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Abbiamo dimenticato il Misterio eterno dell’esser nostro

ottobre 5, 2015 Giorgio Carini

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Al di là di stereotipi e lamentazioni siamo pieni di matrimoni perfetti, in fondo non manca nulla: case che sembrano uscite dalle pagine di una rivista specializzata, il lavoro non manca, la salute nemmeno, suoceri premurosi che non fanno mancare nulla, viaggi di nozze che sembrano la replica di un film romantico in posti da favola. Eppure regna l’affanno, l’insoddisfazione. Alla prima banale difficoltà crolla tutto.

Un’anziana vedova mi raccontava del suo matrimonio. Dopo la festa con i parenti, nell’aia del vicino, sono andati a casa (della luna di miele ne avevano sentito parlare in qualche film al cinema), hanno fatto cena con un salame seduti su due cassette nella stanza a loro riservata nella grande casa padronale. Ma erano felici in maniera così piena che il ricordo ancora l’illuminava, dopo tanti anni.

Perché? Perché siamo diventati così fragili? E tristi.

Ci siamo illusi nel costruire una condizione perfetta di benessere talmente efficace da evitarci la fatica della quotidiana avventura della vita. Che ce ne facciamo di un matrimonio perfetto se non siamo più uomini? Tutto diventa pesante, e dopo un breve momento di esaltazione nessuna novità è capace di ridare slancio ad una esistenza che lentamente scivola nella lamentazione e nella pretesa fino a soffocare. Una commedia triste, mal riuscita, che crea imbarazzo, un incubo che si cerca di dimenticare in fretta.

Abbiamo dimenticato il Misterio eterno dell’esser nostro. Ci innamoriamo, ci sposiamo, mettiamo al mondo figli, accompagniamo i nostri genitori anziani fino alla morte, lavoriamo, fatichiamo ogni giorno e viviamo tutto questo senza chiederci perché. Perché? Ogni giorno ci affanniamo per fuggire da quell’inquietudine che emerge inestirpabile nelle pieghe più recondite della vita, quotidianamente, radicata tenacemente in ogni istante, anche il più banale: quella tensione a chiederci perché? Qual è lo scopo del vivere, delle contraddizioni da subire, della vergogna di sé, di quella insoddisfazione che non fa bastare noi a noi stessi. Dove va a finire tutta la nostra espressività, la nostra vitalità? Il nostro vivere.

Abbiamo dimenticato il Misterio eterno dell’esser nostro.

Con precisione chirurgica ci accaniamo a decidere tutti i più insignificanti dettagli della nostra vita, il colore dei calzini che indosseremo, i gusti del gelato che mangeremo, il colore dell’auto che andremo a comprare. E se qualcosa va storto facciamo valere i nostri diritti con la caparbietà onnipotente di un dittatore sanguinario.

Eppure della cosa più importante che abbiamo, noi e la nostra vita, non abbiamo deciso nulla, né dove ne quando venire al mondo, non abbiamo scelto il colore dei capelli e degli occhi, il nostro nome, nulla. Tutto gratuitamente. Nella tragica certezza che tutto ci verrà strappato, senza tanti complimenti.

Possiamo pensare di risolvere il problema soffocando questa inquietudine che ci fa uomini, convinti che veniamo dal nulla e tutto finisce nel nulla. Una comoda allegria senza patemi che sembra proprio la ninna nanna con cui Satana ci vuole già morti, facendoci credere di essere come Dio, padroni di noi stessi, padroni di un nulla: bella fregatura! Ma il nulla non può generare quella bellezza che la realtà, la vita così spesso, ad uno sguardo non distratto, ci mette davanti. Quella bellezza che abbiamo intuito, toccato e vissuto così intensamente quando ci siamo innamorati.

Se non viviamo in perenne fuga da noi stessi, non succubi delle nostre pretese e del nostro orgoglio, come non vivere animati da un’attesa colma di stupore, di nostalgia, di domanda, di desiderio, anche sofferto? Desiderio: de-siderus, dalle stelle! Luci, soli, galassie, pianeti e costellazioni che ardono da una vertiginosa lontananza eppure capaci di trafiggere il buio con quel respiro infinito che possiamo intuire quando guardiamo la vita, il cielo con quel mistero che ne trasuda:

E quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? Che vuol dire questa
solitudine immensa? Ed io che sono?

Foto da Shutterstock


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