di Tempi

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