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All’inizio di ogni amore eterno c’è sempre un voto precipitoso

maggio 8, 2015 Annalisa Teggi

Pubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ora il divorzio è diventato breve, ma il matrimonio è sempre stato precipitoso. Il paradosso mi permette di saltare a piè pari le zuccherose formalità, che si usano quando si prende parte a dibattiti che riguardano temi sensibili, quel genere di conversazioni in cui l’etichetta prevede la formula, più astratta che sincera, del “io credo questo, ma rispetto chi crede l’opposto”. Il paradosso non abita nel salotto formale degli intellettuali, ma sul ring dei pugili. E non è detto che il secondo contesto sia più violento del primo.

Il paradosso mi permette di fare una riflessione sulla brevità delle nostre esperienze umane. Si dice «segui l’istinto» ed è un’espressione insidiosa, perché condensa più significati: ci parla sia di gesti veloci perché impulsivi e transitori, sia di gesti veloci perché risoluti e definitivi. Istinto significa a volte impulso, a volte intuizione. Un impulso è fulmineo tanto quanto un’intuizione, ma tra le due cose non potrebbe esserci distanza più abissale. La brevità dell’impulso è simile alla leggerezza della farfalla che va di fiore in fiore, la brevità di un’intuizione è pari all’intensità abbagliante del fulmine.

È emblematico e interessante che la libertà umana debba confrontarsi con queste sfide, cioè debba destreggiarsi e sgranare gli occhi di fronte a cose così simili eppure opposte: la brevità fuggevole di un impulso e la brevità sfuggente di un’intuizione. L’impulsività porta ai divertimenti; l’intuizione, invece, dà avvertimenti. Rifarsi all’etimologia latina ci semplificherebbe la vita e la vista: il divertimento (de-vertere) è l’azione del cambiare direzione, l’avvertimento (ad-vertere) è l’azione di indirizzare l’attenzione verso un centro. Dunque, «seguire l’istinto» è impulso o è intuizione? È entrambe le cose, perché entrambe appartengono alla nostra natura; ma da una parte si svia, dall’altra ci si aggrappa.

La permanenza non è una dote umana; ci è più consono fare esperimenti, tentare qualcosa e poi correggerci, prendere una strada e poi fare inversione a U. E non è sbagliato; noi siamo brevi, perché non siamo perfetti. Eppure, anche la perfezione si manifesta solo brevemente: quando ci passa per la testa una verità abbagliante, essa arriva e scompare in un battibaleno. Per questo, paradossalmente, l’ipotesi di un impegno duraturo può adempiersi solo grazie ad azioni precipitose: solo grazie a una breve illuminazione un uomo può intuire la bellezza di «amare per sempre» una donna; e solo precipitandosi a prestar fede a quest’intuizione può attuarla per tutta la vita. Infatti, ogni riflessione ponderata evidenzierebbe tutta la nostra insufficienza di fronte a un progetto d’amore così gigantesco; altre riflessioni ci convincerebbero che il vero amore non mette vincoli.

Perciò Chesterton s’inchinava ai voti precipitosi, a quei giuramenti eterni che prendono sul serio quei nostri attimi sfuggenti di volontà eroica, quei momenti in cui abbiamo sentito di voler abbracciare il bagliore di un bene che sia pieno, accogliente, fedele: «L’uomo che fa un voto, per quanto azzardato, esprime in maniera sana e naturale la grandezza di un grande momento. (…) Per quanto possa essere stato breve l’attimo della sua risoluzione, come tutti i grandi momenti è stato un attimo di immortalità».

Foto Ansa

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