Trump giganteggia sulla web tax e si mangia i nani europei

L’Ue è divisa sulla tassa digitale e il presidente americano dopo aver sistemato la Francia va all’attacco di Italia e Regno Unito

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Da Davos arriva una notizia ben più importante dello “scontro” tra Donald Trump e Greta Thunberg. Ed è quella dell’offensiva americana contro gli Stati europei che hanno approvato una web tax per costringere i colossi della Silicon Valley a pagare le tasse dovute per i profitti registrati in Europa. L’aggressività americana non fa che confermare quello che già si sapeva: quando l’Unione Europea è divisa, Trump se la mangia quando e come vuole.

MACRON CEDE DAVANTI ALLA MINACCIA DEI DAZI

L’anno scorso la Francia è stato il primo paese europeo a introdurre una tassa per riportare all’ordine Google, Facebook & co. Il presidente americano ha reagito immediatamente minacciando Parigi con l’introduzione di dazi del 100 per cento in particolare sui vini francesi per un valore di oltre due miliardi di euro. Alla vigilia di Davos, Emmanuel Macron è stato costretto a chiamare il presidente americano e a siglare una tregua: la tassa è congelata fino alla fine del 2020.

Ottenuto lo scalpo francese, Trump è passato alle minacce verso altri due paesi: il Regno Unito e l’Italia. Nel nostro paese la web tax è entrata in vigore a gennaio (imposta del 3 per cento sulle imprese digitali con fatturato globale superiore a 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 sul territorio nazionale) e il governo spera di ricavare 700 milioni di euro. Il segretario del Tesoro americano, Steve Mnuchin, durante un incontro nella città svizzera, ha dichiarato senza mezzi termini: «Se [Roma e Londra] non fermeranno i loro piani, si troveranno ad affrontare i dazi del presidente Trump».

L’ITALIA SPERA DI TRATTARE LA RESA

Se il Regno Unito ha già annunciato che non farà retromarcia, anche perché, come riporta la Stampa, «la web tax potrà essere utilizzata come arma nel negoziato commerciale con gli Usa che Trump vuole discutere al più presto» in seguito alla Brexit, l’Italia vacilla. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha fatto filtrare la notizia che il governo tratterà un compromesso con Washington quest’anno, anche perché la tassa di fatto dovrà essere pagata dalle imprese nel 2021 sui redditi di quest’anno. Ci sono dunque 12 mesi di tempo per scampare alla spada di Damocle dei dazi.

Tutti sperano che una soluzione sarà trovata a livello globale in sede Ocse, dove l’approvazione di una web tax globale sarà discussa il 29 gennaio. Se però la montagna partorirà un topolino, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che Bruxelles approverà una tassa digitale europea. Passare dalle parole ai fatti però sarà tutt’altro che facile.

GERMANIA, OLANDA E IRLANDA BLOCCANO L’UE

Ieri i ministri finanziari europei si sono riuniti per discutere del tema e, come riporta il Messaggero, «è emersa la solita, classica divisione, con scandinavi e irlandesi nettamente contrari». Anche il Sole24Ore nota che «questi Paesi sono gli stessi che hanno fatto naufragare il progetto europeo di tassa digitale presentato dalla Commissione Juncker. Divisi, i Ventisette indeboliscono probabilmente la loro posizione nell’Ocse e di converso la posizione della Francia nei confronti degli Stati Uniti».

In realtà anche la Germania, che a parole appoggia una tassa digitale europea, ammette Repubblica, è in realtà «tiepida» perché «sarebbe il paese più colpito dai dazi sulle auto». L’Irlanda, invece, non vuole rinunciare alla sua tassazione privilegiata nei confronti delle multinazionali, che danneggia tutto il resto d’Europa e il cui risultato si può ben comprendere dalle parole pronunciate ieri alla Luiss da Nick Clegg, responsabile della comunicazione di Facebook: «Noi paghiamo le tasse in Europa, le paghiamo in Irlanda, che è un membro dell’Ue». Peccato che dovrebbero pagarle anche negli altri paesi.

A COSA SERVE L’UE SE È DIVISA E DEBOLE?

La vicenda della web tax mette a nudo tutta la fragilità dell’Unione Europea, incapace di fare sintesi e di trovare una soluzione politica comune, anche quando si tratta di difendere i propri interessi economici da un’aggressione esterna. Una fragilità che indebolisce i singoli paesi e che conferma, ancora una volta, che senza una seria riforma politico-istituzionale l’Unione serve a ben poco.

Foto Ansa