Ma se ha ragione Woody Allen, perché l’uomo e il figlio dell’uomo continuano a portare il fuoco?

Il famoso regista parla del suo lavoro come di una «grande distrazione». Distrazione da cosa? Ci sono «domande che non estirperà nemmeno l’Isis. Neanche il Mondo Nuovo. Bisogna confessare. Cioè, rispondere»

La vita è una successione di istantanee che non stanno insieme. Una cosa terribile. E non è che non ci siano cose divertenti e piacevoli. Il sesso, i pasticcini, i tramonti sul mare, la donna delle pulizie, una serata al cinema con gli amici. E poi il lavoro distrae. Povero e disgraziato chi non ce l’ha.

Così sente la vita quel simpatico, funambolico e fortunato genio cinematografico di Woody Allen. Lo ha detto in un’intervista all’Espresso, quell’antipatico e geniale giornalone che questa settimana ha in copertina “Il Papa e il sesso”, la facciona di Francesco e tanti bei coriandoli di preservativi, amorini interscambiabili e puttantour che fanno tanto italiani glamour a New York. «Il lavoro è una grande distrazione – dice Woody Allen – se non stessi girando un film, me ne starei seduto a casa ossessionato dall’idea di quanto sia terribile la vita».

«Sono stato fortunato nel riuscire a mantenere questo ritmo per la maggior parte della mia vita e non saprei come vivere in altro modo. Ho un lavoro molto più facile di quello di un poliziotto o di un maestro di scuola e vivo esattamente come vorrei. Guardo film, passo le serate con mia moglie e le mie figlie, vado a vedere partite di basket e di solito trascorro l’estate in bellissime città come Londra, Roma o Parigi girando dei film».

Insomma, conclude il regista di Io e Annie, «è il mio modo di illudermi e tenermi occupato per non cadere nella disperazione di fronte al lato più oscuro delle cose. Posso correre sul mio tapis roulant ogni mattina e mangiare cibi sani, ma alla fine la morte verrà a prendermi».

Ma come, si potrebbe domandare al nostro invidiabile newyorkese, sei arrivato fin qui e ti lamenti? «Non mi lamento – risponderebbe probabilmente l’invidiabile genio giunto alle viste di colei che lo verrà a prendere – rifletto sull’esperienza. Dopotutto non sono un cane. Dopotutto, come dice il vostro Giacomo Leopardi che non era così scemo da invaghirsi per “Madre Terra” quando “Natura è Matrigna”, siamo esseri ragionevoli, dotati di sensi, coscienza e parola».

Dunque? Dunque, stando ad ascoltare il detto e il non detto del grande Woody, agnostico raffinato e istrione dall’ironia graffiante, non è vero che l’inquietudine di un ateo o di un credente siano cose diverse. Siamo tutti fatti della stessa pasta e il marasma sotto il cielo ci riguarda tutti, indistintamente. Perciò, cosa dovremmo dire ai nostri figli che vengono al mondo con gli occhi spalancati di curiosità e corrono fiduciosi verso le braccia di mamma e papà?

Cosa dovremmo confessare loro, a un tratto della loro strada, quando ci interrogassero sulla vita, dopo che li abbiamo nutriti e svezzati, protetti e cresciuti, in un mondo non raramente arcinemico dei bambini? Come testimoni a un processo, dovremmo confessare loro la verità, solo la verità, nient’altro che la verità.

Epperò, a dirla tutta, hanno sul serio bisogno della nostra “confessione”, quando diventati ormai grandicelli – e può succedere già a 12-13 anni – i nostri bambini sono già capaci di riflettere sui gesti che vedono fare da noi e i discorsi che sentono dire da noi, paragonandoli ai gesti e discorsi che vedono e sentono in giro, a scuola, tra gli amici, in tv?

Risposta affermativa. Perché i nostri ragazzi sono gli stessi ragazzi che eravamo noi. Pieni di domande che il mondo butta in soffitta e che noi, a nostra volta, invecchiando tendiamo a seppellire in cantina. Ma che ritornano, implacabili, ad ogni stormir di foglia di nuova vita: la felicità, l’amore, il bene, il male, il per sempre… Non ce n’è per nessuno. Sono domande che non estirperà nemmeno l’Isis. Neanche Woody Allen. Neanche il Mondo Nuovo. Bisogna confessare. Cioè, rispondere.

È il fuoco della vita. Sia brace che cova sotto la cenere del vecchio o sia eruzione vulcanica dei vent’anni, la domanda è il fuoco che incendia la vita. Un fuoco che (lo sapete) comincia con: “perché questo”? “perché quello”? Fin da quando il figlio dell’uomo muove i suoi primi passi e smette di andare a gattoni, ecco, senza leggere Scalfari, senza aver visto Midnight in Paris e senza sapere e senza volerne sapere niente di Darwin o Dawkins, indifferente ai dati scientifici e ai milioni di anni che ci sono voluti per arrivare all’Homo Sapiens, già a due-tre anni il figlio dell’uomo è sapiens, arde e domanda di tutto di più.

Spettacolo nello spettacolo della vita (infatti, già portare nel grembo e dare alla luce un bambino è per una madre una cosa indimenticabile, anche se tutto il mondo l’avesse dimenticata: adesso il definitivo inverno del mondo sarebbe questo: staccare la maternità dalla madre per rendere la maternità della donna dimenticabile e indimenticabili mamma orsa e mamma cane).

Dopo di che, è vero, credenti o non credenti si sia, all’uomo pensante e perciò non paralizzato da una qualche fissazione ideologica (come ad esempio ieri poteva essere il marxismo, oggi l’animalismo) la vita appare come una successione di istantanee che non stanno insieme. Alle viste c’è solo la morte. Il bilancio è terribile. Ma allora perché l’uomo e il figlio dell’uomo continuano a portare il fuoco?