Volete liberalizzare? Liberate le imprese dalla piovra delle tasse e della burocrazia

L’Italia è all’ottantasettesimo posto su 189 nazioni nella graduatoria tra i paesi dove è meglio investire. Siamo dietro Zambia, Albania, Ghana e Mongolia. Perché? Tasse cervellotiche e una burocrazia da azzeccagarbugli sono le vere zavorre del nostro paese. E se poi ci aggiungiamo uno statuto dei lavoratori nato negli anni Settanta…

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Liberalizzare, liberalizzare, liberalizzare. «Una al mese e anche di più» affermano il presidente del Consiglio Mario Monti e il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera. Lo scenario di un Italia che affossa a causa dei tassisti o dei farmacisti sarà rigenerato e ossigenato grazie alle liberalizzazioni che il Governo porrà in essere nel breve futuro a suon di decreti. Fatto sacrosanto il concetto che liberalizzare è cosa buona e giusta, bisogna ponderare l’importanza che tale attività avrà nel sistema italiano. In poche parole: quali liberalizzazioni salveranno l’Italia? Le liberalizzazioni annunciate saranno una locomotiva che farà da traino al paese? Per rispondere a queste domanda, bisogna porsene un’altra: perché ci sono paesi in controtendenza rispetto ai dati negativi dell’economia italiana?

La risposta è semplice: in quelle nazioni risulta meno complicato fare impresa. Ne consegue un’appetibilità maggiore dei capitali esteri all’investimento e all’insinuazione di nuove unità produttive. I maligni potrebbero immediatamente replicare che il capitalismo senza regole e senza limiti si sposta laddove la forza lavoro costa poco. Se fosse vero, i paesi africani sarebbero nelle top list dei ranking mondiali che riguardano l’appetibilità delle nazioni agli investimenti esteri. 
In verità, gli elementi che generano un giudizio positivo per le imprese che vogliono delocalizzare sono molteplici e purtroppo l’Italia non gode di una buona reputazione a livello internazionale. Da una ricerca promossa dalla Banca Mondiale emergono dati allarmanti. L’Italia è all’ottantasettesimo posto su 189 nazioni nella graduatoria tra i paesi dove è meglio investire. In classifica, posizionate meglio dell’Italia, ci sono lo Zambia, l’Albania, il Ghana e la Mongolia.

I motivi che spingono il nostro paese così in basso sono molteplici.
Un fattore importante riguarda la fiscalità. Tra le 189 nazioni prese in considerazione dalla World Bank, l’Italia sul tema tasse si pone al 134 posto. Le imprese nostrane devono pagare 15 tipologie di imposte che necessitano un tempo di preparazione medio di 285 ore al fine di immettere nelle casse dello stato il 68,5 per cento dei profitti realizzati.
La burocrazia fa il resto. In Italia, per adempiere a tutte le 11 procedure richieste per aprire un sito produttivo ci vogliono 258 giorni. Quando il socio è straniero, oltre al normale iter di un italiano, si aggiungono la richiesta del codice fiscale (del socio e del suo legale rappresentante, se il socio è una società) e degli amministratori (se sono anch’essi stranieri). Se poi nessuno dei soggetti coinvolti vive fisicamente in Italia occorre imbastire tutte le procure necessarie per la costituzione e l’apertura del conto corrente. Per quest’ultimo aspetto, la normativa antireciclaggio complica ulteriormente le procedure.

Per ottenere la piena operatività della società, sempre sotto il profilo societario e fiscale, un grosso ostacolo è rappresentato dal nulla osta per gli acquisti e le vendite intracomunitarie (Vies). Si tratta di un adempimento Iva di derivazione comunitaria, che in Italia è stato così implementato: un soggetto italiano prima di iniziare le vendite o gli acquisti con altri soggetti comunitari deve darne comunicazione all’agenzia delle entrate e attendere 30 giorni. Le società neo costituite appartenenti a gruppi multinazionali che avessero la necessità di fare operazioni con soggetti residenti in altri paesi dell’Unione Europea devono aspettare 30 giorni dalla data di richiesta della partita Iva (praticamente dalla data di costituzione). Nel resto dell’Europa non è così e le società neo costitute sono pienamente operative da subito.

Un altro punto dolente, che scoraggia gli investimenti, è rappresentato dai tempi e dai vincoli di rimborso dell’Iva: l’imposta assolta sugli investimenti iniziali, spesso considerevole, non viene immediatamente rimborsata come accade altrove (Uk, Germania). Nella migliore delle ipotesi occorrono non meno di sei mesi, ma la media è di 18 mesi. Ergo, bisogna snellire i servizi, le procedure e sopratutto l’amministrazione pubblica. 

Oltre la burocraticità che allontana gli investitori, ci sarebbe un altro elemento determinante: una contrattualistica del lavoro ancora definita da un giurassico Statuto dei lavoratori del 1970. Contratti obsoleti e poca flessibilità sono ulteriori elementi che tengono distanti gli investitori esteri. Con questo non si vuole affermare e tantomeno giustificare un liberismo sfrenato che non tenga conto dei bisogni e delle necessità dei lavoratori, ma bisogna bilanciare queste giuste esigenze con le dinamiche del mercato. In tal senso le politiche adottate dalla Germania nell’ultimo decennio sono paradigmatiche: sindacati che insieme a imprese e governo hanno trovato la quadratura del cerchio e hanno permesso di riavviare un sistema produttivo in crisi.
Twitter: @giardser

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