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Compagna (Pdl) «Il ddl anticorruzione è un pericolo per tutti»

ottobre 25, 2012 Matteo Rigamonti

Il senatore pidiellino Luigi Compagna spiega come una legge che doveva ristabilire la democrazia in Italia è diventata un elemento di maggiore instabilità

Una norma nata bene ma che sta finendo male. Almeno per ora. Può essere descritto così l’iter di approvazione del ddl anticorruzione che in queste ore è approdato alla Camera per essere esaminato in seconda lettura dopo aver ottenuto il via libera del Senato. Il provvedimento era stato concepito dall’ultimo governo Berlusconi con lo scopo di porre fine a quella “folkloristica” figura giuridica tutta italiana che è il reato di concussione, per ricondurne la fattispecie nell’alveo dell’estorsione, come avviene in ogni democrazia che si rispetti. Ma in concomitanza con lo sviluppo dei casi Ruby Rubacuori e Penati e sotto il fuoco incrociato dei “magistrati democratici” e del partito di Repubblica, la Camera ha pensato bene di stravolgerne l’impianto. Oggi, per come è concepito, il ddl anticorruzione è una norma di cui non se ne sente certo bisogno e che, anzi, dando troppa enfasi a casi specifici sotto i riflettori dei media, contribuisce a ingarbugliare ulteriormente il disposto di legge, a discapito della coerenza d’insieme. Per capire quali sono i pericoli maggiori ne abbiamo parlato con il senatore Pdl Luigi Compagna che, insieme a Carlo Giovanardi, è tra i quattro senatori che si sono astenuti dal votare il ddl. Ecco cosa ne pensa.

Senatore Compagna, parliamo del ddl anticorruzione che ha appena ricevuto il via libera dal Senato?
Certo, ma prima vale la pena ricordare quando nasce il ddl in questione: il provvedimento è nato sotto il governo Berlusconi per dare attuazione a una Convezione dell’Onu del 2003 sulla corruzione e per accogliere le richieste in materia formulate già nel 1999 dal Consiglio d’Europa e contenute negli articoli 20 e 21 di una Convenzione penale sulla corruzione fatta a Strasburgo il 17 gennaio di quell’anno. Il Consiglio, in quella occasione, aveva chiesto all’Italia di espellere dal codice penale il reato di concussione (il nostro ordinamento è l’unica democrazia liberale che lo prevede) facendo rientrare la fattispecie nel reato di estorsione.

Poi cosa è successo?
Il Senato l’ha approvato nel 2009, ma alla Camera il provvedimento si è caricato di articoli dettati dall’impulso giacobino di forze politiche e organi si stampa più attenti ai recenti fatti di cronaca che non alla reale necessità di approvare norme efficaci e coerenti.

A cosa si riferisce? Al caso Ruby?
È una situazione complessa. Un emendamento presentato dal gruppo del Pd, capitanato dal capogruppo alla Commissione giustizia Donatella Ferranti, prevedeva lo sradicamento del reato di concussione in favore della sola ipotesi di estorsione. Ma dal centrodestra hanno cominciato a volare le accuse che volessero salvare Penati. Il Pd allora ha ritirato l’emendamento salvo ripromettersi di ripresentarlo in aula alla Camera e a scrutinio segreto.

E poi?
Il governo ha modificato la parte penale del ddl introducendo alla Camera gli articolo 19 e 20 dove i reati di corruzione, concussione e traffico di influenze illecite non sono poi così ben specificati. Ma a quanto pare in aula ha prevalso la spinta allo stato etico fatta propria da un giacobinismo “alla vaccinara” e condiviso da Magistratura Democratica e dalle firme di Repubblica che hanno sempre spinto perché il Senato approvasse quanto prima possibile la norma.

Lei cosa avrebbe preferito fare?
Personalmente avevo pronti 2 emendamenti: con il primo, sul reato di concussione, laddove si prevede che «il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni», avevo proposto di sostituire l’espressione «indebitamente» con quella «illecitamente»; con il secondo, sul reato di induzione indebita a dare o promettere utilità, avevo proposto di utilizzare il verbo «determina» e non «induce». Ma quando l’ho proposto mi sono sentito dare del lobbista…

Perché tutta questa precisione?
Quando si discute di nuovi reati è importante mantenere la coerenza lessicale nell’ordinamento. La priorità non deve essere mai data ai processi in corso. E non è questione di “salva-Ruby” o “salva-Penati”.

Cos’altro non le va giù del ddl anticorruzione?
Oltre al giacobinismo che evoca lo stato fascista e i totalitarismi sovietici, non condivido i nuovi articoli di carattere politico-amministrativo sul piano nazionale anticorruzione e sugli ottomila piani locali con gli altrettanti ottomila responsabili che istituiscono.

Come andrà a finire?
Il governo si troverà a dover mettere la fiducia su un testo di legge che è un po’ raffazzonato. Un testo di legge che oltretutto introduce una nuova ipotesi di reato, il traffico di influenze illecite.

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