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Gli atenei britannici e americani all’isterica ricerca di un “safe space” politicamente corretto

giugno 26, 2016 Pietro Piccinini

Così nelle università del mondo anglosassone dilaga la mania di chiudere fuori le opinioni e le persone che “minacciano” il sonno intellettuale degli studenti

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

Il New York Times ha raccontato che l’anno scorso la Brown University di Providence, Rhode Island, ha organizzato un incontro sulla “rape culture” (la cultura dello stupro) nei campus americani, un tema molto caldo del dibattito pubblico del paese, spesso presentato come autentica emergenza nazionale ma anche molto controverso, vista la promiscuità quasi proverbiale dell’ambiente universitario. Le relatrici erano due femministe con punti di vista diversi sull’argomento, ma per la Sexual Assault Task Force, la “squadra antistupro” dell’ateneo, la garanzia di un contraddittorio non era sufficiente a tutelare le menti degli uditori da possibili shock intellettuali, e così ha ottenuto di allestire a lato della conferenza un “safe space”, uno spazio sicuro «a disposizione di chiunque trovasse il dibattito troppo sconvolgente». La stanza, secondo il quotidiano progressista, «era attrezzata con biscotti, libri da colorare, bolle, plastilina, musica tranquillizzante, cuscini, coperte e un video di cuccioli giocosi, oltre a volontari e membri dello staff preparati ad affrontare i traumi».

È solo uno degli ormai innumerevoli episodi che testimoniano il dilagare nelle istituzioni educative del mondo anglosassone della mentalità denunciata da Claire Fox. La censura politicamente corretta, ha osservato da sinistra la scrittrice inglese in un articolo ospitato dal Daily Mail, «è particolarmente diffusa nelle università», che invece di preoccuparsi di attrezzare le coscienze degli studenti per l’impatto con le idee e le cose della vita, sono in preda a un’isterica mania di proteggerle da qualunque possibile confronto con la realtà. Oltre ai casi citati anche nell’intervista a Tempi, la Fox ricorda sul Daily Mail i “trigger warning” introdotti dalla Oxford University per avvertire gli allievi della presenza di argomenti potenzialmente ansiogeni nelle lezioni di diritto in cui si trattano casi di violenza sessuale (un analogo “trigger warning” è stato richiesto l’anno scorso da alcuni studenti della Columbia University di New York per Le Metamorfosi di Ovidio, tanto zeppe di abusi e atrocità da minacciare di «marginalizzare le identità degli studenti»). Mentre la Cambridge University «a marzo ha vietato una festa a tema su Il giro del mondo in 80 giorni per timore che i costumi etnici provocassero qualche offesa».

Perfino la storia è offensiva
Il filone del “safe space” etnico-razziale naturalmente è ricchissimo. Emblematico, secondo il New York Times, il bidone combinato da un gruppo di studenti dell’Hampshire College, nel Massachusetts, a una band afrofunk colpevole di aver scatenato una «disputa al vetriolo» su Facebook e Twitter per via di un presunto eccesso di musicisti bianchi nel gruppo. Non da meno, sempre nel Massachusetts, il caso dello Smith College, dove la presidente Kathleen McCartney è stata costretta a pubbliche scuse per non avere contestato una collega che reclamava il diritto di non sostituire la parola “negro” con l’eufemismo “n-word” nelle lezioni su Le avventure di Huckleberry Finn. Non si contano più, poi, le università americane che nel giorno tradizionalmente dedicato a Cristoforo Colombo preferiscono festeggiare un meno offensivo Indigenous People’s Day.

Quello dei nomi e dei termini proibiti in quanto “unsafe” è un altro filone inesauribile di notizie paranormali. Una per tutte: le linee guida super inclusive adottate dal dipartimento di atletica dell’Oberlin College, in Ohio, in virtù delle quali i transessuali devono essere designati nei documenti ufficiali con una perifrasi gender-neutral di 25 parole (venticinque).

Perfino un intellettuale non proprio estraneo al mainstream liberal come Timothy Garton Ash, professore di Studi europei alla Oxford University, in un memorabile intervento al festival letterario e artistico di Hay, il 30 maggio scorso, si è detto esasperato dall’isteria collettiva del “safe space” universitario che «ci sta portando via la libertà di espressione una fetta alla volta». Nel suo discorso Garton Ash ha aggiunto qualche esempio alla lista. L’annullamento, proprio a Oxford, di un dibattito sull’aborto contestato dalle femministe. Il boicottaggio subìto all’università di Cardiff da Germaine Greer, la femminista che ha avuto l’ardire di sostenere che i trans sono e restano “non donne” anche dopo l’operazione. E naturalmente la celebre campagna, iniziata in Sudafrica nel 2015 e sbarcata anche in Gran Bretagna, per la rimozione da tutti gli atenei delle statue di Cecil Rhodes (foto in alto), uomo d’affari, statista e filantropo dell’Ottocento (la Rhodesia, oggi Zimbabwe, si chiamava così in suo onore), divenuto intollerabile alla generazione fiocco di neve per le sue «opinioni politiche razziste» da imperialista britannico.

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E come se non bastasse lo zelo politicamente corretto di professori e associazioni studentesche, ora ci si mettono pure «i sicurocrati del ministero dell’Interno», ha detto Garton Ash. L’Home Office infatti «vuole imporre alle università il cosiddetto obbligo di prevenzione, che ci vedrebbe chiamati a impedire di parlare nei campus perfino agli estremisti non-violenti». In pratica secondo il professore di Oxford oggi negli atenei britannici non avrebbero diritto di parola neanche «Marx, Rousseau, Darwin, Hegel e chiaramente Gesù». Tutti pericolosissimi estremisti non-violenti.

Gli atenei col bavaglio
La deriva illiberale è talmente grave che la rivista Spiked Online, legata a Claire Fox e al suo Institute of Ideas, ha deciso di creare il Free Speech University Rankings (Fsur), un comitato che si è preso la briga di monitorare tutti gli atenei britannici e le relative associazioni studentesche e di classificarli secondo la propensione alla censura di ciascuno, sulla base di direttive, decisioni ufficiali e azioni concrete intese a mettere al bando idee e zittire persone. Il sito dedicato al ranking, che contiene tutte le fonti giornalistiche e le prove documentali, è molto istruttivo. Secondo i calcoli del Fsur, la situazione sta precipitando: se nel 2015 le università che «hanno attivamente censurato parole ed espressioni» erano il 41 per cento del totale, quest’anno sono il 55 per cento.

Foto Ansa/Ap

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13 Commenti

  1. Sasso Luigi says:

    Già vent’anni fa, quando arrivai in Nord America, all’università che frequentavo mi diedero una guida per studenti stranieri. In essa si raccomandava di evitare tre argomenti che potevano toccare le sensibilità delle persone. Questi temi erano: la POLITICA, la RELIGIONE ed il SESSO.
    Caspita! mi dissi: sono i miei argomenti preferiti… e adesso di che parlo con la gente?

    • Sgarrubba says:

      ma io non ho capito: siamo liberi di fare che cosa?
      mi viene tanto in mente quanto scritto nella genesi: una volta mangiato dell’albero (cioè pretesa la libertà), non si sentivano più liberi nemmeno di camminare nudi in casa loro. abbiamo preteso la libertà totale, non sappiamo più come tenerla fra le mani.
      e non sto facendo nessuna filosofia, anzi, più concreto di così…

  2. Giannino Stoppani says:

    E intanto l’arcivescovo di Cagliari, tale Arrivo Miglio, ha chiesto scusa alla comunità gaia perché un don Massimiliano “Max” Pusceddu (Puxeddu) durante un’omelia ha letto San Paolo, imponendogli pure la mordacchia a divinis.
    Chissà come mai, mi immagino l’eretico Socci che polemicamente si domanda se questo provvedimento calabrache è farina di Miglio o proviene da qualche altro tipo di molatura.

    • Giannino Stoppani says:

      Errata Corrige: ovviamente non è “Arrivo” ma “Arrigo” come Sacchi (di farina).

  3. dodi says:

    Perchè eretico Socci?esprime il suo pensiero o deve confermarsi anche lui al discorso di cui abbiamo letto sopra,perchè turba le coscienze?

    • Giannino Stoppani says:

      Stavo ironizzando, Dodi.
      Comunque, come ho avuto modo di scrivere altre volte, Socci è, anzi, gli è senese come Santa Caterina, e i senesi, come tutti i toscani, coltivano il vizio perverso di pensarla come gli pare e di dire quello che pensano senza badar tanto alle conseguenze. Per spiegare questa prerogativa, comune a tutti i toscani (attenzione! Politici e lacchè non appartengo alla specie umana e vanno considerati a parte!), chiamo un toscano doc come Kurt Erich Suckert 🙂 :
      “Basta che fra il pubblico ci sia un toscano col suo risolino in bocca, e subito l’oratore si turba, la parola gli si sgonfia sulle labbra, il gesto gli si ghiaccia a mezz’aria.
      Un generale parla ai suoi soldati di gloria, di bella morte; del «bene inseparabile del Re e della Patria»? Se fra i soldati, laggiù nell’ultima fila, c’è un toscano che lo guarda, subito il generale s’imbroglia, rinfodera la sciabola, arrotola la bandiera, e se ne va. (E qui va detto che gli italiani, le battaglie, le vincono soltanto grazie al risolino ironico di quel soldato toscano laggiù, nell’ultima fila.
      Quando non c’è quel risolino a mettere a posto i generali, accade quel che accade.
      E quanti guai si sarebbero risparmiati se Mussolini, invece di parlare al balcone di Palazzo Venezia, avesse parlato dal terrazzino di Palazzo Vecchio!)” da “Maledetti Toscani” di Curzio Malaparte.

  4. stefania says:

    Siamo alla frutta. Al delirio puro. Togli Nostro Signore Gesù Cristo dal mondo ed ecco come si va a finire. Ti si polverizza la ragione. Quanto ha stancato il politically correct!

  5. Quercia says:

    La cosa purtroppo non sorprende troppo.

    Non so se avete notato le reazioni dei maggiori giornali e giornalisti italiani alla Brexit.

    Senza entrare in merito dell’esito del referendum..ormai molti opinionisti italiani stanno proponendo senza nessuna paura nè pudore, di escludere dalla partecipazione alla vita pubblica e la revoca del diritto di voto ai “non preparati”. Ovviamente i preparati sono quelli che la pensano come loro. Chi invece non è d’accordo con loro è ignorante, vecchio, contadino, pauroso xenofobo ecc ecc.

    A parte che non vedo che male ci sia nell’essere un vecchio nè tantomeno un contadino (beato lui che non è chiuso in ufficio tutto il giorno). A parte che credo che conosca la Ue molto meglio un sessantenne agricoltore che ha a che fare con le direttive europee nel suo lavoro tutti i giorni (magari spiegate dal suo commercialista), piuttosto che un ragazzo di 20 anni che pensa che l’europa sia l’erasmus. A parte che i vari opinionisti “democratici” solo con chi la pensa come loro, non sono affatto dei giovanotti, ma degli anziani.
    Ma a parte tutto questo…Ma vi pare l’atteggiamento di giornali di un paese democratico??? A me onestamente spaventano molto più questi articoli, piuttosto che la Brexit.

    • jens says:

      Attento a quello che dici! Adesso qualcuno ordinerà a Tempi di risalire all’ID del tuo PC o telefono e da lì ti prendono e ti sbattono in galera!

  6. EquesFidus says:

    Questi Paesi stanno perdendo la testa; stanno creando una generazione di deboli, che potranno essere facilmente conquistati da chiunque possa proporre le proprie idee con la forza (cosa che ,purtroppo, allo stato attuale delle cose fa solo l’Islam ed il laicismo).

    • giulia says:

      E secondo me l’aver tolto, anzi…sospeso la leva è stato un gran male! pure noi donne avrebbero dovuto costringerci almeno a far un anno di servizio civile

      • Giannino Stoppani says:

        Sì, perché a voialtre donne vi sembra di far poco per la “società civile”?!
        Comunque l’addestramento all’uso delle armi da fuoco io lo metterei materia obbligatoria almeno alle superiori per maschi, femmine e tutti gli altri n generi previsti dal genderame.

        • Giulia says:

          In effetti…comunque intendevo servizio civile come un servizio con il quale si desse un po’ meno debolezza e un po’ più di senso di appartenenza a questa mia povera Patria!

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