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A Istanbul i ponti dividono invece che unire

luglio 14, 2017 Massimo Ciullo

Nelle intenzioni di Erdogan, le giornate di festa per il fallimento del golpe del 2016 celebreranno la memoria e la democrazia, ma non la riconciliazione nazionale

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A Istanbul esistono tre ponti che, attraversando lo stretto del Bosforo, collegano la parte europea della città a quella asiatica. Uno di questi, conosciuto anche come “Secondo Ponte”, è dedicato al sultano Mehmet il Conquistatore che il 29 maggio 1453, con la presa di Costantinopoli, pose fine all’Impero Romano d’Oriente. Il ponte Yavuz Sultan Selim, detto anche “Terzo Ponte”, è opera di una joint-venture italo-turco tra il gruppo Astaldi e IC Ictas ed è un gioiello di ingegneria civile con le sue due linee ferroviarie e le due autostrade a quattro corsie; i lavori sono iniziati, non per caso, il 29 maggio 2013 e il ponte è stato inaugurato il 26 maggio 2016, altra data simbolica, che celebra la Büyük Taarruz (Grande Offensiva), ovvero la vittoria della neonata repubblica di Mustafa Kemal “Atatürk” nella guerra contro la Grecia del 1922.

E il “Primo Ponte”? Inaugurato nel 1973, da sempre conosciuto semplicemente come Boğaziçi Köprüsü (appunto, primo ponte), non ha avuto mai l’onore di una dedica particolare, almeno fino al 25 luglio 2016, quando, dopo il fallito golpe di dieci giorni prima, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha deciso di ribattezzarlo “Ponte dei Martiri del 15 luglio”, in onore dei cittadini di Istanbul che hanno perso la vita andando a contrastare l’avanzata dei blindati dei “terroristi gulenisti”.

Le celebrazioni per lo sventato colpo di Stato di un anno fa si protrarranno fino alla fine di luglio, e avranno inizio con l’inaugurazione di un monumento dedicato alle 265 vittime civili sulla collinetta di Nakkastepe, proprio all’imboccatura orientale del ponte dove si registrarono gli scontri più cruenti. Sempre dal Ponte dei Martiri prenderà il via la marcia per l’unità nazionale che sarà guidata da Erdogan in persona, con in prima fila i 2.500 Gazi, i veterani, i primi ad opporsi disarmati all’avanzata dei tank dei golpisti. Gli organizzatori prevedono la partecipazione di oltre un milione di persone.

Nelle intenzioni del regime turco, dovranno essere giornate dedicate alla memoria e alla democrazia, ma non alla riconciliazione nazionale. Negli ultimi giorni si sono registrate ancora epurazioni in seno alla società civile. L’ondata di arresti per sospetti legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gülen ha preso di mira i docenti di due università di Istanbul. La procura cittadina ha emesso 72 nuovi mandati d’arresto nei confronti di professori, ricercatori e dipendenti di due atenei, la prestigiosa Università del Bosforo e l’Università Medeniyet, accusati di legami con l’imam esule in Pennsylvania. Tra questi c’è anche Koray Caliskan, noto professore di Scienze politiche all’Università del Bosforo, fortemente critico nei confronti del regime di Erdogan. Altri 43 mandati di cattura sono stati emessi dalla procura di Ankara nei confronti di dipendenti, in servizio o già epurati, degli uffici del primo ministro e di diverse banche. Secondo gli inquirenti i sospetti avrebbero utilizzato ByLock, l’app di messaggistica impiegata dai golpisti per scambiarsi informazioni criptate. Sono finora 50 mila le persone considerate “nemiche” del regime finite dietro le sbarre in seguito al fallito golpe. Le epurazioni volute dall’esecutivo hanno colpito invece ben 150 mila cittadini.

Per chiedere giustizia nei confronti di questi cittadini che centinaia di migliaia di persone hanno seguito Kemal Kilicdaroglu, ribattezzato il “Ghandi” turco, leader del Partito repubblicano del popolo (Chp), nella “marcia per la giustizia e contro la repressione” che è durata circa un mese. Partita lo scorso 15 giugno dalla capitale Ankara, ha raggiunto la piazza di Maltepe, un quartiere periferico di Istanbul il 9 luglio scorso, dove si trova la prigione in cui è detenuto Enis Berberoglu, deputato del Chp, arrestato con l’accusa di aver passato documenti riservati sui servizi segreti al quotidiano Cumhuriyet. Si è trattata della più grande mobilitazione che ha visto il paese dal 2013 contro Erdogan.

Se si dovesse rintracciare un tratto distintivo dell’odierna società turca non potrebbe che essere quello della polarizzazione. La dichiarazione congiunta di tutte le forze politiche alla Grande Assemblea Nazionale del 16 luglio 2016 in difesa delle istituzioni democratiche, è ormai un lontano ricordo. Una polarizzazione che si è appalesata in maniera evidente nei risultati del referendum costituzionale dello scorso aprile volto a modificare il sistema parlamentare, con l’abolizione della carica di primo ministro e l’adozione di un modello presidenziale. I cleaveges all’interno della società si sono sviluppati tra diverse classi sociali, tra aree urbane e rurali, tra persone con differenti livelli educativi, professionali e di reddito. La sfida più grande per l’attuale leadership turca è quella di smussare questi solchi che potrebbero diventare sempre più profondi, se anche la narrazione delle più recenti vicende politiche del paese dovesse iniziare a essere un racconto ad una sola voce, quella dei vincitori nei confronti dei vinti.

Foto Ansa

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