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Conoscere il male altrui è conoscere il proprio male. La lezione di Chesterton

agosto 27, 2013 Giovanni Fighera

Lo scrittore inglese G.K. Chesterton è senz’altro stato uno dei protagonisti del Meeting di Rimini 2013. A lui erano dedicati una mostra, uno spettacolo teatrale e la presentazione della nuova edizione italiana del suo romanzo Uomo Vivo (Manalive), ad opera dell’editrice Lindau. Risalta l’opera di uno scrittore che ha avuto la capacità di leggere l’umano nel profondo, come dimostrano, ad esempio, i racconti di padre Brown.

Ogni volta che si legge un racconto di Chesterton su padre Brown, il lettore riparte da zero, come se da ogni fatto derivasse tutto il resto: ex uno omnia. Non orpelli inutili o abbellimenti fini a se stessi, ma tanta essenzialità, acuta intelligenza, vivo spirito di osservazione caratterizzano le storie del minuto prete cattolico, «ingenuo e impacciato all’apparenza», che cerca non il «criminale da punire, ma l’uomo da far ricredere e l’anima da recuperare». Il piccolo prete è «l’essenza di quelle pianure dell’Essex», ha «il volto rotondo e inespressivo come gli occhi di Norfolk, gli occhi incolori come il Mare del Nord». Quella che all’apparenza è la «stupidità essexiana» nasconde, in realtà, una «santa semplicità», una viva perspicacia e un segreto che molti gli invidiano.

Qual è il segreto di Padre Brown? È lui stesso a rivelarlo: «Io non cerco di guardare l’uomo dall’esterno, cerco di penetrare nell’interno dell’assassino… Anzi, molto di più, non vi pare? Sono dentro un uomo. Io vi sono sempre dentro e gli muovo le braccia e le gambe, ma aspetto di essere dentro un assassino, attendo finché penso i suoi stessi pensieri e lotto con le sue stesse passioni, […] finché vedo il mondo con i suoi occhi torvi iniettati di sangue» (da «Il segreto di padre Brown»). Conoscere il male altrui è conoscere il proprio male, capire il male di cui noi tutti siamo capaci. Sentiamo come Padre Brown spiega l’umano: «Nessun uomo può essere veramente buono finché non conosce la propria malvagità o quella che potrebbe avere: finché non ha esattamente compreso quale diritto abbia di esprimere tutti quei giudizi e questo disprezzo, e di parlare di “criminali” come fossero scimmie in una foresta lontana mille miglia». Il prete difende ad oltranza la ragione: «la ragione è sempre ragionevole, anche nell’ultimo limbo, anche al limite estremo delle cose». E per le stesse ragioni è un grande paladino e difensore della Chiesa: «So bene che si accusa la Chiesa di abbassare la ragione, ma è il contrario, invece. Sola sulla terra la Chiesa fa la ragione veramente suprema. Solo sulla terra la Chiesa afferma che Dio stesso è legato alla ragione». Che ne pensa allora Padre Brown del razionalismo imperante ai suoi tempi come ai nostri? Che ne pensa un investigatore come lui dei miracoli? «Il fatto più incredibile nei miracoli è che accadono veramente» (da «La croce azzurra»).

La riflessione sui misteri criminali si mescola nei racconti con la profonda meditazione sui misteri più alti e profondi dell’uomo tanto che lo stesso Antonio Gramsci in carcere leggeva i racconti di Chesterton ritenendoli decisamente superiori alle storie di uno scrittore mediocre come Conan Doyle. L’investigatore Flambeau, personaggio di molti racconti di Padre Brown, manifesterà tutta la sua stima per il prete dell’Essex: «Consideriamo il vostro successo nel caso dell’assassinio di Moonshine come il più grande trionfo della storia della scienza poliziesca […]. Ci pare che per molti motivi ci sia un’evidente differenza tra il vostro metodo di indagine e quello degli altri investigatori, siano fittizi o reali. Qualcuno anzi ha osservato che la differenza di metodo può mascherare piuttosto l’assenza di metodo». Di fronte ad una scienza asettica che ostenta una disciplina sempre più specialistica e distaccata Padre Brown utilizza l’unico metodo possibile per comprendere i fatti: ripartire dall’umano.

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2 Commenti

  1. Viviana Castelli scrive:

    Tutto benissimo, tranne che Gramsci si conferma un colossale *=!#†xŒz*ç!?‘≈¿≈Ò;§*. Per reazione alle sue =*!#†xŒz*ç!?‘≈¿≈Ò;§≠ mi verrebbe voglia di leggere perfino Carolina Invernizio (definita da quel saccente maestrino «un’onesta gallina»).

  2. Cavaliere di San Michele scrive:

    Mi dispiace dover far le pulci, ma per amor di precisione devo segnalare un’imprecisione.

    Non è Flambeau, ex ladro e grande amico del prete, a rivolgere quelle parole a padre Brown, ma un suo (del prete, intendo) ammiratore americano (sempre “Il segreto di padre Brown”, racconto introduttivo). Le frasi sono quelle, ma costui prende un colossale equivoco sul “metodo” di Padre Brown, o comunque riferisce (e sembra darvi credito) della supposizione più diffusa in merito, e cioè che vi fosse qualcosa di esoterico nella capacità del prete di risolvere i misteri. Di fronte ad una simile stupidaggine, padre Brown interviene raccontando il suo segreto (vedi inizio articolo), quello che lui chiama anche un “esercizio spirituale”.

    Senza rovinare la lettura a nessuno, è anche molto bello il racconto finale della raccolta, intitolato “Il segreto di Flambeau”…

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