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Eterologa. A questo punto smettetela di chiamarli “donatori” di gameti, è il mercato che ve lo chiede

novembre 14, 2014 Francesco Ognibene

Come sanno bene i nostri lettori, da settimane (più precisamente: da quando la Corte costituzionale ha deciso di demolire definitivamente la legge 40) i giornali italiani continuano a lamentare che nel nostro paese «mancano i donatori» di sperma e di ovuli per la fecondazione eterologa, e che di conseguenza – visto che in Italia il commercio in questo settore è ancora vietato – ospedali e cliniche per l’inseminazione artificiale sono costretti ad andarli a comprare all’estero. Il cortocircuito era ampiamente prevedibile, come abbiamo ribadito ieri in questo articolo. Ed è un po’ patetico che adesso i fan della provetta invochino in coro la promozione di una cosiddetta “cultura della donazione”. È patetico semplicemente perché non si tratta di donazione. Punto.

Lo spiega in maniera perfetta l’editoriale di Francesco Ognibene che appare oggi su Avvenire, del quale riportiamo uno stralcio (qui il testo integrale): 

(…) Evocare il concetto di dono quando si parla di reperimento di gameti per la fecondazione eterologa è un’operazione che ha in sé una contraddizione. Il figlio è frutto di un dono che ha la sua origine intoccabile nell’amore reciproco tra un uomo e una donna, madre e padre. È questa la forma pura del dono, il suo prototipo, del quale abbiamo tutti esperienza personale: sappiamo che cos’è, anche senza saperlo nominare. La nuova vita prende forma dalla materia prima maschile e femminile, i gameti, che materializzano il dono di sé a un altro. Un dono a tal punto totale da essere in grado di dar vita a un nuovo uomo, destinato a restare come suo segno, anche nei caratteri somatici. Questa è la nostra natura, e chi cerca di alterarla finisce per doverci sempre fare i conti. Prova ne sia che finalmente si comincia (timidamente…) a prendere atto che in Italia nessuna donna vuole donare i propri ovociti, e nessun uomo il suo seme, per dar la vita a un bimbo che la tecnica dell’eterologa renderà figlio d’altri ma che resterà per sempre “mio figlio”, per quella metà che proviene da me.

Il senso della filiazione e della maternità-paternità non è un accidente culturale destinato a essere rottamato da mentalità e costumi mutati, ma la struttura più intima della nostra umanità. Di chi siamo figli? Chi abbiamo generato? Impossibile sottrarsi a queste domande, che restano incise nella mente e in ogni nostra cellula. Non c’è campagna d’opinione, sentenza o volontà politica che tenga. Quella dei gameti per l’eterologa non è e non può essere donazione – se non in casi assolutamente singolari – ma commercio: se vuoi un ovocita, o una provetta di seme, devi pagare. Solo una congrua retribuzione, e uno stato di necessità, possono silenziare (per quanto tempo, e quanto profondamente, non sapremo mai) la voce che sgorga dalla piega più intima del nostro essere.

Dopo i primi proclami, in Toscana – l’avanguardia delle Regioni pro-eterologa – hanno preso atto che nessuno “dona” quel che dà la vita a un figlio: per soddisfare la domanda, alimentata dall’irresponsabile concetto che il figlio sia un «diritto incoercibile» (nemmeno fosse una proprietà), si deve importare dall’estero, pagando 2.800 euro per ovocita e 400 per campione di sperma. Questo dice il mercato. Non chiamatelo dono. Mai più.

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5 Commenti

  1. Sebastiano scrive:

    Oh oh, iniziano a venire a galla le questioni di portafoglio. Come ampiamente previsto.

  2. Valentina scrive:

    Condivido pienamente il contenuto di questo articolo. Ho già potuto vedere cosa accade quando si pretende un figlio ad ogni costo. Il caso degli embrioni scambiati all’ospedale Pertini è esemplare: la “giustizia” italiana ha “rimediato” all’errore dell’ospedale con una sentenza disumana, togliendo per sempre i bambini ai loro veri genitori per affidarli a due persone che con loro non hanno nulla a che fare. Immagino i problemi che ci saranno quando i due gemellini, diventando ragazzi, cominceranno ad accorgersi che in “famiglia” non somigliano a nessuno, né ai “genitori” né ai “parenti”. Solo loro diversi da tutti. E allora ci saranno i primi problemi. La vera giustizia avrebbe affidato quei neonati ai veri genitori, identificati inequivocabilmente dal DNA, che oggi permette di trovare persino i colpevoli di delitti che un tempo sarebbero rimasti irrisolti. E immagino la disperazione che per tutta la vita accompagnerà i disgraziati genitori ai quali la “giustizia” non ha permesso nemmeno di vedere i loro figli, di dare loro nome e cognome. Tutto questo mentre gli altri due “genitori” (di chi?) gongolano nella loro felicità ingiusta, senza nessun pensiero per la crudeltà disumana con cui si sono appropriati di due figli non loro. Per tornare all’articolo, io sono sempre stata contraria alla fecondazione eterologa e non sono certamente disponibile ad aiutare nessuna coppia a concepire un figlio che per metà sarebbe mio. Un figlio mio non lo regalo a nessuno. Mi dispiace tanto per chi non può avere figli, ma “il figlio ad ogni costo” per me non è un’idea valida e si è visto a quali mostruosità può portare.

    • beppe scrive:

      cara vale, quasi quasi non ti riconosco più. allora è solo questione di denaro – cara lena – e tutti quei paesi EVOLUTI dai quali dobbiamo andare a lezione, hanno già codificato la COSIFICAZIONE di quel che c’è di più prezioso e intimo. vuoi vedere che siamo rimasti tra i pochi paesi a difender con le unghie e identi questo tesoro prezioso. alla faccia di quei maiali della corte costituzionale e del porco tesauro.

  3. giuliano scrive:

    chiamiamo con il dire pane al pane, questo è il mercato della fattrici, ovvero delle vacche che a pagamento vengono inseminate per produrrre. Questo è un mercato in cui i compratori sono sempre radicali di sinistra (con molti soldi ) e le fattrici sono povere donne sfruttate e prese per disperazione a causa della povertà. Ma con i porci di cui sopra faremo presto i conti

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