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Chi ha incastrato gli stereotipi di gener·e·i?

ottobre 9, 2017 Leone Grotti

Il dipendente di Google licenziato perché osa contestare i tabù culturali della Silicon Valley, le proposte di “scrittura inclusiva” in Francia. Chiacchierata con Costanza Miriano

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando a luglio James Damore ha accusato Google di fare da «cassa di risonanza dell’ideologia» femminista, scrivendo un dettagliato documento in un forum interno e non pubblico dell’azienda, voleva solo contribuire a sviluppare un dibattito su alcuni «tabù culturali» della Silicon Valley. Invece l’ingegnere del colosso di Mountain View è stato additato come un dispensatore di «pericolosi stereotipi di genere» e licenziato in tronco. Nel testo, lungo 10 pagine, Damore invitava Google a smettere di guardare a qualsiasi differenza nella rappresentanza all’interno dell’azienda tra uomini e donne con le lenti interpretative dell’oppressione dei primi a danno delle seconde. Non ha senso, insisteva, «discriminare gli uomini» e organizzare ad esempio corsi formativi solo per donne o assumere esclusivamente membri del gentil sesso in determinate posizioni lavorative al solo scopo di «raggiungere un’identica rappresentanza», perché questo è «ingiusto, fonte di divisione e fa male agli affari».

Secondo l’ingegnere, il motivo per cui ci sono più programmatori informatici maschi che femmine sta in ultima analisi nella differenza tra uomini e donne. Premettendo di non voler assolutizzare, aggiunge che ad esempio «le donne in generale sono più interessate alle relazioni e alle persone che alle cose, rispetto agli uomini, e sono anche più aperte nei confronti dei sentimenti». Questa differenza naturale, conclude Damore, «andrebbe de-moralizzata e bisognerebbe smettere di etichettare chiunque la pensi così come una persona immorale e punirlo per proteggere le “vittime”». Detto fatto. Damore è stato cacciato per le sue opinioni «sessiste» e l’ingegnere è attualmente in causa con Google per discriminazione. Non è l’unico uomo nella Silicon Valley a sentirsi discriminato da un’ideologia femminista sempre più pressante e percepita come «radicale». Anche Scott Ard e Greg Anderson hanno fatto causa l’anno scorso a Yahoo per essere stati licenziati (a loro dire) senza altro motivo se non l’appartenenza al genere maschile. Entrambi hanno denunciato l’azienda per la sua recente ed esasperata tendenza a promuovere solo le donne e a demansionare gli uomini. Il loro avvocato, John Parsons, ha dichiarato riguardo all’ideologia che si starebbe facendo strada nell’olimpo del progresso e dell’avanguardia tecnologica: «Quando ti senti in missione per conto di Dio per sistemare il mondo, è facile esagerare».

Al di là delle cause legali nella Silicon Valley, anche in Europa è in crescita la tendenza a negare che uomini e donne abbiano qualità e predispozioni naturali differenti. «Certe battaglie non le capisco proprio. Non c’è niente di offensivo nel ricordare che uomini e donne hanno caratteristiche diverse. Questo è un tasto sul quale ha insistito molto anche un certo femminismo della differenza, ma tralasciando le scuole di pensiero, basta il buon senso per rendersene conto». Costanza Miriano, giornalista e scrittrice, è uno strenuo difensore di questo buon senso e lo rivendica parlando con Tempi: «La donna ha dei radar interiori di cui l’uomo è sprovvisto e che le permettono di cogliere molto meglio i non detti, le allusioni e i sentimenti delle altre persone. Questa differenza è una benedizione in un ambito come quello dell’educazione dei figli, ad esempio, perché permette all’uomo di imporre delle regole senza lasciarsi totalmente condizionare dall’umore dei figli. Spesso perché alcuni stati d’animo non li percepisce proprio. Non è questione di chi è meglio, è il bello di essere complementari. Sono due modi di rapportarsi alla realtà entrambi necessari».

Tornando agli esempi fatti dall’ingegnere di Google, «che le donne siano più capaci di relazioni e più attente ai sentimenti è un fatto che riconosceva anche Giovanni Paolo II nella sua Mulieris dignitatem. Ma anche Edith Stein diceva che la donna è più proiettata verso l’esterno». Non sono solo uomini e donne di Chiesa a sostenerlo, «ci sono eminenti studi scientifici. Un esperimento di Oxford ha dimostrato ad esempio che mostrando a due neonati, un maschio e una femmina, delle faccine e degli oggetti, i primi sono più attratti dagli oggetti e le seconde dalle faccine. E non mi si venga a dire che i neonati sono già influenzati dagli stereotipi di genere. La differenza è un fatto ed è un bene».

Mio figlio e la Luna

Eppure il femminismo contemporaneo, boldrinesco verrebbe da dire, va in un’altra direzione. «Intendiamoci», continua la scrittrice, «io concordo che non ci siano mansioni specifiche per uomini e donne. Solo vengono svolte in maniera diversa. Purtroppo resto dell’idea che un certo desiderio di uguaglianza e cosiddetta emancipazione rivendicato dal femminismo ci abbia fregato. Ci conviene davvero lavorare così tanto, stando fuori di casa dieci ore al giorno e non riuscendo più a fare le mamme? Purtroppo spesso oggi le donne non hanno scelta perché per mandare avanti una famiglia servono due stipendi. Ma non scambierei mio figlio con l’esperienza di andare sulla Luna, perché un figlio è un’opera unica, vale più della Cappella Sistina, e solo alle donne è data l’esperienza di essere co-creatrici di Dio. Con che cosa vogliamo davvero barattare questa occasione? Ci hanno convinte che lavorare tanto quanto gli uomini fosse emancipazione, ma per me resta una fregatura». Al contrario, «questa società sempre più sterile ha bisogno della donna disponibile ad essere madre e a generare. Se oggi si fanno pochi figli non è tanto per i soldi, perché mia nonna in tempo di guerra di figli ne ha fatti quattro e non sapeva neanche se sarebbe riuscita a dare loro da mangiare. È un fatto culturale e quello che io faccio, attraverso libri e incontri, è dire a tutte le donne: non fatevi fregare. Ci vuole la sorellanza, insomma».

Il rifiuto del limite
Questa visione non va per la maggiore. In Francia, con la benedizione del ministero dell’Uguaglianza tra uomini e donne di Emmanuel Macron, è appena stato dato alle stampe dalla casa editrice Hatier un manuale per le elementari redatto con “scrittura inclusiva”. Il metodo prevede la radicale modifica della sintassi e della grammatica francesi al fine di «smettere di rendere invisibili le donne». È stato ad esempio scomposto il plurale, che utilizza il maschile anche per designare quei gruppi all’interno dei quali ci sono sia uomini che donne, inserendo dopo la radice della parola il suffisso maschile e quello femminile separati da un punto a mezza altezza. Al posto dei candidati, ad esempio, si trova scritto “i candidat·e·i”. Il risultato è un libro zeppo di frasi di questo tipo: «Grazie agli agricoltor·e·i e agli artigian·e·i e ai commerciant·e·i la Gallia era un paese ricco».

È questo un femminismo che aiuta le donne secondo Miriano? «No, questa è solo una follia. Per me tutto ciò che viene imposto dall’alto con lo scopo di cambiare il pensiero è molto inquietante. Vedere all’opera la polizia del pensiero fa venire i brividi. Io credo che alla base di quest’ansia di cancellare ogni differenza, di appiattire tutto, di eliminare ogni appartenenza ci sia il rifiuto del limite. L’uomo è limitato fin dalla nascita: nasce in un determinato paese, in un popolo preciso, con una storia particolare e caratteristiche anatomiche prefissate. Questo è insopportabile per l’uomo moderno che si è ribellato a Dio, che ha rifiutato il suo essere creaturale e che vuole autodeterminarsi in tutto». Miriano si ferma, riflette un attimo, poi conclude: «Scusi, mi sono presa la libertà di una digressione. Ora torno a tagliare le cipolle, devo finire di preparare la cena per la mia famiglia. Si può ancora dire o alimento troppi stereotipi?».

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