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Arthur, un’altra vittima del trattamento di fine vita inglese. «Nessuno merita di morire come un cane randagio»

novembre 8, 2012 Elisabetta Longo

Inserito nella death list dai medici da cui era curato, il paziente è morto nel giro di pochi giorni. Quando la figlia ha chiesto spiegazioni, era ormai troppo tardi

Non si placano le polemiche e le storie di pazienti coinvolti nel Liverpool Care Pathaway, il programma di trattamento fine vita. Dopo la storia di Margaret, una nonnina inserita all’insaputa dei parenti in questo protocollo perché ritenuta in fin di vita, e invece poi vissuta in modo dignitoso, ecco la storia di Arthur Oszek, un signore di 86 anni morto perché, dice la figliastra, inserito nel Liverpool Care Pathaway. La figliastra ha voluto raccontare al Daily Mail il percorso doloroso in cui ha visto morire il suo amato patrigno.

CURE INTERROTTE ALL’IMPROVVISO. Il padre di Ann Murdoch, ricoverato all’Ayr General Hospital, soffriva di diabete. Per molti giorni gli è stato tolto il cibo, le bevande e anche alcune delle sue medicine, pur essendo lui un diabetico. Quando ha chiesto spiegazioni ai medici che lo seguivano, ad Ann è stato risposto che era stato inserito nel Pathaway, al fine di aiutarlo ad andare verso la morte. Ann ha chiesto più volte perché fosse stata presa questa decisione per suo padre e ha protestato affinché il trattamento fosse interrotto. Dopo bene 20 ore di discussione, i medici hanno stabilito che avrebbero ridato alimentazione e idratazione al povero Arthur, ma ormai era troppo tardi, e il 25 agosto dell’anno scorso il signor Oszek è deceduto.

PARENTI IGNARI. Quando Ann ha sentito, nei mesi successivi, che c’erano tante altre storie come quella del suo patrigno ha deciso di rendere pubblica la sua vicenda. Proprio in questi giorni l’associazione inglese per la medicina palliativa ha chiesto una revisione del Liverpool Care pathaway, per l’ingiustizia che i pazienti subiscano l’avvio del protocollo senza il consenso dei cari. «Nessuno merita di morire così, nemmeno un cane randagio. Eppure mio padre se n’è andato da solo, soffrendo per la mancanza di cibo, acqua e medicine per il suo diabete. Mia nipote ha tristemente documentato il tutto con la macchina fotografica. Le sue labbra disidratate, il blocco della circolazione negli arti inferiori, il suo calvario», conclude la signora Ann. Eppure Mandy Yule, una dei responsabili del Pathaway dell’ospedale di Ayr in cui il signore era ricoverato, continua a sostenere che i parenti vengono sempre informati. Sul caso di Arthur, però, nessun commento.

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