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Castellucci, abile imprenditore dell’anticonformismo e del nichilismo

gennaio 20, 2012 Rodolfo Casadei

La pièce teatrale “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” è blasfema oppure no? I cristiani sono stati offesi oppure non hanno capito il profondo messaggio? Spettacoli e opere d’arte che offendono il sentimento di molti credenti profanando i loro simboli vanno tollerati, contestati, proibiti o, al contrario, valorizzati? Il dibattito, alla vigilia della messa in scena dell’opera del drammaturgo Romeo Castellucci, ha ruotato attorno a queste domande. Che hanno avuto tre risposte standard: 1) sì, lo spettacolo è blasfemo e dissacratorio, e offende non solo la persona di Dio in Cristo e la sensibilità dei credenti, ma anche la loro intelligenza, dal momento che l’autore dichiara impudentemente di non essere stato capito e che il suo spettacolo era “una preghiera”; 2) no, è uno spettacolo che documenta la disperazione dell’uomo contemporaneo, dove la possibilità che dal volto di Cristo arrivi la salvezza è rigettata in modo dolente e amaro; meno male che c’è ancora qualcuno che si confronta con questi temi e ne riconosce la centralità; 3) l’arte è l’arte, l’unico criterio che vale è la libertà di espressione, nessuno può permettersi non solo di tentare di proibire, ma anche solo di protestare pubblicamente contro un’espressione artistica, che è di per sé sottratta al dibattito pubblico su ciò che è lecito e ciò che non lo è, e può essere solo giudicata in base a criteri estetici elaborati dagli esperti.

Questi posizioni così diverse fra loro hanno un tratto in comune: mettono al centro del discorso la questione di come i credenti dovrebbero comportarsi di fronte a una rappresentazione obiettivamente blasfema, e fanno loro la morale. C’è chi li invita a manifestare pubblicamente la loro indignazione perché l’offesa è reale, deliberata e mira a screditare il cristianesimo; c’è chi li accusa di intolleranza, perché incapaci di rispettare opinioni diverse dalle loro, che si manifestano nello spazio circoscritto di un teatro e non nella pubblica piazza o in una chiesa; e c’è chi li invita a far buon viso a cattivo gioco: il fatto che gli artisti contemporanei avvertano l’esigenza di mettere al centro delle proprie opere Cristo e le altre figure del cristianesimo, pur nella forma del rifiuto e della bestemmia anziché in quello della fede e della contemplazione, significa che Cristo continua a non lasciare in pace, e questo dovrebbe essere motivo di compiacimento; «il Male non esiste, poiché nutre il Bene» (Jean Clair) e «la persecuzione non è un ostacolo, ma lo spazio stesso di una testimonianza dove l’amore manifesta il suo carattere soprannaturale, poiché si estende fino ai nemici di oggi (affinché siano gli amici di domani)» (Fabrice Hadjadj).

Nessuno però si è chiesto che effetto producano queste rappresentazioni sull’intera società, che impatto sulla qualità della convivenza civile abbiano, che pedagogia, che influenza sulle mentalità di tutti – credenti e non credenti, credenti cristiani tiepidi e fedeli di altre religioni, atei e agnostici – esercitino. E nessuno si è chiesto che conseguenze abbia sulla vita umana reale, sulla convivenza sociale e sull’impegno civico, il giudizio nichilista sulla realtà che emana da opere come quella di Castellucci, dove la Speranza finisce cancellata sotto un velo limaccioso di inchiostro (a simboleggiare un liquame di feci) dopo essere stata oggetto di un bombardamento di proiettili di varia natura, e dove il tutto si conclude con la scritta, in lingua inglese, “Tu non sei il mio pastore”. Se l’uomo è merda irredimibile, se non c’è rimedio divino alle nostre miserie, che sono la cifra del nostro essere, perché allora pagare le tasse? Perché astenersi dall’assalire le donne per strada? Perché rispettare il diritto alla libertà di espressione di chi non la pensa come noi? Perché non fare agli altri tutto quello che ci passa per la mente, magari linciare pubblicamente Castellucci? Sono questioni che riguardano tutti noi, non solo i credenti o i più ipersensibili e presuntamente integralisti fra loro.

Gran parte dell’arte contemporanea rappresenta un attentato all’esistenza stessa della società come tale, alla convivenza pacifica, alla collaborazione e all’amicizia fra gli esseri viventi: questo è il problema. Gli artisti contemporanei e i loro sostenitori tendono a presentarsi come specchi di una realtà che non sono stati loro a produrre, ambasciatori di messaggi spiacevoli ma che vanno comunque consegnati, termometri che indicano la febbre ma non l’hanno causata. Bisognerebbe ringraziarli perché ci mostrano in quali vicoli ciechi ci siamo cacciati, anziché accusarli di blasfemia e nichilismo. In realtà, questo discorso è la copertura ideologica al riparo della quale esercitano il proprio odio nei confronti del mondo: uomini e cose sono costantemente rappresentati in modi irridenti, umilianti e all’insegna della bruttezza; indubbiamente questi artisti partono da una ferita, ma anziché alzare lo sguardo verso l’alto per capire come si sia aperta e di che cosa sia segno, inveiscono come adolescenti contro Dio e contro il mondo, i quali hanno permesso che fosse inflitta loro quella sofferenza. Così la fanno pagare a Dio e al mondo, rappresentandoli all’insegna dell’irrisione, dell’umiliazione e della bruttezza. E la fanno pagare a chi fa esperienza della speranza, perché la scoperta che ancora c’è gente che spera (dunque che crede) è insopportabile a chi ha perduto ogni speranza. Odio e invidia sono i due motori dell’arte degli artisti post-moderni, che si paludano dietro untuose professioni di profonda religiosità (Castellucci) o di amore per il prossimo (Cattelan che titola “L.O.V.E.” il suo osceno dito proteso).

Cosa c’entra con tutto questo la blasfemia di una performance teatrale come “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”? C’entra tantissimo. Come scrive Roger Scruton in Beauty, «La dissacrazione è una specie di difesa dal sacro, un tentativo di distruggere le sue pretese. Nella presenza di cose sacre le nostre esistenze sono giudicate, e per sfuggire a quel giudizio noi distruggiamo la cosa che sembra giudicarci». Da vero adolescente intollerante delle fatiche e dei dolori della vita, Castellucci deve profanare il volto che lo richiama a qualcosa di più grande. Quel volto dice che è possibile amare fino al sacrificio di sé, obbedire al padre fino alla propria morte fisica; invece Castellucci-figlio non vuole più amare il padre perennemente defecante, non vuole affatto morire per lui. L’immagine del volto di Cristo viene colpita e imbrattata per annientare tale pretesa.

Mi ha molto sorpreso il fatto che sia stata finora poco sottolineata un’altra profanazione che viene messa in scena: quella del corpo del padre, ridotto a sorgente di abominevoli e interminabili deiezioni. Anche questa è una palese aggressione al sacro, del quale il corpo umano è manifestazione, specie inteso nella sua natura di corpo paterno o materno, di corpo fecondo che fa da tramite al potere creativo di Dio. Questa profanazione non è meno grave di quella dell’immagine del volto di Cristo, poiché l’obiettivo che si propone è di screditare l’amore filiale: è inutile ed è impossibile amare un padre che altro non è che un corpo incontinente. E qui veniamo al secondo obiettivo della dissacrazione nell’ambito delle forme della rappresentazione, che è proprio quello di annientare l’amore. Di nuovo ci viene in soccorso Scruton: «La forma umana è per noi sacra perché porta l’impronta della nostra incarnazione. La volontaria dissacrazione della forma umana, sia attraverso la pornografia del sesso che attraverso la pornografia della morte e della violenza, è diventata, per molte persone, una specie di compulsione. E questa dissacrazione, che guasta l’esperienza della libertà, è anche una negazione dell’amore. È un tentativo di ricreare il mondo come se l’amore non fosse più parte di esso».

Attraverso la bestemmia e la dissacrazione di immagini sacre e corpi umani l’artista profanatore intende cacciare dal mondo l’amore e un criterio di valore oggettivo sulla moralità delle azioni umane. Per non sentirsi giudicato, per non dovere sostenere la vertigine della condizione umana, per vendicarsi di Dio e del mondo, per invidia nei confronti di chi spera ancora. Ora il punto, come dicevamo sopra, è che tutto questo non resta senza conseguenze sociali: la persona di Dio non patisce alcun danno o diminuzione dalle blasfemie, ma l’uomo sì. Il sacrilegio è la premessa logica dell’omicidio e del genocidio. Se il Figlio di Dio non è degno di alcun rispetto, e l’uomo è solo un corpo che si disfa inesorabilmente, allora l’uomo non può vantare un’intrinseca dignità, e ogni argine a difesa della sacralità della vita umana è tolto. Chi imbratta il volto di Cristo, che ne sia consapevole o no, prepara le nuove Auschwitz. E di questo dovrebbero essere preoccupati, mi pare evidente, non solo i cristiani.

Ma a fare da velo a questa presa di coscienza sono la concezione idealistica, tardocrociana, dell’arte e dell’artista, che farebbero riferimento a una sfera distinta della vita spirituale, che non ha relazioni con le altre, e quella post-moderna relativista, che non si pone il problema del bene comune, considerandolo solo un paludamento ideologico dell’equilibrio esistente fra poteri reali. Idealismo crociano e post-modernità assolvono l’artista da qualunque responsabilità: morale, pedagogica, sociale, politica, storica. Lui è lo specchio di un’epoca, è il bambino che grida che “il re è nudo”, è il buffone che dice ridendo la verità sul potere. Ma chi è oggi che può credere in buona fede a questa rappresentazione ingenua e innocente dell’artista? Chi non vede l’abile gioco di mediatizzazione del prodotto artistico attraverso la provocazione? Chi davvero può continuare a credere che la provocazione nasca da un bisogno interiore insopprimibile, da un’esigenza comunicativa genuina, da autentica, folgorante ispirazione? Se così fosse, come mai le provocazioni hanno sempre per oggetto simboli della religione cattolica e mai di quelle islamica ed ebraica?

Fabrice Hadjadj ha messo giustamente in guardia dal rischio di ridurre la portata e la pretesa del cristianesimo prendendone le difese sulla base del concetto di “cristianofobia”, che andrebbe così ad affiancarsi a quelli di islamofobia e di antisemitismo. «Se il cristianesimo beneficia di una fobia speciale, non è perché disturba fino a inquietare il nostro cuore? (…) Il giorno in cui quaggiù i cristiani saranno trattati esattamente come gli altri, senza esigere da loro di più e senza avere paura di questo “di più”, la situazione sarà peggiore: il cristianesimo sarà diventato perfettamente mondano». Parole sante, ma qui stiamo cercando di dire un’altra cosa: gli anticonformistici artisti contemporanei si guardano bene dal portare le loro provocazioni dissacranti contro islam ed ebraismo, le concentrano tutte sul cristianesimo, preferibilmente cattolico. Il perché è noto: l’ultimo artista che ha screditato l’islam, il regista Theo Van Gogh, è morto con la gola squarciata. Se dopo di lui l’unico exploit anti-islamico sono state le “vignette di Maometto”, mentre in giro per il mondo i Garcia, i Castellucci, i Serrano, ecc. hanno moltiplicato le loro artistiche offese a Cristo e alla sua Passione, non credo sia stato per mancanza di ispirazione dalle parti del Corano, ma per valutazioni di opportunità, per timori legati all’integrità personale.

Garcia e Castellucci non somigliano per niente a quei commediografi che hanno patito persecuzioni sotto i regimi fascisti, comunisti, nazisti, ecc., a causa dei testi teatrali che scrivevano. Loro non rischiano la prigione o l’allontanamento dai teatri, il massimo imprevisto che può loro capitare è un contestatore che sale sul palcoscenico durante uno spettacolo. Questo lo sanno bene, e ne approfittano. Blasfemia contro i cattolici significa massima eco mediatica col minimo rischio per l’incolumità personale. Allora è chiaro che ci troviamo di fronte non a degli anticonformisti, ma ad abili imprenditori dell’anticonformismo: sanno dove investire il loro anticonformismo col minimo rischio e col massimo profitto. E, dal punto di vista della produzione artistica, ci troviamo di fronte a dei mistificatori: il loro primo interesse è rendere commercialmente appetibile quel che fanno, e l’ispirazione è piegata a questo scopo. Dunque i primi a disprezzare le loro opere d’arte, i primi a strumentalizzarle sono proprio loro.

Concludendo, troverei perfettamente accettabile e giusto che le leggi proibissero questo genere di performance. La tutela del bene comune giustificherebbe ampiamente interventi censori. Tuttavia la degenerazione è già andata talmente avanti che qualunque opzione proibizionista darebbe l’impressione di un tentativo di svuotare il mare con una batteria di secchielli. E produrrebbe una reazione più forte del delitto iniziale: trasformare Castellucci in un martire della libertà di espressione non farebbe altro che produrre imitatori e regalare ulteriore pubblicità e fama all’autore in questione. Resta però legittima e giustificata la protesta culturalmente consapevole e non violenta contro la programmazione teatrale e la polemica filosofica e culturale nei confronti di molta dell’arte contemporanea.

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1 Commenti

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