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Corvi in Vaticano, sciacalli sul terremoto, api in condominio. Ma ora passa lo zoo della famiglia

maggio 31, 2012 Annalisa Teggi

Qualcuno dice che il Papa farebbe bene a non andare a Milano il prossimo fine settimana. Perché c’è del marcio nella Chiesa, e perché i soldi spesi per l’organizzazione dell’incontro mondiale delle famiglie sarebbero molto meglio spesi per i terremotati dell’Emilia.

Crollano le case e c’è chi è pronto a scommettere che anche la casa della Chiesa si stia sgretolando pericolosamente. Ma la verità è che da sempre la casa della Chiesa ha portato sulle sue spalle le fondamenta delle nostre case, delle nostre famiglie e continua a farlo. E in questa circostanza spetta alle famiglie mostrare a volto scoperto e con voce chiara che la casa della Chiesa è ancora una dimora accogliente e sana per l’uomo.

Penso sia decisivo, in mezzo alla cronaca di questi giorni, che l’incontro delle famiglie a Milano entri prepotentemente sulla scena come «festa»; contravvenendo al buon gusto di sobrietà che sembra essere l’imperativo dominante. La sobrietà è forse una forma di autentico rispetto all’uomo? Se sì, in che senso? Io non l’ho ancora capito.

Sta di fatto che la famiglia non è un istituto sobrio. È rumoroso e disordinato, perché è solido. La pianta che ha radici forti fiorisce selvaggiamente; quella secca, invece è molto sobria e composta.

Nelle trasmissioni televisive si interpellano i vaticanisti per difendere le posizioni del Santo Padre, ma le vere carte segrete della Cristianità – o se vogliamo – i suoi assi nella manica se ne stanno alla luce del sole e camminano impunemente in mezzo a tutti.

La banda delle mogli e dei mariti, dei padri e madri e figli ha qualcosa di incoraggiante da dire alla cronaca del mondo, e non è un’opinione teologica. È una truppa di operai affaccendati, per nulla migliori o peggiori di altri, che hanno piantato una bandiera in mezzo al campo, ben in vista. La bandiera del matrimonio è una coercizione a tutti gli effetti, ma coercizione è sinonimo di incoraggiamento e non di schiavitù: «In ogni cosa che vale la pena fare su questa terra, c’è una fase in cui ognuno l’abbandonerebbe, eccetto che per ragioni di necessità o di onore. È da questo punto in poi che l’istituzione sostiene l’uomo e lo aiuta ad appoggiare i piedi sul terreno solido che ha davanti. La coercizione è una forma di incoraggiamento e l’anarchia (o ciò che alcuni chiamano libertà) è fondamentalmente oppressiva, perché è fondamentalmente scoraggiante. Se tutti galleggiassimo in aria come bolle, liberi di andare qua e là in ogni momento, il risultato pratico sarebbe che nessuno avrebbe il coraggio di cominciare una conversazione» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Twitter non assomiglia forse tanto alle bolle di sapone? Non contesto che sia uno strumento utile, ma è un megafono e non una conversazione. E quest’idea delle bolle diventa pericolosa quando bussa alle nostre porte e s’intrufola anche dentro casa. La famiglia si fonda sull’idea che il tutto dell’altro mi riguarda; si converge gli uni con gli altri e perciò si conversa, ma non lo si fa cinguettando come le signore inglesi davanti al tè: si ride sguaiatamente, si litiga e ci s’interrompe vicendevolmente, spesso senza cortesia.

Per un eccesso di supposta cortesia, invece, noi vediamo gli effetti di quello che all’inizio del Novecento il poeta Eugenio Montale chiamava «solitudine di gruppo». Noi non siamo più semplicemente quelli che in una qualsiasi carrozza di treno o della metro si sentono soli nella massa. Siamo quelli che stanno pensando che sia legittimo tutelare uno spazio di inviolabile solitudine anche nei rapporti affettivi, anche quando il vincolo sessuale ha dichiaratamente unito un uomo e una donna: la venerazione del “corpo della donna” e la consacrazione del suo diritto insindacabile alla scelta dell’aborto, ci ha portato alla sobria solitudine di una pillola, che si deglutisce con un sorso d’acqua. E vogliamo ammettere che trattare la donna da libera bolla di sapone sia un meritevole traguardo di civiltà?

Noi siamo quelli che sono arrivati a pensare che sia giusto interpretare «bene comune» non più come «il nostro bene», ma «il mio e il tuo bene». Con l’implicita deduzione che è doveroso inchinarsi di fronte alla singola diversità di tutti. Un rispettoso e sobrio sciame indistinto.

È l’idea dell’alveare – diceva il signor Chesterton – e si può benissimo chiamare anche teoria del condominio: siamo insieme, ma tutti sacrosantamente separati.

Nella famiglia tutta questa specie di dignitoso rispetto non c’è, perché, anche quando vive in un appartamento, la famiglia costruisce una casa. Con l’implicita deduzione che ci sono spazi comuni attorno a cui ruota tutto il resto. Ci sono corridoi con i muri scarabocchiati dai bambini; cucine con i fornelli sporchi e bicchieri lasciati qui e là; bagni con spazzolini da denti di colore diverso. Non è l’immacolato appartamento da rivista.

In mezzo all’alveare dei condomini, la famiglia passa con il fragoroso frastuono delle bande di paese: quelle che avanzano intonando le marce popolari, con il rimbombo di tamburi e grancasse. Quelle che cantano un ritornello facile, che tutti conoscono e molti si sono stancati di ascoltare. Sono i canti popolari o tradizionali. E non c’è parola più fastidiosa da sentire che tradizione, perché suona stantio e bigotto. Invece, la tradizione – diceva il signor Chesterton – non è altro che la democrazia prolungata nel tempo.

La banda delle mogli e dei mariti, dei padri e madri e figli ha qualcosa di incoraggiante da dire alla cronaca del mondo e sono i due elementi che tengono in piedi una sana idea democratica: «Ciò che accomuna gli uomini è più importante delle peculiarità che caratterizzano il singolo individuo. Le cose ordinarie valgono più di quelle straordinarie» (da L’etica del paese delle fate, in Ortodossia). La moglie che tiene il broncio al marito, il figlio che sbatte la porta di camera in faccia ai genitori sono testimoni attendibili di tutto ciò. Perché lavano i propri panni sporchi in famiglia, e non in una lavanderia a gettoni.

L’industriosità degli insetti sociali, come l’ape, è una metafora accattivante in questo tempo in cui ci viene chiesto rigore e impegno. Ma l’immagine di quel tipo di operosità toglie all’umano un tratto essenziale; gli insetti, infatti, non hanno la spina dorsale. L’idea di comunità che oggi la famiglia deve mettersi a cantare è l’antidoto alla venerazione della solitudine del condominio, che può solo portare a un rannicchiamento che intorpidisce gli arti. Un’atrofia generale dell’umano.

Al tiepido ronzio delle api noi contrapponiamo quello che accade la sera attorno a un tavolo da cucina: le risate, le litigate, il tramestio dei piatti, il pianto dei bambini, gli odori forti, le luci accese sono indizi che parlano di una vivace casa abitata. Questa è costruita sulla roccia.

I corvi appollaiati potranno continuare a sbirciare dalle finestre e constatare che specie di animali abitano tra queste quattro solide mura: «Nel fare resistenza a questa orribile teoria dell’Anima dell’Alveare noi Cristiani non difendiamo solo noi stessi, ma tutta l’umanità; perché il tratto distintivo ed essenziale della nostra idea umana è che un uomo buono e felice è un fine in se stesso, è che ogni anima vale. Anzi, per quelli che amano quel tipo di fantasie biologiche possiamo anche dire che noi siamo i comandanti e i campioni di un’intera porzione di natura, siamo i principi di quella casa che si regge sulla spina dorsale, quelli che difendono il latte di ogni madre e il coraggio del cucciolo sperduto, che rappresentano la commovente generosità del cane, l’ironia e la perfidia del gatto, l’affetto del cavallo pacifico, la solitudine del leone» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

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