Zurlo (Giornale): «L’accompagnamento coatto di Berlusconi? Si riapre lo scontro con i pm»

Stefano Zurlo a Tempi.it: «Le inchieste finiscono da una parte e ricominciano dall’altra. Ora che quella di Bari, in cui Berlusconi era indagato, si avvia alla conclusione, lo stesso scenario si ripropone a Napoli. È un sistema di screditamento molto grave. È come se ci fosse un’azione penale permanente, per cui a prescindere dagli esiti processuali si è costantemente nel mirino»

Il Premier è parte lesa nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta estorsione da parte di Giampaolo Tarantini, sua moglie, e Valter Lavitola, e l’intenzione ostinata della procura di Napoli di ascoltare Silvio Berlusconi nei prossimi giorni occupa le prime pagine dei principali quotidiani: “Sfida tra i Pm e Berlusconi” (Corriere), “Berlusconi cede, sì all’interrogatorio” (Repubblica), “Scontro Pdl-giudici” (La Stampa), “Ultimatum”(l’Unità) “Vogliono arrestare Silvio” (Libero), “Silvio prigioniero politico”(Il Giornale). Con toni diversi, da prospettive differenti, tutti pongono l’accento sull’eterno scontro tra magistratura e premier, che l’accompagnamento coatto ventilato dai pm napoletani, nel caso in cui il presidente del Consiglio dovesse sottrarsi all’incontro, ha nuovamente portato allo scoperto.

Se per il capo della procura, Giandomenico Lepore, «la memoria difensiva non basta, nessun cittadino si può sottrarre a suo piacimento ai magistrati», il centrodestra contesta quello che considera un mero gioco politico: il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Osvaldo Napoli, ha attribuito ai magistrati «velleità golpiste», mentre i deputati Enrico Costa e Manlio Contento hanno rivolto un’interrogazione al ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma. Si tratta di semplice codice di procedura, o di lotta politica? E perché proprio una vicenda in cui il premier risulta parte lesa viene considerata la sua “tomba politica”?

Per Stefano Zurlo, inviato del Giornale, si utilizzano «strumenti apparentemente nuovi per situazioni vecchie». L’anomalia c’è, tutta italiana: «In questo paese – dice a Tempi.it – le inchieste finiscono da una parte e ricominciano dall’altra. Ora che quella di Bari, in cui Berlusconi era indagato, si avvia alla conclusione, lo stesso scenario si ripropone a Napoli, seppur con altre forme. Ma sempre di escort e di intercettazioni si parla. È un sistema di screditamento che ha funzionato molte volte, e non solo col premier, e che è molto grave. È come se ci fosse un’azione penale permanente, per cui a prescindere dagli esiti processuali si è costantemente nel mirino. In questo caso, la guerra va avanti dal ’94. Combattuta con mezzi legittimi, certo: ma sempre di guerra si tratta».

Come se non bastasse, sullo sfondo si combatte «una battaglia tutta interna alla magistratura» per tre poltrone pesanti che si libereranno a fine anno: quella del procuratore nazionale antimafia, quella del procuratore capo a Roma, e quella di Napoli: dopo Giandomenico Lepore, 75 anni, che andrà in pensione tra pochi mesi, «la strada per magistratura democratica (organismo associativo che si caratterizza per l’ispirazione ideologica maggiormente di sinistra, ndr) è ormai spianata».

Dalla cosiddettaP4 al caso Milanese, per Zurlo quella partenopea «è diventata il nuovo punto di riferimento delle procure italiane. Viaggia a braccetto con Milano e secondo me ci sarà uno scambio di carte». Come se tutte le indagini fossero collegate? «A nessuno interessa del processo. Questo non cambia di una virgola il fatto che il premier si sia circondato di compagnie non esattamente edificanti, e che questa immagine da corte dei miracoli sia squallida e imbarazzante. Ma troppe cose non stanno in piedi». Ad esempio? «Una tra le tante: l’intercettazione in cui Berlusconi avrebbe detto a Lavitola: resta dove sei. Il ricattato che dice al ricattatore cosa fare? Ma non scherziamo». L’obiettivo, allora, qual è? «Quello di aprire una nuova, violentissima, fase dello scontro. L’accompagnamento coatto è il cavillo: da cui si potrebbe spalancare una voragine».