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Con Dominique Venner il suicidio politico si riaffaccia in Europa

maggio 23, 2013 Rodolfo Casadei

Era dai tempi di Jan Palach, il giovane che si uccise col fuoco in piazza San Venceslao nel 1969 per protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che in Europa non si registrava un suicidio politicamente motivato. Quarantaquattro anni dopo l’immolazione dello studente dell’università Carlo di Praga, un altro uomo si è tolto la vita lasciando scritto, quasi con le stesse parole, che il suo gesto non nasceva da un dramma privato ma dalla volontà di incidere sulla dimensione pubblica: per «scuotere le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini». Dominique Venner, 78enne scrittore e storico dell’estrema destra francese, martedì s’è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola all’interno della cattedrale parigina di Notre Dame; a rendere estrema la sua indignazione erano la legge per il matrimonio fra persone dello stesso sesso da poco approvata e il crescente peso demografico degli immigrati musulmani in Francia. Anche Palach si proponeva di «scuotere la coscienza del popolo», e lasciò scritto che altri avrebbero seguito il suo esempio se non veniva abolita la censura e chiuso il giornale delle truppe sovietiche di occupazione.

I suicidi politici sono molto diversi dai suicidi privati per almeno un fattore: implicano un libero atto della volontà, mentre nei suicidi privati normalmente volontà e libertà sono sopraffatte dalle circostanze. In comune hanno invece un altro fattore: la disperazione intesa come mancanza di vie d’uscita da una data situazione, che per i primi è storico-politica, per gli altri è personalissima.
Il ministro degli Interni transalpino Manuel Valls ha definito quello di Venner l’atto «di un uomo disperato». Formula ambigua, o almeno da esplicitare. La disperazione dell’intellettuale di estrema destra non era legata a perdite personali, a sofferenze private senza speranza di remissione; la sua inconfessata disperazione era di natura politica e antropologica: con l’approvazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso e la prospettiva di un sorpasso demografico a lungo termine da parte degli emigrati musulmani sui francesi di antico insediamento, Venner vedeva venir meno due capisaldi dell’identità storica della Francia, la cosa ai suoi occhi più preziosa. Il suo suicidio testimonia l’impotenza di fronte a un processo storico. Testimonia anche una volontà di autenticità personale, nei termini mutuati dal pensiero di Martin Heidegger, che non si trova nei suicidi privati: «È qui e ora che si gioca il nostro destino fino all’ultimo secondo», ha lasciato scritto. «E questo ultimo secondo ha tanta importanza quanto tutto il resto della vita. È per questo che occorre essere se stessi fino all’ultimo istante».

Non sono esperto della materia, ma è noto che la maggior parte dei suicidi sono l’esito di un lungo processo patologico, nel corso del quale un soggetto perde progressivamente la sua libertà di autodeterminazione. La depressione e l’uso prolungato di sostanze stupefacenti sfociano in suicidio dopo che la pulsione autodistruttiva si è lentamente impadronita della persona. Nel caso di chi abusa di droghe il suicidio può anche essere improvviso e impulsivo. Al di fuori di questa fattispecie, i suicidi fulminei sono molto rari ed essenzialmente legati a un senso di colpa che fa irruzione a seguito di un incidente. Si pensi alle persone che si uccidono per aver causato accidentalmente la morte di altri: normalmente lo fanno immediatamente o dopo poco tempo. Un senso di colpa schiacciante e la sofferenza psichica insopportabile di una depressione grave e cronica sono le principali cause prossime di suicidio. Le legislazioni come quella svizzera che, in nome del principio di autodeterminazione, ammettono il suicidio assistito anche per i depressi che ne fanno richiesta, rappresentano un fraintendimento completo della realtà: l’aspirante suicida non è una persona libera, ma pesantemente condizionata; la sua volontà è viziata.

I suicidi politici stanno all’estremo opposto: volontà e libertà sono evidentemente in azione. La tradizione che li riguarda è antica e multiculturale. In Giappone i suicidi per motivi d’onore dei samurai trovarono un erede nello scrittore Yukio Mishima che nel 1970 si trafisse il ventre nei locali del ministero della Difesa per protesta contro la costituzione pacifista giapponese del 1945 e la sottomissione del Giappone agli Stati Uniti.
I monaci buddhisti tibetani che periodicamente si bruciano per denunciare l’occupazione cinese del Tibet (gli ultimi due il 25 aprile scorso, nel solo 2011 furono un centinaio) si ricollegano ai loro confratelli vietnamiti che negli anni Sessanta si opponevano alle politiche del presidente del Vietnam del Sud Ngo Dinh Diem sacrificandosi allo stesso modo.
Votati a morte certa nel momento stesso in cui colpiscono l’obiettivo sono i militanti jihadisti, dalla pattuglia guidata da Mohamed Atta negli attentati dell’11 settembre 2001 ai guerriglieri di Jasbat al Nusra che ogni giorno si lanciano con veicoli pieni di esplosivo contro le postazioni dell’esercito del presidente Assad in Siria nella guerra civile in corso in quel paese da due anni.

Quelli sopra elencati sono anche detti “suicidi altruisti”, in opposizione ai suicidi “egoisti” di chi si toglie la vita per togliere insieme ad essa la sofferenza che lo sta affliggendo. Il suicida privato è ripiegato su di sé, il suicida politico guarda fuori di sé e vede una causa che gli pare meritare il sacrificio della sua vita. Per questa ragione coloro che sono solidali con lui e coi valori o gli ideali per i quali egli ha scelto la morte tendono a negare che di suicidio si tratti. È noto che non solo i jihadisti, ma anche molti altri musulmani considerano gli attentatori suicidi palestinesi, iracheni, afghani, ecc. “shahid”, cioè martiri, testimoni. Di che cosa? Della fede, che secondo la teologia musulmana è chiamata a volte a mostrare la propria veracità attraverso il sacrificio del singolo in una guerra lecita e doverosa (generalmente il jihad).
Ma interpretazioni analoghe vigono nel mondo buddhista: quando nel 1963 il primo bonzo si diede fuoco a Saigon per denunciare la politica anti-buddhista del presidente Diem, gli altri monaci spiegarono che non si trattava di suicidio, proibito dal buddhismo, ma di un atto di vera compassione per la società. E persino il teologo cattolico cecoslovacco Josef Zverina, all’indomani della morte di Palach, scrisse che «un suicida in certi casi non scende all’Inferno» e che «non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita».

Se ne può concludere che il suicidio non è considerato suicidio quando la persona che si uccide gode del consenso e della solidarietà della comunità a cui appartiene. Il sottinteso di questa posizione è che la vita del singolo acquista il suo vero senso nel contesto dell’appartenenza comunitaria, etnica, nazionale, ecc., e dunque se gli interessi vitali della comunità lo richiedono essa può e forse deve essere sacrificata.
Da qui lo statuto paradossale del suicidio politico: con la sua carica di intenzionalità e di scelta di libertà sembra rinviare al principio cardine della modernità, quello dell’autodeterminazione; ma nello stesso tempo muove da un’esperienza di appartenenza comunitaria, di identità collettiva, che sta all’opposto della modernità e del suo individualismo.
Venner rappresenta un perfetto esempio di questo paradosso: ha trascorso la vita a difendere quella che considerava la Francia della tradizione, dell’identità storica costruita nei secoli, a contrapporre i popoli e i loro valori storici specifici agli universalismi di ogni genere (liberalismo, capitalismo, comunismo, ecc.); ma ha giustificato il suo suicidio appellandosi all’esistenzialismo trascendentale di Heidegger, pensatore che nelle tradizioni e identità storiche vede soprattuto un ostacolo alla ricerca e al riconoscimento dell’Essere, che può essere superato solo dai poeti e dai filosofi.

Al di là del paradosso c’è poi la vera e propria contraddizione che il suicidio politico porta in sé: esso ha sempre luogo come atto di ribellione all’avvilimento o all’annientamento dell’umano in un certo momento o in una certa situazione storica; ma per sua propria natura determina un puntuale annientamento dell’umano, quello della persona che si sacrifica.
Venner è provvidenziale anche a questo proposito, perché il suo ultimo testo ripropone questa lacerante contraddizione, di cui lui non sembra rendersi conto: «È decidendo da se stesso, volendo veramente il proprio destino, che ciascuno di noi è vincitore del nulla. E non c’è modo di sfuggire a questa esigenza, perché non abbiamo che questa vita, nella quale spetta a noi di essere interamente noi stessi o di non essere nulla».
Per sfuggire al nulla l’ateo Venner s’è gettato nelle braccia del nulla. Non è differente il gesto di chi si toglie la vita nella convinzione di ritrovarla potenziata in un aldilà (per esempio i combattenti jihadisti): distruggendo se stessi e il nemico distruggono una parte della creazione voluta da Dio, per la cui causa dicono di combattere. All’atto divino per l’uomo più eloquente, il dono della vita, rispondono con la morte procurata. Più che Dio, sembrano servire il suo principale oppositore (Satana, l’angelo ribelle).

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