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Baghdad, vescovo ausiliare: «Emigrati più cristiani dal 2003 che in 200 anni»

dicembre 20, 2011 Leone Grotti

Intervista a mons. Shlemon Warduni, che racconta il Natale degli iracheni a un anno dall’attentato in una chiesa di Baghdad dove sono morte più di 50 persone: «Siamo in ansia e inquieti». E sul ritiro degli americani: «Non hanno portato la pace, non dovevano andarsene in questo modo»

«Sono emigrati più cristiani dall’Iraq dal 2003 a oggi che negli ultimi 200 anni. Oggi saremo rimasti in 500 mila circa, ma è difficile dare stime esatte. Questo per noi è un grande dolore e i continui attacchi che subiamo ci fanno vivere anche questo Natale con ansia». Nessuno a Baghdad si è dimenticato dell’attentato del 31 ottobre scorso, quando uomini di al Qaida hanno attaccato la chiesa siro-cattolica Nostra Signora della Salvezza, uccidendo 58 persone e ferendone più di 70. Nelle ultime due settimane una nuova ondata di violenza ha colpito i cristiani iracheni: una coppia cristiana è stata uccisa a Mosul, alcuni negozi condotti da cristiani sono stati distrutti a Zhako, nel Kurdistan iracheno, zona solitamente “tranquilla”, un giovane è stato rapito (e poi liberato) a Erbil. Come racconta a Tempi.it mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliario di Baghdad, «i fedeli, per quanto noi cerchiamo in tutti i modi di garantire la loro sicurezza, restano inquieti».

È ancora vivo il ricordo dell’attentato del 31 ottobre scorso?
«Come potrebbe non esserlo? È una delle sciagure più gravi che abbiamo mai vissuto. Quest’anno abbiamo commemorato l’evento, con una Messa alla quale hanno partecipato anche il patriarca maronita e quello siro-cattolico. C’era tantissima gente e molti sacerdoti, tutti accomunati da un grande dolore. Purtroppo gli attacchi ai cristiani non sono solo un ricordo che appartiene al passato».

Si riferisce ai tanti negozi condotti da cristiani distrutti a Zhako da estremisti islamici?
«Sì, grazie a Dio nessuno è stato ucciso. Sono stato là pochi giorni fa e ho incontrato i responsabili della città, compreso il sindaco. Erano tutti addolorati per quanto successo, hanno usato parole molto rassicuranti, molto forti. Mi hanno detto che queste cose danneggiano tutti perché seminano disordine. Anche loro sperano che le cose andranno meglio, non solo per i cristiani ma per tutti i cittadini iracheni».

Ora che i soldati americani hanno lasciato il paese le cose miglioreranno?

«Difficile dirlo. Io non credevo che sarebbe andata così. Gli americani, prima di andarsene, dovevano pensare a pacificare la gente e il paese. Quando non c’è la pace, manca tutto. Noi sappiamo che la legge internazionale dice che gli occupanti devono portare la pace negli Stati in cui entrano ma questo in Iraq non è successo. E ora si rischia che avvengano cose molto gravi».

Come si è preparata la comunità cristiana di Baghdad per il Natale?
«Proviamo a viverlo in modo normale. Facciamo il presepe, l’albero, abbiamo preparato una festa per i bambini del catechismo e una per i giovani più grandi. Non possiamo celebrare la Messa la notte di Natale ma il 24 ne avremo una alle cinque di pomeriggio, e sarà una messa cantata, a cui seguirà una festa perché il giorno di Natale non può essere uguale a tutti gli altri. Il 25 mattina invece la Messa sarà celebrata in tutte le chiese, sperando che il Signore ci protegga e ascolti le nostre preghiere».

Quali sono?
«Chiediamo a Dio che i cristiani di tutto il mondo sappiano essere fermi nella fede, soprattutto noi iracheni. Chiediamo che il mondo creda, che le famiglie resistano agli attacchi del male che da ogni lato le colpiscono. Infine, chiediamo la pace, specialmente per il Medio oriente e per l’Iraq. Quest’anno staremo davanti al presepe, stupiti di come Gesù abbia saputo dare la vita per il mondo. Vedere che Gesù è venuto sulla terra per salvare l’umanità ci dà speranza».

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