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Asia Bibi, Malala e Rimsha: storie di donne libere nel Pakistan della legge sulla blasfemia

marzo 14, 2014 Emmanuele Michela

La giornalista Michela Coricelli ricostruisce in un libro le storie di alcune giovani discriminate nel “Paese dei puri”. Scoprendo una forza più profonda di qualsiasi violenza: la fede in Dio

asia-bibi-videoL’hanno chiamata “haram”, impura: l’accusa più infamante nel Pakistan della legge sulla blasfemia. Da allora la vita di Asia Bibi è cambiata, tenuta dietro alle sbarre senza alcun appello giudiziario da quasi duemila giorni. Tanti sono quelli che ci dividono da quel 14 giugno 2009, giorno in cui la giovane madre di Ittan Wali offrì da bere ad un’altra donna un bicchiere d’acqua da cui lei stessa aveva bevuto, e per questo fu accusata di aver “sporcato” quel pozzo con il suo essere infedele, cioè cristiana.
La sua storia apre il libro “Asia Bibi, Malala e le altre” (ed. San Paolo) di Michela Coricelli (giornalista prima ad Avvenire e ora alla Rai), che racconta storie di giovani donne che si sono opposte all’angusto meccanismo d’intolleranza del Pakistan, che mostra il suo aspetto più violento proprio sui cittadini di sesso femminile.

«ORGOGLIOSA DI SACRIFICARMI PER DIO». Le pagine dedicate ad Asia Bibi si costruiscono attorno alla forza di questa «donna minuta dal viso dolce», travolta da una spirale di accuse e intimidazioni, strappata all’improvviso dall’affetto della sua famiglia, un marito e cinque figli. A sorreggerla non è altro che la grande fede in Dio, che la accompagna nei suoi giorni dietro le sbarre attraverso i testi sacri e la porta a non abiurare in cambio della libertà ma anzi a perdonare i suoi accusatori proprio per seguire l’esempio di Gesù, dicendo al giudice che le ha offerto l’assoluzione in cambio di una conversione all’Islam: «Sono stata condannata perché cristiana. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lui mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui».

libro_asia_bibi_malalaRIMSHA E MALALA. Parole che mostrano un legame con Dio che è più forte di qualunque angheria la “legge nera” possa imporre. Quel testo anche alla 14enne Rimsha ha portato via la libertà, il tutto per una accusa falsa di aver bruciato alcune pagine di un compendio del Corano, sebbene la ragazza sia poco più che una bambina e non sappia leggere, oltre ad essere affetta dalla sindrome di Down. Adesso è libera, ma è stata costretta a fuggire all’estero assieme alla sua famiglia, onde evitare ripercussioni.
Un po’ come Malala, ragazzina pure lei, che ora vive in Inghilterra dopo essere stata vittima di un attacco dei talebani nel nord del Paese: le hanno sparato alla testa e al torace. La sua colpa? Difendere il diritto all’istruzione per le ragazze come lei dai fondamentalisti islamici che spesso distruggono le scuole. La sua storia è nota: l’ha raccontata lei stessa anche all’Onu, lo scorso giugno.

LA LEGGE SULLA BLASFEMIA. Il testo di Coricelli va oltre il semplice “j’accuse” al Pakistan, «una nazione con le sue luci e le sue ombre», e esalta la forza di queste figure. Mettendo in luce gli abusi contorti della legge sulla blasfemia, usata troppe volte per questioni personali costruite spesso su accuse mai verificate, con migliaia di casi ogni anno (nel 2012 sono stati 1.800). Il tutto genera un clima di paura tanto per le minoranze religiose quanto per chi vuole difenderle: emblematica è stata la morte, nel ’97, di Arif Iqbal Bhatti, giudice dell’Alta Corte di Lahore, che aveva fatto scarcerare due cristiani accusati ingiustamente di aver imbrattato il muro di una moschea.
Più recente è la vicenda di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico ucciso nel 2009 a Islamabad a colpi d’arma da fuoco mentre viaggiava in auto. Ma il Pakistan non è solo questo, e qualche fiammella di speranza rimane viva. All’Occidente spetta il compito di non dimenticarsi di Asia Bibi e di «tutte le donne del mondo che di fronte all’ingiustizia hanno il coraggio di dire no». Per loro «continuiamo a dialogare, a riflettere, a pregare, a denunciare, a leggere, a parlare, a firmare appelli. A domandarci: io cosa posso fare? Intanto cominciamo dall’inizio. Cerchiamo di capire».

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2 Commenti

  1. domenico b. says:

    Donne coraggiose, è vero, e grazie a Tempi che ce ne parla.
    In occidente ci parlano delle gesta delle pussiryot o delle femen, che tristezza…

  2. Ellas says:

    Sono eroine. Rimsha, poi dimostra quanto è folle la legge islamica.

    L’8 marzo dovrebbe essere dedicato a loro.

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