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Albania Athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo

luglio 8, 2012 Redazione

Intervista a Teodor Nasi, curatore della mostra che sarà presentata al prossimo Meeting di Rimini. L’eredità del comunismo, la cultura anticristiana, il vuoto identitario. Ma anche alcuni “esempi luminosi”

Tratto da Zenit.org. Per quella che è stata la sua vicenda, l’Albania rappresenta un capitolo a sé nella storia d’Europa. Difficilmente incasellabile secondo i parametri di Europa occidentale o orientale, questo paese, seppur piccolo per dimensioni territoriali, è grande per la forza della sua tradizione cristiana.

Sebbene sia stato oppresso da una dittatura comunista, sarebbe un errore analizzare la storia dell’Albania in base a quanto avvenne in Unione Sovietica e nel paesi satelliti. Anche in ciò, questa nazione conserva la sua peculiarità.

Pur essendo luogo d’origine di una delle più numerose comunità di immigrati sul suolo italiano, dell’Albania sappiamo molto poco. La mostra Albania Athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo, in programma al prossimo Meeting di Rimini (19-25 agosto), intende contribuire a colmare questa lacuna.

Per conoscere i contenuti dell’esposizione, Zenit ha incontrato Teodor Nasi, giovane avvocato trapiantato in Italia, curatore dell’iniziativa, assieme a Felice Crema, Bardha Karra, Florenc Kola, Zhirajr Mokini Poturljan, Miranda Mulgeci Kola, Giorgio Paolucci e Denis Spahaj.

Come avete conosciuto il Meeting, voi curatori albanesi, e come è nata l’idea di questa mostra?

Ho conosciuto il Meeting poco dopo aver incontrato il cristianesimo. È la più importante tribuna culturale italiana. Ho iniziato a lavorarvi come volontario nel 1997, a 17 anni. Avvicinandoci all’occasione del centenario dell’indipendenza dell’Albania, diventando sempre più forte l’urgenza di dare una risposta a quelle domande che la mostra solleva, ecco che nel 2010 abbiamo iniziato a parlarne ed oggi pare che ci siamo.

Il vostro progetto intende illustrare il rapporto inscindibile tra cristianesimo e libertà: nell’Europa orientale che ha vissuto più di 40 anni di comunismo, ciò è un dato acquisito. Come trasmetterlo qui in Occidente, dove la cristianità viene spesso vista come una minaccia?

È un dato di fatto che questo rapporto, non sempre chiaro e sovente avversato e negato, segni a fondo la storia e l’identità albanese. L’evidenza di questo sorge in noi a seguito della nostra esperienza personale di incontro cristiano e si proietta nella mostra sotto forma di domanda valida per tutti gli albanesi.

Vorrei però osservare che non sussiste, se non apparentemente, una identità tra Albania ed “Europa Orientale”. Una delle discussioni più vive cui si assiste in Albania oggi è proprio questa sulla collocazione culturale tra Oriente e Occidente. È una questione complessa e si discute sul ruolo dell’islam e sull’appartenenza al cristianesimo. Il punto, però, è che tali discussioni sono tanto vivaci nei toni, quanto povere nei contenuti. Si insiste a portare acqua al proprio mulino, leggendo ideologicamente la storia. Ed è parimenti evidente che molti esponenti delle diverse correnti di pensiero in questa diatriba sono dei partigiani di posizioni di potere non albanesi, per non dire anti-albanesi.

Ci ha molto colpito, invece, la perfetta concordia nel porsi di alcune domande tra noi e il più grande scrittore albanese vivente, Ismail Kadaré. Il rischio di dissolvimento identitario, così come egli lo pone, è il punto di partenza della nostra mostra. Se si pensa che stiamo parlando di una persona di tradizione islamica e formazione atea, ecco che il nostro lavoro diventa interessante, perché ci si rende conto che stiamo dialogando idealmente con tutti.

La questione del rapporto tra identità, libertà e religiosità assume toni tanto vivi quanto tragici nel giudizio sul regime comunista. Ciò che è avvenuto in Albania è molto diverso da quanto hanno subito i popoli dell’Unione Sovietica o i paesi del Patto di Varsavia: far coincidere l’esperienza albanese con quella dell’Europa Orientale comunista non è una scelta sostenibile. Se volessimo per forza trovare dei termini di paragone, sarebbero più calzanti la Corea del Nord o la Cambogia di Pol Pot.

Quali sono le conseguenze di quel regime che ancora incidono sull’attualità del vostro paese?

L’effetto culturale principale di questo regime disumano è un inquietante vuoto identitario, che si alimenta ancora con l’incapacità dell’establishment culturale e politico di fare seriamente i conti con quanto è avvenuto nel recente passato. Questa vergognosa mancanza si perpetua da vent’anni. Ci sono delle luminose eccezioni. Oltre a Kadaré, abbiamo scoperto l’opera di Agron Tufa, poeta e direttore dell’Istituto albanese per i crimini del comunismo. Oppure Ardjan Ndreca, professore dell’Urbaniana e direttore di uno degli storici periodici albanesi, riaperto dopo la censura comunista.

Si parte quindi da questi sprazzi di luce e dalla nostra esperienza per divulgare in Occidente con serietà la questione dell’identità albanese. Semplificando si potrebbe dire: ecco dove porta la strada anticristiana intrapresa. Non è tanto la sofferenza che causa l’oppressione di un regime comunista feroce quando è al potere, ma è la sua eredità ad essere oggi ancora angosciante.

Si riparte sempre però, non vivendo nella menzogna, giudicando ciò che è capitato a ciascuno e a tutto il popolo. La mostra a sua volta cerca, forse inadeguatamente, di documentare proprio questo partendo dall’esperienza albanese. Per comprendere in Occidente questo passaggio cruciale, accanto e con più titoli della nostra mostra, io suggerirei la gigantesca opera promossa dalla Fondazione Russia Cristiana, guidata da Padre Romano Scalfi.

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