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Ci voleva un Obama per fare peggio di Jimmy Carter (capito Renzi?)

novembre 10, 2013 Lodovico Festa

Il presidente non ha offerto agli elettori una visione nazionale, ma si è ispirato allo stile della politica di Chicago, con un solido blocco democratico fondato sulla minuta composizione delle divisioni etniche

Lo sbandamento dell’amministrazione Obama fa senza dubbio impressione: così il fallimento delle primavere arabe; così la confusione sul caso Siria che ha avuto come risultati di far squilibrare la fedelissima Londra e di dare centralità alla Russia, e insieme di spingerla a cercare un rapporto più stretto con Pechino (pur pericolosa ma almeno capace di approcci realistici alle situazioni concrete); così le trattative senza prospettive chiare con l’Iran che hanno fatto infuriare sia Gerusalemme sia Riyadh; così il caos nella riforma sanitaria e la scarsa capacità di fare proposte ai repubblicani se non per dividerli.

Così le assurdità sui matrimoni gay; così ricevere insulti da parte di Parigi e Berlino per questioni di cosiddetto spionaggio telefonico su cui tutti sapevano tutto; così la figuraccia della Casa Bianca che dice di non essere stata informata dalla National Security Agency (peraltro divenuta una sorta di gruviera pieno di buchi dai quali passa qualsiasi spiffero); così il licenziamento dalla Cia del miglior militare su cui le amministrazioni americane abbiano potuto contare da decenni: David Petraeus. Credo che neppure Jimmy Carter, con l’assistere sgomento al crescere dell’influenza sovietica e le innumerevoli stupidaggini compiute sul caso dell’ambasciata americana sequestrata a Teheran, sia arrivato a un punto così basso come quello toccato da Obama.

Molti sarebbero i temi da focalizzare per capire da dove derivi questa situazione. Mi interessa in questo articolo sottolinearne uno: le radici del successo dell’attuale presidente in ben due elezioni nel 2004 e nel 2008. Nel primo caso l’elemento determinante furono le difficoltà della politica di George Bush per lo sforzo (peraltro rilevante sul terreno geostrategico) della guerra in Iraq e soprattutto per la crisi finanziaria scoppiata nell’autunno del 2008. È nel secondo voto, però, che si può meglio comprendere la natura del consenso a Obama, che gli aveva peraltro fatto vincere le primarie contro un candidato molto più forte come Hillary Clinton.

Il presidente in carica non ha puntato a offrire una visione nazionale ai cittadini chiamati a eleggerlo e poi a confermarlo, tutte le sue carte sono state giocate sulla costruzione di un patchwork di forze nettamente ispirata allo stile della politica di Chicago. La grande città dell’Illinois, uno degli snodi dello sviluppo americano e ancora elemento centrale della finanza, ha nel tempo consolidato un granitico blocco democratico fondato sulla minuta composizione delle rappresentanze etniche: il che, specie negli anni Trenta, è stato fonte anche di sbandamento e di corruzione nei rapporti con la forte mafia locale.
Un potere quasi inscalfibile ma proprio per questo tendenzialmente poco dinamico. Si consideri che nel Dopoguerra la città è stata guidata da Richard J. Daley (1955-1976) e poi dal figlio Richard M. Daley (1989-2011). Una forza che aveva già consentito l’elezione di John F. Kennedy nel 1960 con i voti decisivi dell’Illinois assicurati da Daley al di là dei pettegolezzi sul boss Sam Giancana e l’amante, Judith Exter, spartita con la Casa Bianca.

I tecnici non bastano, come insegna la nostra storia
È interessante notare come questo modello “municipalismo-patchwork senza visione unitaria” sia quello tentato, ma con troppa salsa ex Pci, dagli emiliani Pier Luigi Bersani e Vasco Errani, e oggi ripetuto con un ben più deciso appoggio americano da Matteo Renzi. È prevedibile che anche il nostro mix municipalismo+patchwork non possa che riprodurre gli sbandamenti obamiani in corso. Anche se alla fine potrebbe risultare vincente su chi come Enrico Letta si inchina alla linea bottegaia di Angela Merkel.
Uno sviluppismo pur confuso è più appetibile di una seppur chiara austerità. D’altra parte gli Stati Uniti hanno un’amministrazione imperiale che tempera gli errori della politica: così lo splendido Ben Bernanke con la sua capace sostituta Janet Yellen e il loro collegamento con l’Europa, Mario Draghi. Così un esercito che grazie alle riforme di Donald Rumsfeld con i suoi droni tiene a bada i terroristi nonostante gli errori della Casa Bianca.

Però alla fine i tecnici non bastano da soli anche quando sono bravi, figurarsi se sono mediocri come il fu Mario Monti o l’attuale Fabrizio Saccomanni. Alla fine è decisiva la politica. E per questo motivo servirebbe anche un’Italia che riprendesse il suo ruolo di mediatrice svolto dai De Gasperi, dai Fanfani, dai Moro, dagli Andreotti, dai Craxi e dai De Michelis, e poi in parte dagli stessi Berlusconi e Tremonti prima di litigare, e in qualche occasione da Massimo D’Alema (soprattutto quando lo consigliava Francesco Cossiga) tra Mediterraneo e Germania, tra Londra e Parigi, affiancando gli Stati Uniti, leali con Israele ma sapendo parlare a Mosca e agli arabi. Se si riflette sul lungo arco del secondo dopoguerra, Roma ha pesato spesso in modo significativo. Certo prima che arrivassero inconsistenze come Monti e Letta (con l’altrettanto inconcludente Emma Bonino).

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