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C’era una volta in America

settembre 1, 2017 Mario Farneti

La cattiva (e ridicola) coscienza dei nemici di Colombo. E noi, che abbiamo il gusto della contraddizione, vi raccontiamo la storia di Stand Watie, generale sudista e cherokee

1,000 Ministers March in Washington, DC

C’era una volta in America: il rispetto per la storia, per le sue contraddizioni, le sue miserie e le sue grandezze spesso tragiche. A cominciare dal rapporto con i nativi pellirosse, sul cui sangue s’è innestato il ceppo anglo-europeo. Anzi, a cominciare da Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, senza i quali gli Stati Uniti d’America non sarebbero quel che sono (o quel che avrebbero potuto essere) né si chiamerebbero come si chiamano. Per farla breve: l’America non è più il nuovo mondo perché sta diventando un mondo nuovo e incognito, un altro mondo irriconoscibile. Una lancinante ferita la taglia a metà: da una parte il revanscismo wasp e maggioritario nelle urne, che trova il suo culmine nella Casa Bianca occupata da Donald Trump; dall’altra parte il nostalgismo liberal minoritario nel paese ma dominante nel mondo mediatico, che soffia sulle braci rivendicative dei neri e sta trasformando i suoi devastanti sensi colpa nel combustibile di un sabba spettacolare: il rogo della memoria. È così che, lì dove il potere liberal sopravvive e si fa monopolio della violenza, stanno cadendo come mosche le statue sudiste insieme con le ragioni di una riconciliazione nazionale dalla guerra civile ottocentesca data per scontata in quasi due secoli di pax americana. I suprematisti bianchi si riaffacciano dai tombini della damnatio memoriae a Charlottesville? Ecco che i loro legittimi nemici reagiscono imitandone le movenze ridicolmente anacronistiche. Cose da pazzi.

E siccome follia retroattiva chiama altra follia, non paghi di processare le statue del fascista Italo Balbo, oggi i demolitori liberal schiantano la loro feroce crisi d’identità su Cristoforo Colombo, le cui effigi vengono distrutte a Yonkers, Detroit, Baltimora, Lancaster, Columbus, San José, mentre il sinistrissimo sindaco di New York, Bill De Blasio, precipita il monumento di Columbus Circle nella lista dei totem da abbattere, in quanto “discriminatorio”. L’iperbole s’impenna fino a raggiungere vette di censura al limite del settarismo, e nel mirino dei cecchini politicamente corretti finisce il Columbus Day che dal 1937 ricorre ogni secondo lunedì di ottobre. Abolito a Oberlin (Ohio), cancellato a Los Angeles Al suo posto è prevista la “Indigenous and Native People Day”, festa delle popolazioni native.

Ora, premesso che anche qui siamo favorevoli alle cause dei nativi di ogni latitudine, c’è da chiedersi come minimo per quale ragione Colombo (che ha scoperto Cuba e non gli Stati Uniti) non possa coesistere con i pellirosse. E siccome abbiamo il gusto della contraddizione, pubblichiamo qui sotto un magnifico articolo nel quale si celebra il capo dei Cherokee Braves, l’ultimo generale sudista ad arrendersi alle truppe del nord abolizionista, un nativo fatto e finito in gloria che combatté nel fronte sbagliato e detestato da chi proprio adesso si serve della sua etnia per vilipendere la verità della storia. Un omaggio all’insensatezza. Ma la storia, si sa, è più resistente delle opinioni, delle cattive coscienze, del fanatismo cieco e delle sregolatezze moderne (alessandro giuli)

stand-watie

La furia iconoclasta dei perbenisti americani contro le icone “politicamente scorrette” dei soldati del Sud sta prendendo la connotazione di una pulizia etnica intrapresa a posteriori quando già la Guerra Civile terminata il 9 aprile 1865 con la resa del generale Lee ad Appomatox appartiene alla storia remota degli Stati Uniti. In questa mattanza di statue, gli americani procedono per luoghi comuni attribuendo ai due schieramenti semplificazioni infantili (ma spesso gli americani lo sono…) di “cattivo” e di “buono”. Naturalmente i “buoni” furono i nordisti, portatori di valori non negoziabili come l’antirazzismo. I nordisti, infatti, combattevano per l’abolizione della schiavitù mentre il Sud si opponeva. Ma è poi vero? Non del tutto perché ben quattro Stati che aderirono all’Unione rimasero per tutto il corso della guerra apertamente schiavisti: Delaware, Kentucky, Maryland, Missouri. Al contrario, tra i generali sudisti spicca – caso unico in entrambi gli schieramenti – la figura di un pellerossa; il generale di brigata Stand Watie (Degataga Oo-Watee) appartenente alla tribù Cherokee, l’ultimo comandante confederato ad arrendersi all’Unione e che all’Unione creò non pochi grattacapi a causa delle sue imprese belliche.

Ma come avvenne che un pellerossa appartenente a una genia di “selvaggi” potesse riscuotere la fiducia del governo del presidente sudista Jefferson Davis, per definizione razzista e intollerante?

Stand Watie nacque nel 1806 a Oothcaloga, in territorio Cherokee, vicino alla città di Rome in Georgia. Il nome che assunse da adulto non è altro che la traduzione inglese del suo nome Cherokee Degataga che significa “lui sta in piedi” (Stand) con quello del padre (Oo-Watee).

Istruito presso la scuola dei Moraviani, Stand Watie inizia la carriera come giornalista part-time scrivendo sul Cherokee Phoenix articoli in lingua inglese e cherokee.

Dopo la guerra che imperversò per molti anni tra le fazioni della nazione Cherokee e in cui persero la vita alcuni membri della sua famiglia, il futuro generale si trasferì nel 1837 nella nuova terra assegnata dal governo americano ai Cherokee, situata più a ovest, nell’attuale Oklahoma, precisamente a Honey Creek. Nel frattempo era divenuto capo dei Cavalieri del Circolo d’Oro (Knights of the Golden Circle o K.G.C.), una setta che si opponeva all’abolizionismo.

Allo scoppio della Guerra Civile, come proprietario di una piantagione a Spavinaw Creek e padrone di molti schiavi, aderì all’Esercito Confederato.

Fu nominato colonnello il 12 luglio 1861 e reclutò un reggimento di cherokee. Quando il grande capo dei Cherokee John Ross firmò un trattato di alleanza con il Sud, gli uomini di Watie furono organizzati nel Reggimento Fucilieri a Cavallo Cherokee (1st Cherokee Mounted Rifles) e i suoi membri passarono alla storia come i Cherokee Braves. Nell’agosto 1862, Ross fuggì dal Territorio Indiano consentendo a Watie di essere eletto capo dei Cherokee Confederati.

stand_watie-01Stand Watie non fu solo una figura pittoresca della Guerra Civile ma anche un combattente indomito e un abile stratega. Ottenne infatti numerose vittorie contro gli unionisti: a Oak Hills del 10 agosto 1861, respinse i nordisti, salvando il Territorio Indiano dall’invasione. Nella battaglia di Chustenahlah, combattuta il 26 dicembre 1861, i Cherokee Braves misero in fuga le truppe nordiste e trasferirono i prigionieri in Kansas.
Sebbene il suo reggimento non fosse autorizzato a uscire dal Territorio Indiano, Stand Watie non esitò a varcarne i confini per andare in Arkansas nella primavera del 1861 a opporsi all’invasione nordista.
A Pea Ridge, tra il 6 e l’8 marzo del 1862, riuscì a catturare una batteria di artiglieria unionista operante a Elkhorn Tavern.
In molti altri episodi il Reggimento Fucilieri a Cavallo Cherokee si confrontò con le truppe del Nord: a Cowskin Prairie nell’aprile 1862, Old Fort Wayne nell’ottobre 1862, Webber’s Falls nell’aprile 1863, Fort Gibson nel maggio 1863, Cabin Creek nel luglio 1863, Gunter’s Prairie nell’agosto 1864.

Nominato generale di brigata, Watie conseguì due prestigiose vittorie: catturò, il 15 giugno 1864, sul Fiume Arkansas, la nave unionista a vapore “J. R. Williams” con un carico del valore di 120.000 dollari: un’impresa passata alla storia come l’unica battaglia navale combattuta in Oklahoma.

Il 19 settembre 1864, durante la seconda battaglia di Cabin Creek, fu la volta di un treno merci di rifornimenti, tra cui una grossa partita di divise militari, del valore di 1,5 milioni di dollari destinato ai nordisti. In quell’occasione sua moglie (una delle quattro che sposò) gli scrisse: “Pensavo di mandarti qualche vestito, ma hai fatto bene a non aspettarmi”.
La carriera militare di Stand Watie si concluse con la resa alle truppe unioniste il 23 giugno 1865, ma merita di essere sottolineato che fu l’ultimo generale sudista a cedere le armi e che se il Sud fu sconfitto non fu certo per causa sua.

Finita la guerra, come un novello Cincinnato, si liberò della divisa e tornò a vivere nella vecchia casa sull’Honey Creek da privato cittadino, disdegnando gli onori che avrebbe meritato. Passò a miglior vita il 9 settembre 1871. La sua tomba, sormontata da un obelisco, è ospitata in un cimitero di provincia, il Polson Cemetery nella cittadina di Grove in Oklahoma, mentre un busto a lui dedicato si trova ad Anadarko, nello stesso Stato. Niente di più, ma forse per gli americani benpensanti è troppo anche questo e qualcuno tra loro starà già pensando di cancellare le sue modeste memorie.

Foto Ansa – internet

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