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Silvo Krčméry è morto. Ha tenuto in vita la Chiesa slovacca durante il comunismo

settembre 14, 2013 Angelo Bonaguro

Si è spento nel suo piccolo appartamento di Bratislava a 89 anni Silvo Krčméry, una delle personalità più carismatiche della Chiesa slovacca «clandestina» durante il comunismo. Nato il 5 agosto 1924 a Trnava in una famiglia della piccola borghesia, da bambino è «un monello famoso» che «giocava a calcio per la strada». A 17 anni è affascinato dai gesuiti che si coinvolgono con i giovani, organizzano circoli letterari, gite, proiezioni di film. Iscrittosi alla facoltà di medicina a Bratislava, continua l’approfondimento del cammino di fede, lo interessano i destini della Russia e dei greco-cattolici, e con alcuni amici fonda un gruppetto che si ispira alla figura di Pier Giorgio Frassati: «Volevamo essere come lui: fedeli allo studio, lieti nella vita comunitaria, responsabili di quanto accadeva nella società».
Nel 1943 stringe una profonda amicizia con Vlado Jukl, coetaneo conosciuto in occasione dell’arrivo di padre Kolakovič in fuga dalla Jugoslavia che, sull’esempio della Gioventù Operaia Cristiana, svolge apostolato fra gli studenti e li prepara mettendoli in guardia dal pericolo comunista.

Nel febbraio del 1945 i tedeschi cominciano a ritirarsi, ormai la guerra volge al termine, e i due giovani amici, «a cavallo di un’unica bicicletta» rientrano con i partigiani a Bratislava. Si trasferiscono a studiare a Praga, dove li chiamano «i fratelli apostolici». Silvo ottiene una borsa di studio che lo porterà a Parigi, finché nel maggio del 1948, mentre in Cecoslovacchia si instaura il regime comunista, si laurea in medicina e va a lavorare in ospedale. Quello che durante gli incontri di Kolakovič era sembrato un gioco, nel giro di pochi anni diventa dura realtà: dopo il colpo di Stato comunista, la Chiesa subisce restrizioni e qualsiasi attività missionaria è considerata illegale. Così nel gennaio 1950, iniziata la leva militare, Silvo viene arrestato. Durante i lunghi mesi di carcere istruttorio dove è interrogato anche con metodi violenti, offre le sue giornate secondo un «programma settimanale»: il lunedì per i malati e i medici, il martedì per il mondo del lavoro, poi per la scuola, per la conversione della Russia, fino alla domenica «dedicata» al papa e ai sacerdoti. Il 24 giugno del ’54 il tribunale lo condanna a 14 anni di carcere. Memorabile la sua replica che fa arrossire di vergogna i giudici: «Voi avete il potere, ma noi abbiamo la verità. Non siamo invidiosi di voi e non desideriamo il potere, ci basta la verità». Chiederà di essere trasferito dall’infermeria tra i detenuti che lavorano in miniera, per poter incontrare l’umano con tutti i suoi limiti e bisogni. Nell’ottobre del ’64 viene rimesso anticipatamente in libertà: non ho commesso alcun reato – dice – voglio star qui fino alla fine a meno che non riapriate il caso e non emerga la verità. Lo sollevano di peso e lo accompagnano alla porta…

Rientra a Bratislava, ma il primo impatto è negativo: «Quando sono andato a messa, mi è venuto da piangere: per questo siamo stati dentro? C’erano solo le vecchiette, nessun giovane». Quando torna in libertà anche Vlado (che diventerà sacerdote), i due amici vorrebbero riprendere il servizio alla Chiesa ma «in due non si poteva far molto, sarebbe stato meglio avere una comunità di amici». Con cautela, coinvolgono alcuni giovani: «Parlavamo della fede, andavamo a fare gite, a sciare… Piano piano si tesseva la rete: gli studenti, tornando a casa, portavano questa proposta in tutto il paese». Nascono i numerosi gruppetti della comunità «Fatima» che sosterrà «clandestinamente» la Chiesa con modalità simili a quelle dei religiosi oblati, senza dimenticare l’originale intento missionario verso la Russia: gli slovacchi possono viaggiare in URSS come turisti e introdurvi letteratura religiosa e allacciare contatti con minori complicazioni rispetto ai cristiani occidentali.
Negli anni Ottanta la comunità pubblica riviste samizdat, raccoglie firme per la libertà religiosa, aiuta a organizzare i pellegrinaggi come nell’84 a Šaštín, il santuario nazionale, quando il dottor Krčméry prolunga il ricovero ospedaliero del tremebondo parroco in modo che si possa svolgere un’adorazione notturna «informale» senza nessuno che rompa le uova nel paniere…
Silvo, pur non essendo un religioso, è punto di riferimento per moltissimi giovani, ai quali chiede un rapporto sincero e serrato: «Sono contento di esserti di ispirazione se faccio qualcosa di buono, ma se vedi che faccio qualcosa di sbagliato, ti scongiuro di dirmelo!».
Dopo l’89 Silvo si dedica ai drogati e agli alcolisti, considera le persecuzioni del passato utili alla maturazione personale, «senza la quale un uomo non può essere cristiano». Negli ultimi anni è costretto a letto, eppure sono centinaia le persone, giovani e meno giovani, che passano a trovarlo e partecipano alle messe celebrate nella stanzetta al secondo piano. È splendido vedere come questo vecchietto malato, quasi incosciente abbia il dono di raccogliere attorno a sé la comunità cristiana, di far pregare e di insegnare la bellezza di quei canti che non si è stancato di ripetere fino all’ultimo filo di voce: dai canti tradizionali slovacchi a quelli russi o latini, all’intramontabile Mamma di Beniamino Gigli, la sua preferita.

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