Vivisezione, la legge cambia ma continua a non piacere. E rischia denunce alla Corte Europea

Per gli animalisti il nuovo testo è forzato dalle «lobby del farmaco», per i ricercatori è ancora pieno di limiti. Intervista a Dario Padovan, coordinatore del comitato scientifico Pro-Test Italia

Vivisezione, la legge che scontenta tutti. Torna a infiammarsi lo scontro attorno alla legge sulla sperimentazione animale, a poche settimane dal caso di Caterina Simonsen, la ragazza gravemente malata attaccata via web per aver difeso questa pratica, e una settimana dopo i manifesti di ispirazione animalista contro alcuni ricercatori milanesi. In questi giorni arriva alla Commissione Affari sociali della Camera il decreto legislativo basato sulla tanto discussa legge di delegazione Europea approvata lo scorso agosto.

PROTESTANO GLI ANIMALISTI. Un testo che è destinato a far discutere, tanto tra i ricercatori quanto tra gli attivisti della Lav, da alcuni giorni in presidio (un po’ scarno, a dir la verità) fuori dal ministero della Salute. A quest’ultimi la nuova bozza non piace, poiché nei passaggi al Governo ha ricevuto più di una modifica (sono stati cambiati 10 punti su 13), che ha modificato la legge, fortemente restrittiva, approvata quest’estate. «Le carte in tavola non si cambiano», è lo slogan che si legge nei loro striscioni. «Stanno cercando di cambiare il testo approvato dal Parlamento. Non piace alla lobby che con la sperimentazione animale fa soldi», sono le parole a Il Giorno di Michela Vittoria Brambilla, deputata di Forza Italia e fondatrice della Federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente. Ieri alla Camera è intervenuta in un dibattito sull’argomento, ribadendo come «la sperimentazione sugli animali è un enorme business ma in realtà è dannosa per la nostra salute e mina una ricerca scientifica affidabile, relegando l’Italia, e l’Europa stessa, nelle retrovie del progresso scientifico per quanto riguarda la biomedica e tossicologia».

I VINCOLI CHE NON PIACCIONO AI RICERCATORI. Ma il nuovo testo continua a destare il malcontento di tanti ricercatori, alle prese con una legge che minaccia seriamente il futuro della ricerca scientifica nel nostro Paese. A leggere i punti modificati si coglie il perché. Permane ad esempio una forte limitazione all’uso di cavie nella sperimentazione delle sostanze d’abuso: «È un vincolo insensato: ogni anno escono nuove droghe, che costituiscono una minaccia seria per un’ampia fetta della popolazione», dice a Tempi.it Dario Padovan, biologo e coordinatore del comitato scientifico Pro-Test Italia. «Sapere che in Italia nessuno potrà fare più ricerche in questo campo è decisamente preoccupante». Non convince neanche la moratoria concessa fino al 2017 per trovare metodi alternativi, ad esempio, agli xenotrapianti: «È un lasso di tempo che lascia spazio a nuovi interventi legislativi, o, eventualmente a ricorsi alla Corte Europea». Un’ipotesi, quest’ultima, cui qualche ricercatore sta pensando: «La legge va contro la normativa europea del 2010, che tracciava un solco da seguire in materia di sperimentazione animale cui questa legge era ispirata», continua Padovan, «ma diceva anche espressamente che non si potevano introdurre norme più restrittive. Cosa che invece si sta facendo ora».

GLI ANIMALI IN UNIVERSITA’. A permanere nel passaggio dalla legge delega al nuovo testo è anche il divieto di utilizzo degli animali in tutte le facoltà universitarie. È stata salvata solo veterinaria, corso di laurea in cui studiare senza poter aver davanti un animale vero e proprio sarebbe stato abbastanza paradossale. Per altre discipline, invece, non si potranno usare cavie, vincolo che rende la ricerca ancora più complessa: «Come può un biologo studiare e lavorare senza un’adeguata preparazione sugli animali?», si chiede ancora Padovan. Sarebbe più intelligente guardare all’estero, dove in tante facoltà universitarie si tengono corsi di due settimane precedenti l’ingresso in laboratorio, per imparare a trattare nel modo più giusto gli animali. «Perché gli animalisti, invece di lamentarsi in continuazione, non finanziano questi corsi anche in Italia?», chiude Padovan. «Perché non pensano a borse di studio concrete per chi s’impegna a studiare metodi alternativi?».