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Josef Zvěřina, il sacerdote dell’Est amato da don Giussani

giugno 11, 2013 Angelo Bonaguro

Cent’anni fa in un paesino sperduto a cavallo tra Boemia e Moravia nacque padre Josef Zvěřina (1913-1990). Sacerdote, teologo e storico dell’arte, trascorse 14 anni (dal 1952 al ’65) nelle carceri comuniste, vivendo questo periodo «con solennità, come una missione».
Durante la Primavera di Praga fu collaboratore dell’Opera di rinnovamento conciliare, si dedicò all’educazione religiosa dei fedeli e dei religiosi. Poi fu costretto ad uscire di scena dopo l’invasione sovietica, ma paradossalmente questo fu l’inizio di un nuovo periodo di fecondità: si dedicò, nella clandestinità, alla preparazione spirituale e culturale dei fedeli, nel samizdat presentava le vicende della Chiesa universale, e allacciava contatti con alcuni cristiani dell’Occidente ai quali dedicò una famosa Lettera, ripresa più volte in Italia anche da don Luigi Giussani. Grazie alla sua capacità di leggere nel profondo degli animi, e alla sua visione della teologia come agape fraterna, si accattivò le simpatie dei non credenti, e il suo amore per la libertà lo spinse a sottoscrivere la dichiarazione programmatica dell’iniziativa civile Charta 77.
Per don Josef il cattolicesimo deve essere «magnanimo», non sopportava il bigottismo e la meschinità, convinto che la Chiesa debba avere «un cuore nuovo, ampio, spalancato come il cuore di Cristo sul Calvario trafitto dalla lancia del soldato».

Alla metà degli anni ’70 fu uno dei pochi sacerdoti che girava la Cecoslovacchia tra i gruppi semiclandestini di studio del cristianesimo. Nel corso degli anni le comunità si moltiplicarono e fu necessario suddividersi l’impegno: Zvěřina seguiva due gruppi ogni week-end, il primo dal venerdì sera al sabato e il secondo di domenica. Preparava un testo conciso con i punti da toccare, poi la lezione si arricchiva con i contributi dei presenti. «La teologia dell’agape – scrisse dopo l’89 –  è nata dalla gioia, ci hanno lavorato i miei uditori, la nostra comunità, i miei amici qui e altrove e molti collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita (Fil 4,3)».
Essendo dei corsi veri e propri, c’erano anche gli esami: «Lui era formidabile – ricorda una sua allieva, – ma durante gli esami era severo. E guai a recitare tutto a memoria! Josef chiedeva come lo avresti spiegato a tizio e caio, ecc. Una volta qualcuno ha suggerito sbagliato e lui gli ha tolto anche l’esame che aveva già dato! Un altro poveretto, oggi sacerdote, ha ripetuto un esame nove volte… Io non ero una studentessa assidua, spesso dovevo aiutare in cucina, e non rimaneva tempo per lo studio. Ma sono grata di aver potuto ascoltare qualcosa anche mentre preparavo da mangiare. Quello che sentivo lo divoravo, era come una sete spirituale, assorbivi tutto come una spugna».

«Ci davamo del tu – ricorda un’altra – eravamo un’unica grande famiglia, parlavamo delle nostre difficoltà, con sincerità e fiducia. Era bellissimo, e Josef condivideva tutto questo con noi». Durante la cena don Josef raccontava ciò che accadeva nella Chiesa universale, in Vaticano e nei singoli paesi, per evitare che il gruppetto si sentisse un’isola felice o si rinchiudesse in una sorta di ghetto religioso. Quando tutti erano presenti, celebrava la messa, fosse anche già tardi o avesse alle spalle un viaggio lungo: era un gesto che rinsaldava lo spirito di tutti. Di mattina presto le lodi, poi la colazione, le lezioni, il pranzo, la siesta e nel pomeriggio la ripresa delle lezioni fino a sera, la messa e infine la cena comune. Don Josef si trovava a suo completo agio in questi ambienti, beveva volentieri una birra, apprezzava il cibo, aiutava a sparecchiare e giocava con i bambini: «Mio papà era una persona semplice, Josef si sedeva con lui e lo ascoltava mentre raccontava della guerra e della prigionia. Parlava con mio papà da pari a pari, che non si sentiva in soggezione mentre stava con il professore: per lui era semplicemente Josef».

Secondo Richard Cemus, già rettore del Collegio Russicum e docente al Pontificio Istituto Orientale, il contributo che padre Josef ha portato alla Chiesa boema è stata «la teologia come vita e la teologia per la vita… Una modalità di vita in cui non si può barare, e soprattutto ingannare se stessi. Da questo è sorta la teologia viva di Zvěřina, una teologia del continuo dialogo con Dio, dal quale attendeva ogni nuovo giorno come un dono. Questa teologia meditata e condivisa nella vita delle famiglie, è il lascito  della “Chiesa delle catacombe”, che Zvěřina ha reso attuale come via per la nostra Chiesa anche nella ritrovata libertà».
La Chiesa per padre Josef era «il Regno di Dio, ma sulla Terra, perciò con i tratti del pellegrino. Non è ancora la compiutezza del Regno dei cieli, ma è la via per arrivarci, perciò si incontrano dei peccatori, ed è per loro che Cristo l’ha stabilita, fondandola sulle persone, deboli e peccatrici, non su santi immacolati o sugli angeli… Il Regno di Cristo è come un granello di senape che durante la crescita assume varie forme verso il suo compimento. La via regale è l’agape, che ha trasformato in roccia un Pietro pauroso, e i discepoli che non capivano li ha trasformati in testimoni e martiri».

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