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Elogio della censura

febbraio 1, 2012 Rodolfo Casadei

A detta di alcuni che l’hanno vista, la rappresentazione “Sul concetto di volto di Dio” è una fantozziana corazzata Potemkin, un dramma senza pathos, una provocazione tutta mediatica per fare il pieno al botteghino. «Si tratta a mio avviso di un’opera mediocre, con un testo ripetitivo e molto povero, senza movimento né dinamismo», ha scritto su Repubblica Vito Mancuso. «Se un limite lo spettacolo in scena ce l’ha», ha commentato Davide Rondoni su Avvenire, «è appunto il limite di rappresentare poco e “male” l’uomo, non Gesù. (…) Più che una bestemmia a Dio o a Gesù, Castellucci offre una rappresentazione piatta dell’uomo». E il poeta Guido Oldani rincara la dose: «Ai tempi di Testori c’era l’intelligenza di un grande scrittore, il teatro si chiamava Pierlombardo ed inoltre un attore del calibro di Franco Parenti. È un po’ malinconico ricorrere a questi stratagemmi, senza rischiare le carotidi, per tentare di forzare l’anonimato che alla fine, mi si permetta la facile profezia, la farà da padrone».

Del resto anche il primo appello a favore di Romeo Castellucci, asseritamente minacciato di censura, non ne faceva una questione di eccellenza artistica da preservare. Infatti esordiva: «I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico. Ma quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione». Ecco, alla fine i più accorti degli apologeti di Castellucci (quelli in grado di valutare la mediocrità artistica del suo prodotto) si sono trincerati dietro l’argomento della censura, che andrebbe sempre evitata perché la «libertà dell’espressione artistica» rappresenterebbe «un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile».

Il punto è proprio questo, e il modo in cui firmatari l’hanno posto dimostra l’estremismo della loro posizione. Ogni libertà umana conosce limiti: ci sono leggi e consuetudini che assegnano sponde e confini al nostro libero arbitrio. Una libertà illimitata è una contraddizione in termini, perché, come sintetizza mirabilmente Tomaso d’Aquino, «ciò che non ha limiti, non ha forma». La libertà del singolo si dà sempre in un contesto, è all’interno della storia, ha a che fare con quella di altri individui e con la società in generale. Una libertà senza vincoli non è libertà, ma caos, anarchia, legge del più forte imposta al più debole. Il liberale John Locke ha riassunto la questione spiegando che la libertà di un individuo incontra un limite nella libertà di un altro individuo. E nella famosa intervista “Contro la televisione” Karl Popper si scaglia contro i “professionisti della televisione” con parole pesanti: «Tutti coloro che invocano la libertà, l’indipendenza o il liberalismo per dire che non si possono porre delle limitazioni ad un potere pericoloso come quello della televisione, sono degli imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza educando alla violenza». Nello stesso solco di queste considerazioni si colloca il comunicato dell’arcidiocesi di Milano sulla pièce teatrale: «Invitiamo a considerare che la libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale».

Tutto ciò legittima e riattualizza il tema della censura, compattamente (quasi) demonizzato ed esecrato dagli artisti di oggi. Ma se tutte le libertà si danno dentro a procedure, limiti e forme, perché solo agli artisti dovrebbe essere concesso di disporre di una intrinsecamente contraddittoria (Tomaso d’Aquinio) libertà assoluta? La mia libertà di arricchirmi è limitata dall’obbligo di pagare in tasse una parte di quel che guadagno, la mia libertà di espressione è limitata dalle leggi che proteggono i miei interlocutori dalle mie ingiurie, diffamazioni, intimidazioni, vilipendi, ecc., la mia libertà politica è limitata dalle leggi che mi vietano di perseguire i miei obiettivi con la lotta armata o con l’aggressione fisica ai danni dei miei avversari, la mia libertà religiosa è limitata dalla libertà di coscienza di chi non condivide il mio credo e il venerdì di Quaresima mangia davanti a me un cosciotto di maiale mentre io digiuno, e così via. Anche la libertà d’espressione dell’artista dovrà dunque essere normata, cioè limitata, come lo sono tutte le libertà.

E in realtà anche alcuni di loro concordano con questa necessità, come Oldani che ha detto: «Esiste il problema della censura? Il troppo di tutto e il troppo di brutto che c’è stato proposto in questi anni rilancia l’argomento». Se ancora il concetto non è chiaro, a uso e consumo di tutti coloro che in nome dell’antifascismo e della lotta contro l’intolleranza, l’integralismo e l’oscurantismo hanno raccolto appelli in difesa della pièce di Romeo Castellucci o organizzato presìdi nei pressi del teatro Parenti convinti di dover sventare incursioni di facinorosi, proviamo a fare un discorso molto pratico. Se al posto del volto di Cristo un drammaturgo avesse scelto di imbrattare di merda (perché di questo si tratta, al di là di tutte le pietose bugie castellucciane smentite da incontrovertibili filmati e testimonianze di spettatori) una gigantografia recante l’immagine di un deportato dei campi di Auschwitz, oppure del cadavere di un partigiano trucidato dai nazifascisti, oppure del corpo piagato dall’Aids di un omosessuale, oppure di un cagnolino vivisezionato, e per di più avesse deciso di far apparire in concomitanza la scritta “tu NON sei mio fratello”, come pensate avrebbero reagito registi, attori, sceneggiatori, critici teatrali, assessori alla cultura, intellettuali e giornalisti nonché militanti antifascisti? Avrebbero i vari Moni Ovadia, Tonino Guerra, Gabriele Lavia, Tito Boeri, Giulio Giorello, ecc. reagito invocando tolleranza e piena libertà di espressione per l’artista? Avrebbero definito gli aspiranti censori dell’ipotetico artista “mostri”, “fanatici”, “invasati”, gente che agisce “come il diavolo”, come si sono sentiti liberi di fare registi e attori reggiani autori di un appello pro-Castellucci nei confronti degli oppositori del drammaturgo? Non si riesce a crederlo nemmeno per un momento. E allora ecco che, se non si vuole continuare a sprofondare nell’ipocrisia e nel doppiopesismo, bisogna ricominciare a porre seriamente la questione della censura.

In un precedente intervento ho già detto che il motivo fondamentale che giustifica, in linea di principio, la censura sulle opere d’arte ancora oggi non è l’esigenza di preservare la divinità dalle offese o di difendere la sensibilità dei credenti che soggettivamente si sentono offesi, ma la necessità di difendere la società tutta intera dalla degradazione della dignità umana che è la conseguenza della blasfemia. Sono le conseguenze sociali, non quelle teologiche, che ci devono preoccupare. La violenza, la distruzione e l’autodistruzione della vita umana, l’alienazione, lo sfruttamento, l’ingiustizia hanno bisogno dell’avvilimento dell’uomo, della sua riduzione a cosa, della destituzione dell’inviolabilità della dignità umana. La blasfemia e più in generale il nichilismo compiaciuto sono, quando vengono spettacolarizzati attraverso le arti visive, patogeni, sia in senso morale che in senso clinico. Generano patologie sociali come l’indifferenza, l’inimicizia, la sociopatìa, l’aggressività fino al delitto. Ma generano anche patologie in senso clinico: un amico psichiatra mi diceva recentemente che spettacoli come quelli di Castellucci inducono depressione: «Aumenteranno i casi di depressione e cinicamente posso pensare che forse avrò più clienti», mi ha detto. Non stento a crederlo: personalmente ho risposto di “no” a chi mi voleva far assistere allo spettacolo non per motivi religiosi, ma proprio per proteggere la mia salute mentale da inutili influenze depressive. La controprova della giustezza della mia scelta l’ho avuta scoprendo che amici in condizioni di depressione clinicamente diagnosticata che hanno assistito allo spettacolo l’hanno vissuto in termini di empatia, trovandolo realistico e coincidente con loro esperienze.

Ma c’è un’altra, importantissima ragione, per la quale sarebbe utile rialzare le palizzate della censura nell’ambito delle arti visive: per migliorare la qualità dell’arte e degli artisti. L’abolizione quasi totale della censura ha fatto male all’arte e agli artisti. Le opere d’arte sono diventate sempre più brutte, nichilisticamente orientate, intrinsecamente violente e stupidamente provocatorie. Gli artisti hanno perso la loro dignità morale: sono diventati eccessivamente bugiardi, goliardi, pigri e ladri o come minimo ricettatori. Il giudizio è molto duro, ma gli esempi che lo suffragano sono numerosi. Partiamo dai più recenti. Romeo Castellucci reagisce con veemenza a quanti lo accusano di versare liquame di feci sul volto del Salvator Mundi nel corso del suo spettacolo, li fa passare per falsari e provocatori; poi si scopre che il mendace è lui: qualificati spettatori confermano che la somiglianza fra il liquido che scende sul volto di Cristo e la merda liquefatta dell’anziano incontinente è perfetta, e spunta fuori un video di due anni fa dove il regista dice che lo spettacolo vuole «in un certo senso illuminare la merda con la luce divina, ma anche gettare la merda sul volto di Dio».

Nessun apologeta di Castellucci (a mia conoscenza) ha commentato lo sputtanamento del loro beniamino, gli è stato concesso di farla franca senza nemmeno una spiegazione. Negli stessi giorni abbiamo assistito sulla stampa a un dialogo a distanza fra due milionari, il cantante Adriano Celentano e l’artista Maurizio Cattelan sul significato della canzone “Chi non lavora non fa l’amore”, che si è concluso con l’abiura da parte di Celentano del significato originario della canzone: non più inno contro i troppo numerosi scioperi, ma ammonimento ai padroni. Poche settimane prima si era scoperto che il milionario dal cuore tenero (musicalmente) per gli operai Cattelan è stato sospettato di essere un ladro o un ricettatore, perché sono apparse al museo Guggenheim di New Yok, sotto forma di opere d’arte, targhe in ottone di professionisti scomparse nella città di Forlì proprio nel periodo in cui ci viveva Cattelan, cioè fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Anche in questo caso nessuno ha avuto niente da ridire, che si sappia, nessuno ha fatto causa al maestro per furto o per ricettazione. E che dire, per fare un terzo esempio, di Tonino Guerra, uno dei difensori d’ufficio di Castellucci? Chi non ricorda i suoi spot pubblicitari per i negozi di elettronica UniEuro? (“Gianni, l’ottimismo è il sapore della vita!”). Può un propagandista televisivo di telefonini e lavatrici continuare a impancarsi a coscienza morale della nazione? Sì, se è un artista: nessun suo pari lo criticherà, almeno in pubblico.

Artisti e opere cadono in basso perché è stata loro consegnata una libertà senza rischi e senza forma. Sono come bambini impazziti per il lassismo dei genitori, divenuti discoli pestiferi. Si tuffano nella goliardia e, sotto gli occhi condiscendenti di critici e politici, la trasformano in un’industria culturale multimilionaria. La loro arte ovviamente ne risente, al punto che la maggior parte delle loro installazioni non sono opera loro: ci pensano abili artigiani a tradurre i loro concetti in realtà, loro non si sporcano le mani coi pennelli o con lo scalpello.

Che differenza qualitativa abissale tra le opere di un Caravaggio o di un Goya, realizzate quando la censura della Controriforma o dell’Inquisizione era una realtà con cui fare i conti, e dall’altra parte i papi colpiti dal meteorite o i crocefissi nell’urina degli artisti bambini viziati di oggi! Gli artisti del passato dovevano lottare con la censura per trasmettere il loro messaggio, erano quasi costretti a trattare soltanto temi sacri nelle loro opere, eppure trovavano il modo di realizzare ispirazioni potenti e genuine. I divieti e le costrizioni non soffocavano la loro arte, al contrario: la purificavano, la costringevano al coraggio e al rischio vero. Se non ti bruciava davvero dentro l’ispirazione, stavi fermo. Tutto il contrario di quello che avviene oggi. Immaginate i drammaturghi odierni costretti a organizzare recite clandestine, pittori e scultori costretti a fare i conti con committenti arcigni: qualcosa di prezioso sarebbero costretti a tirarlo fuori. Se ne sono capaci.

Il problema però è: chi ha abbastanza potere e autorità oggi per esercitare credibilmente il ruolo del censore dell’arte? In passato l’ha fatto la Chiesa, più recentemente i governi di ispirazione democristiana o conservatrice in Europa, ma nella società secolarizzata la Chiesa non può più ovviamente ricoprire quel ruolo, e i politici nemmeno, perché non detengono attualmente un potere superiore a quello degli artisti. Non credete a quest’ultima affermazione? Allora provate a chiedervi: a un politico, uno qualunque, sarebbe stato permesso fare pubblicità televisiva e passarla liscia? Sarebbe stato permesso rubare o ricettare oggetti appartenenti a privati cittadini? Cosa sarebbe successo una volta saltato fuori un video che sbugiarda una sua precedente vigorosa dichiarazione? La risposta è che ai politici non sarebbe mai permesso nulla di ciò, o sarebbe fatto pagare caro. I nostri ragazzi viziati, invece, possono permettersi questo e altro, e se qualcuno protesta scendono in campo manipoli di antifascisti pronti a interporre i loro toraci fra gli artisti criticati e i loro oscurantisti critici, tacciati di fascismo. Col bel risultato di far coincidere l’antifascismo con la difesa della licenza di ricoprire di merda il volto di Cristo. Con in giro antifascisti di questo genere, di fascisti non ce n’è più bisogno.

Fatto sta che la censura esiste ancora, esiste eccome. Subdola, quasi invisibile, ma esiste. È la censura a causa della quale la recensione dell’ultimo romanzo di uno scrittore milanese, già scritta e pronta ad essere messa in pagina su Repubblica, è stata tolta all’ultimo momento quando lo scrittore ha annunciato il suo voto a favore di lady Moratti al ballottaggio con Pisapia per la scelta del nuovo sindaco di Milano. È la censura che ha fatto ritardare di oltre trent’anni la traduzione di Karl Popper in Italia, la censura che taglia fuori dalla grande distribuzione cinematografica film come Katyn. Tenete bene a mente che per tutto il tempo che noi ci macereremo nei dubbi chiedendoci come potrebbe e dovrebbe essere un’accettabile censura delle opere d’arte nel secolo XXI, quest’altra forma di censura continuerà imperterrita a funzionare, nel più grande silenzio.

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