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Che cos’è il “bene comune”? Politici, prendete esempio dal vostro patrono san Tommaso Moro

giugno 17, 2013 Giovanni Fighera

Il 5 luglio 1535 Tommaso Moro scriveva alla figlia Margherita: «Dubitare di Lui [Dio], mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quand’anche io dovessi sentire paura al punto da esser sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, farei come fece lui, invocherei cioè Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora Egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso». Quando indirizzava queste parole alla figlia, Moro era già stato condannato a morte, ma non sapeva ancora che il giorno dopo sarebbe stato condotto al patibolo e giustiziato. Per gentile concessione del Re, forse in nome dell’antica amicizia, non venne sottoposto alla pena di alto tradimento, di cui era stato accusato, che prevedeva l’impiccagione e lo squartamento del condannato ancora vivo. Venne pregato dal Re di pronunciare poche parole prima di morire. Allora disse: «Chiedo di pregare per me. Testimoniate che sono morto nella fede e per la fede della santa chiesa cattolica. Muoio fedele servo del re, ma prima servo di Dio». Non gli venne meno neppure il suo tradizionale senso dell’umorismo. Si rivolse così al luogotenente che lo accompagnava al patibolo: «Per favore aiutatemi a salire, poi per scendere non disturberò nessuno». Era il 6 luglio 1535, festa di san Tommaso Beckett, uno dei santi più famosi di Inghilterra, l’Arcivescovo assassinato nel 1190 nella Cattedrale di Canterbury. La sua testa, esposta sul ponte di Londra, sostituì quella del cardinale Fisher, giustiziato il 22 giugno.

Nato a Londra nel 1478, Tommaso Moro era cresciuto con una salda cultura umanistica, nutrita dello studio del Latino, del Greco, della Filosofia, del Francese, nonché delle discipline del quadrivio.  Divenuto avvocato nel 1501, si sposò nel 1504 con Jane Colt, da cui ebbe quattro figli. Poi nel 1511, alla morte della prima moglie, si risposò con Alice Middleton. Si distinse come giudice giusto, rapido ed equo, come letterato (chi non ricorda la sua Utopia del 1516). Ma ancor più, pur amando le lettere, diede la propria disponibilità al bene comune, mostrando capacità e percorrendo un rapido cursus honorum che lo portò ad entrare a far parte del Parlamento, a diventare speaker nella Camera dei Comuni, Cavaliere del regno e, infine, Cancelliere. Fu incerto se accettare la carica o meno. Sapeva bene che il re avrebbe barattato volentieri la sua testa per un castello in Francia. Pur tuttavia, il 25 ottobre giurò fedeltà al re, ma prima ancora a Dio. Seguendo i consigli dell’astuto quanto crudele Oliver Cromwell, che dall’Italia era tornato in Inghilterra con una copia del Principe di Machiavelli e una del Defensor pacis di Marsilio da Padova, Enrico VIII, non avendo ottenuto il divorzio da Caterina da Aragona, cercò di ottenere il riconoscimento in altro modo per convolare a nuove nozze con Anna Bolena. Il piano si orchestrò in pochi anni. Nel 1531 il Re perdonò il clero «suo debitore», purché lo riconoscesse unico e supremo capo della Chiesa di Inghilterra, «fin dove lo» consentisse «la legge di Cristo». Il 16 maggio Tommaso Moro diede le dimissioni con il pretesto di motivi di salute. Il primo giugno del 1533 l’ex cancelliere, pur se invitato, non presenzia all’insediamento di Anna Bolena come regina. Fu un’onta che mai venne perdonata. Intanto, nominato nuovo Arcivescovo di Canterbury, anche se in odore di eresia e filo luterano e sposatosi di nascosto in Germania, Thomas Cranmer annullò il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona e riconobbe valido il nuovo matrimonio con Anna Bolena. In seguito all’Atto di successione e con l’Atto di supremazia (1534) furono costretti tutti a giurare fedeltà al Re capo della Chiesa di Inghilterra. Con l’Atto di tradimento (1535) che comminava la condanna di alto tradimento (pena di squartamento) a chiunque non avesse giurato vennero uccisi certosini, francescani, sudditi fedeli al Papa. Pochi si ricordano di loro, infangati come furono dalla propaganda di Enrico VIII che li bollò come traditori. Il Cardinale Fisher e Tommaso Moro vennero fin da subito venerati come santi dalla Chiesa cattolica. Tommaso Moro venne beatificato da Papa Leone XIII nel 1889 e canonizzato nel 1935 (quarto centenario del supplizio) da Pio XI. Il 31 ottobre del 2000, in occasione del Giubileo, Giovanni Paolo II lo dichiarò patrono di politici e governanti. Purtroppo, in pochi anni, dopo la morte di Moro, si assistette alla «dissoluzione» (per usare i termini utilizzati successivamente,  che non rendono conto di quanto accadde) dei monasteri, che vennero distrutti. Gli abati vennero squartati e i beni espropriati. Il Re divenne ricchissimo. Anche se la maggior parte dei libri di testo dicono che Enrico VIII rimase sempre cattolico, come poteva definirsi cattolico chi si era separato da Roma e dal Papa, aveva demolito la centenaria storia del monachesimo, dei francescani, dei certosini in pochi anni di delirio e aveva assunto una politica spesso filo luterana? Alla morte di Enrico VIII l’Inghilterra divenne di fatto protestante e non certo per decisione del popolo.

Attuali sono l’insegnamento e la figura di Tommaso Moro che è «ammirato da credenti e non credenti per l’integrità con cui fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere il sovrano, di cui era “buon servitore”, poiché aveva scelto di servire Dio per primo» (Benedetto XVI). Le questioni che affrontò Moro ancora oggi si ripresentano «in termini sempre nuovi, con il mutare delle condizioni sociali. Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove essi possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?».

Ogni uomo, che è persona prima che individuo, può ricorrere sempre e comunque alla propria ragione, che gli permette di riconoscere il bene (qualora sia alla ricerca della verità). Per questo ognuno di noi è responsabile, la stessa ignoranza è colpevole, come afferma Traudl Junge che diviene segretaria di Hitler a ventidue anni nel 1942. Finita la guerra, scopre che una sua coetanea, Sophie Scholl, ha dato la vita per diffondere la verità dello sterminio, mentre lei è rimasta ignara di tutto. Allora scrive: «Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo».

Vàclav Havel, drammaturgo, Presidente della Cecoslovacchia prima e della Repubblica Ceca poi, scrisse: «Tutti siamo complici della situazione politica permettendo con la nostra demoralizzazione il consolidamento del sistema. Tutti siamo responsabili (anche se naturalmente in misura diversa) del funzionamento del meccanismo totalitario. Nessuno è solo vittima, tutti contemporaneamente ne prendiamo parte».

Il delirio di onnipotenza di Enrico VIII è quanto mai attuale. «Molto moderna è anche la confusione tra legalismo e giustizia: se uno Stato approva una legge omicida, chi sceglie di avvalersene (compiendo così un atto omicida) ritiene di avere il diritto di farlo in quanto l’approvazione del governo rende quell’atto automaticamente lecito; in realtà, invece, non è che un omicidio legalizzato» (E. Sala, L’ira del re è morte). Non siamo ipocriti. Non sorprendiamoci di quanto è accaduto nel Cinquecento per poi chiudere gli occhi o, peggio, chiamare con il nome di diritto l’utilizzo dell’aborto, dell’eutanasia, del suicidio assistito. Come affermava sempre Havel basta un gesto di verità di un singolo io che abbia il cuore risvegliato e che strappi il velo della menzogna e della falsità del sistema per generare effetti imprevedibili sulla società e sulle istituzioni.

In questi mesi una mostra intitolata «Il sorriso della libertà», realizzata dalla Fondazione «Costruiamo il Futuro» in occasione dell’anno della fede e dedicata alla straordinaria figura di san Tommaso Moro, sta facendo il giro dell’Italia. Ne consigliamo a tutti la visione.

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