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Aziende confiscate alla mafia, Mantovano: «I prefetti dormono»

marzo 26, 2012 Chiara Rizzo

Sono state 1.254 le imprese sottratte alla criminalità e gestite dall’Agenzia nazionale per i beni confiscati. Ma in molti casi le attività rischiano il fallimento. L’ex sottosegretario Mantovano a tempi.it «La gestione di questi beni è una linea di confine. Ma ci sono prefetti che si limitano a lasciare le pratiche sul tavolo e non intervengono. Lo faccia il ministro Cancellieri».

Un patrimonio da 20 miliardi di euro. È il valore calcolato dei beni confiscati alla criminalità organizzata. A febbraio 2012 è stata raggiunta quota 11.982 beni, tra immobili e imprese, ora amministrati dall’Agenzia nazionale istituita nel 2010 con il pacchetto di nuove norme per il contrasto alle mafie. Sono 1.524 le aziende confiscate e gestite dall’Agenzia. Ma al primo congresso nazionale degli amministratori giudiziari è emerso che su 10 aziende confiscate, 9 muoiono.
C’è ad esempio il caso della Riela Trasporti di Catania, che 13 anni fa nelle mani della mafia aveva un fatturato da 30 milioni di euro e 250 dipendenti. Ora ha avviato le procedure di liquidazione e l’Agenzia nella determinazione adottata spiega che «non riesce a stare sul mercato». È solo uno dei tanti esempi che emergono in questi mesi nei problemi per la gestione dei beni confiscati. Secondo Alfredo Mantovano, deputato Pdl, che da sottosegretario all’Interno del precedente Governo ha lavorato in prima linea all’istituzione dell’Agenzia, «c’è un problema di linea di confine: se queste attività ritornano nella legalità e non riescono a vincere la sfida di fare di più e meglio di prima, è lo Stato a perderci. Ma non è un problema della sola Agenzia. Serve anche l’intervento del ministro dell’Interno. C’è anche un problema di prefetti che dormono». 

Mantovano, perché non si riesce ad impedire il fallimento di aziende tornate alla legalità come Riela?
Premetto che, nonostante le tante difficoltà, si può dire che anche questo è un felice problema, nel senso che, fino a 15 anni fa, la risposta repressiva non arrivava a colpire in maniera così estesa e intensa non solo il denaro, ma anche gli immobili e le aziende con profili mafiosi. E se questa quantità è oggi enorme, è grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, ma anche delle norme inserite nel pacchetto sicurezza. Le aziende in mano ai mafiosi hanno indubbi vantaggi, perché hanno liquidità senza limiti senza fare le fila alle banche. Non hanno competitors sul mercato, perché i concorrenti vengono dissuasi, in un modo o nell’altro. È chiaro, quindi, che nel passaggio alla legalità arrivano i problemi, con le banche che iniziano a chiedere, ad esempio, la riscossione di eventuali ipoteche. Ci sono dati oggettivi che impongono l’intervento dell’amministratore giudiziario e dell’Agenzia, nata proprio per dare un sostegno a queste situazioni. In particolare, l’Agenzia deve intervenire sull’occupazione, perché non sia più vero il luogo comune che la mafia dà lavoro e lo Stato lo toglie. Con l’Agenzia si è buttato il cuore oltre l’ostacolo, ora ci sono dei problemi che vanno risolti. Il primo è che c’è poco personale (sono 30 in tutto i dipendenti dell’Agenzia, ndr). Con il governo Berlusconi avevamo in mente di risolvere il caso, ma non abbiamo fatto in tempo e va fatto. C’è un secondo problema: l’Agenzia lavora in accordo con le prefetture, ma alcune dormono, ad esempio quella di Bari. Ma se si trattano queste vicende accontentandosi del principio che basti avere solo le carte a posto e basta, non si capisce il valore strategico dell’attività con i beni confiscati.

Le sarà noto il caso di Parco dei Templari, masseria nel barese confiscata a boss pugliesi e poi affidata dall’Agenzia alla co-gestione dello chef Gianfranco Vissani, perché la rilanciasse come sala banchetti. In una villa dal valore di 16 milioni di euro, lavorano 36 dipendenti e ci sono prenotazioni per un anno. Ora oggi l’Agenzia vorrebbe fare un passo indietro, spiegando che c’è un buco finanziario da 600 mila euro. Nelle passate settimane si è saputo anche di contrasti tra lo chef e i dipendenti. Cosa succede davvero?
Con il precedente direttore dell’Agenzia si è fatto un ragionamento: la criminalità operante in quelle zone era tra le più pericolose in Puglia e quella masseria era uno dei punti di forza per il controllo del territorio, quindi non bastava solo tenerla in vita. Lo Stato doveva cogliere la sfida di rilanciare, fare meglio di quanto si faceva prima. Da qui è nata la proposta a Vissani. Ma era già in conto che nel primo anno si andasse in perdita. Secondo Vissani, che questo lo ha chiarito subito davanti all’Agenzia, la proiezione era di giungere all’attivo nei successivi due anni. Lo si può leggere sul business plan: siamo al completamento del primo anno. La cosa veramente strana, che mi sorprende – e per cui ho già scritto al ministro Cancellieri – è che il nuovo direttore dell’Agenzia, Giuseppe Caruso, faccia un discorso di regolarità contabile e disdica il contratto con Vissani. Non sono interessato, né lo sono mai stato, ai discorsi contabili e amministrativi, ma sono convinto che sia prioritario rilanciare l’attività per il suo valore simbolico. Parco dei Templari è una linea di confine, non è un problema che riguarda solo il direttore dell’Agenzia. Qui ad essere chiamati in causa ci sono anche il ministro dell’Interno e il Governo. Ci debbono essere soluzioni diverse per la gestione? Bene, il ministro dell’Interno sia ferma: faccia un tavolo con Vissani, il presidente della regione, il sindaco, chi si vuole. Ma il risultato sia che i dipendenti dell’azienda continuino a lavorare e l’azienda non perda la posizione sul mercato.

Ci sono anche i casi di beni confiscati che dovrebbero essere usati per progetti sociali già finanziati, ma mai iniziati. A Pomigliano d’Arco la masseria Castello con un finanziamento di oltre 3 milioni di euro dal Pon sicurezza per la realizzazione di un centro giovanile, affidata al Comune, vede il finanziamento bloccato per un’ipoteca da 10 mila euro. A Villaricca, la trasformazione in una casa accoglienza per disabili finanziata ancora dal Pon sicurezza, è stata stoppata per due pignoramenti da circa 42 mila euro avviati da Enel che vuole riscuotere 20 anni di bollette non pagate. Come mai?
Ci sono stati anche esempi positivi di gestione, e ci sono perché c’è stato qualcuno sul territorio che non è stato con le mani in mano. Ci sono le ipoteche? Il prefetto di quei territori si dia una mossa, convochi le banche e cerchi di abbassarle, convochi altrimenti le Regioni per avere dei finanziamenti e abbassare le ipoteche. Questo lavoro, in altri casi, è già stato fatto e ha dato dei risultati. È giusto mettere i regola i conti e la gestione, ma non bisogna trattare la questione solo sotto un profilo burocratico, limitandosi a passare le carte. L’inerzia è inaccettabile.

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