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Up! Andate a vederlo

febbraio 23, 2012 Simone Fortunato

Un’ultima meravigliosa creatura di quei geni della Pixar. Dire film è forse troppo poco e capolavoro è ormai un termine abusato dopo aver assistito a quei capolavori recentissimi che sono stati Ratatouille e Wall-E.

 

Un’ultima meravigliosa creatura di quei geni della Pixar. Dire film è forse troppo poco e capolavoro è ormai un termine abusato dopo aver assistito a quei capolavori recentissimi che sono stati Ratatouille e Wall-E. In una casa vuota, scura, circondata da scavi mostruosi di una città in fieri, vive il vecchio Carl, burbero venditore di palloncini, indurito dalla vita e dal dolore, prigioniero di una casa dei ricordi dove tutto è immagine di lei che non c’è più, aggrappato a un album di foto sbiadite, lo sguardo rivolto a un cielo che tanto aveva promesso un tempo e oggi appare così vuoto. Almeno fino a quando non irrompe la divertita imboscata del destino, ormai caratteristica delle pellicole della Pixar. È con una nota malinconica che prende le mosse il film di Pete Docter, già regista dello splendido Monsters&Co e qui capace di superarsi.
In una sequenza di una manciata di minuti che già sono entrati nella storia del cinema, il regista e il suo montatore raccontano i tanti anni della vita di Carl: lo stupore di questo bimbetto taciturno al cinema a vedere le avventure del suo eroe, l’amicizia con Ellie, la bambina sdentata che poi diventerà sua moglie. Le promesse e le avventure del matrimonio. Perché sono sempre stati insieme Carl ed Ellie e si sono voluti un bene dell’anima, anche quando le cose andavano storte e il loro agognato viaggio in Sud America andava a farsi benedire: perché si spaccava la macchina, ci si rompeva la gamba o ci si ritrovava il tetto sconquassato. Sempre insieme, con lo sguardo nel cielo a riconoscere nelle nuvole le forme più strane. Gli animali più esotici, un elefantino, un bimbetto, tanti bimbetti. Un cielo pieno di bimbi. Sempre insieme, anche di fronte a tutti quei bimbetti che dal cielo non se ne volevano scendere in quel lettino blu allestito con tanto amore.
Il racconto che arriva fino alla vecchiaia e alla morte di Ellie è portato avanti alla maniera del cinema muto con il solo commento musicale, con una straordinaria capacità sintetica e un’intelligenza rara nel raccontare la vita, senza un’ombra di sentimentalismo eppure intriso di fiducia se non di speranza. Sogni, speranze, dolori, morte. È forse proprio questo il punto di forza del “metodo Pixar”: raccontare tutta la realtà con un occhio al pubblico bambino e un altro al pubblico adulto.

L’attesa e il sogno americano
Ecco, Up, che in Italia esce il 15 ottobre, è forse il film che più di ogni altro celebra la trasformazione del sogno americano in attesa, attesa di qualcuno. Un’attesa – a volte piena di stupore, a volte più imbronciata – che la realtà ripaga sempre, anche se in modi misteriosi. Di sicuro uno di quei modi è Russel, il bimbetto esploratore che il vecchio Carl si trova un giorno tra i piedi e con cui inizierà un viaggio incredibile, sospeso letteralmente tra cielo e terra, poetico già nella forma, ricco di una simbologia semplice e senza fronzoli, fino ad arrivare a uno dei finali più commoventi della storia del cinema. Strepitoso da un punto di vista tecnico, Up, almeno fino al prossimo film Pixar, è l’ultima frontiera delle possibilità cinematografiche: è un film modernissimo eppure antico e controcorrente. È un film con delle avventure che nemmeno Indiana Jones ma il protagonista è un vecchio che fa fatica a muoversi; è un film che fa piangere e ridere al tempo stesso senza mai essere ricattatorio; è un film per bambini in cui gli animali sono veri animali che fanno anche un po’ paura e in cui non mancano il sangue e la morte. Soprattutto è un film in cui parole come ottimismo, sogno, solidarietà sono trasfigurate nell’unica parola di cui il cinema, con i suoi addetti ai lavori e tutto il suo pubblico, tramortito da centinaia di film zozzi, ha davvero bisogno. La parola speranza.

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1 Commenti

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