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«E Dio c’è in quel pozzo»

giugno 7, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ci sono giorni in cui mi sveglio come dimentica di tutto: di tutto il bene e le cose belle che ho avuto. Succede anche agli altri? Senza che sia accaduto niente di particolare, alzarsi stancamente, desiderando di restare nell’oblio. Trovare tra sé e le persone e le cose più care come un velo opaco, che impedisce di provarne gioia. È accidia forse? “Tristitia boni”, tristezza del bene. Malanno dell’anima, severamente descritto dagli antichi.

Riscuotersi, vestirsi svogliatamente, affacciarsi dal portone di casa, il cane tira il guinzaglio e tu diffidi di questa mattina grigia, quasi d’autunno. Mirare al bar, in crisi di astinenza da caffè; berlo bollente e amaro, che svegli di più. Due passi fino a corso Sempione, il cane che tira più forte, lui per niente accidioso. Un altro caffè? Ci vuole: mette in moto nel cervello rotelle impigrite, schiude gli occhi, come scriveva Manzoni, ancora «tra’ peli» – le palpebre ancora imbrogliate tra le ciglia.

Non è soltanto sonno però, è qualcosa di più radicale: una non voglia, una non affezione alla realtà. Come se fra me e la parte più profonda di me si fosse alzato un diaframma. Mi viene in mente, in mattine come queste, un pensiero di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz che ha lasciato un Diario e delle splendide Lettere. Scriveva Etty a 27 anni, nella Amsterdam occupata dai nazisti: «Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso è coperto da sassi e sabbia: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri».

Un pozzo molto profondo dentro di noi, come un gran lago sotterraneo di acqua pura. E, in quell’acqua limpida, Dio in noi. (Ciò che diceva Agostino: «In interiore homine habitat Veritas», nell’uomo interiore abita la Verità). Non in un irraggiungibile firmamento, ma nel fondo, nel cuore di noi, c’è colui che è «tutto in tutti».

In mattine lente e oppresse come queste mi trovo a ripetermi quella frase di Etty Hillesum, quasi come una preghiera. E avverto bene, polverosi, pesanti, i detriti e i sassi che, come nel letto di un fiume, si sono depositati e formano un muro fra me e la mia acqua viva. «Allora Dio è sepolto». Sepolto nella noia, nell’abitudine, nell’ingratitudine. «Bisogna di nuovo che lo dissotterri». In verità, io non so scavare quella valanga di pietre e polvere. Posso solo domandare che la barriera si apra, e io torni a toccare l’acqua del pozzo.

Il pozzo. Anche la samaritana era accanto a un pozzo, per trarne acqua con fatica. E arriva uno sconosciuto che le offre un’altra acqua: con cui non avrà mai più sete. Stiamo, spesso senza saperlo, accanto al nostro pozzo. A volte assetati, a volte ignari e pigri. Ma quella fonte sorgiva, in profondità, sgorga sempre. Bisogna ostinatamente domandarla, quell’acqua limpida e viva.

Foto Ansa


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