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Polemica in Cina sul ristorante «vietato a giapponesi, filippini, vietnamiti e cani»

febbraio 28, 2013 Leone Grotti

La storia si ripete ma a parti invertite. «Questo negozio non serve giapponesi, filippini, vietnamiti e cani». Il cartello è stato esposto all’entrata di un ristorante di Pechino, che vieta l’ingresso, oltre ai cani, ai cittadini di quei paesi che si trovano in disputa con la Cina per il possesso di alcune isole nel Mar cinese. La Cina, infatti, contende al Giappone le isole Senkaku/Diaoyu, alle Filippine lo Scarborough Shoal e al Vietnam le isole Paracel e Spratly.

«NON SONO PENTITO». Accusato di razzismo, il proprietario ha deciso di togliere il cartello «perché mi ha creato un sacco di problemi» ma «non sono affatto pentito» afferma al South China Morning Post, «però ho ricevuto troppe telefonate». Il signor Wang, gestore della ristorazione, si è detto anche stupito di avere attirato così tanta attenzione: «Forse la gente non ha capito il significato del cartello, dice solo che io non servo clienti di questi paesi».

VIETATO AI CANI E AI CINESI. La storia si ripete, si diceva, perché ricorda lo storico astio con i giapponesi invasori e il periodo in cui la Cina è stata colonizzata da inglesi e francesi, i cui negozi vietavano l’entrata «ai cani e ai cinesi». Nel 1932 Shanghai contava circa 3 milioni di abitanti ed era divisa in tre: la Concessione internazionale, che univa quella inglese e americana, la Concessione francese e i sobborghi cinesi separati tra loro dalle Concessioni nelle quali vivevano 25 mila giapponesi, 9500 inglesi, 3 mila americani e 3 mila tra francesi e tedeschi.

BRUCE LEE. È diventato famoso il cartello che, secondo alcune voci popolari ma senza riscontri storici, era stato posto all’entrata del parco di Shanghai: «I cani e i cinesi non possono entrare». Questo cartello, usato moltissimo dalla propaganda comunista, è stato addirittura inserito in uno dei film più famosi di Bruce Lee, “Dalla Cina con furore”.

PARTI INVERTITE. Gli scontri con i paesi del Sudest asiatico che contendono, quasi sempre a ragione, territori alla Cina stanno diventando sempre più pesanti dal punto di vista militare e delle dichiarazioni. Se Giappone e Cina fanno a turno a pattugliare le isole con la Marina e l’Aviazione, le Filippine hanno deciso di ricorrere all’Onu per dirimere i problemi con il paese comunista. Ecco perché vietnamiti, giapponesi e filippini si sono infuriati vedendo la foto del cartello esposto, la classica goccia che fa traboccare il vaso. Ieri la scritta c’era ancora ma oggi è stata rimossa anche se il gestore Wang ha affermato di «non avere ricevuto nessuna richiesta dagli ufficiali» del Partito comunista. Lo stesso razzismo infamante che gli uomini di Mao combattevano, infatti, ora viene riproposto e (in silenzio) approvato per fomentare il nazionalismo tra i cinesi.

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