Casca il mondo
Vita da cani
«Vivo la mia vita come una persona normale, semplicemente ho momenti in cui mi piace essere un cane». L’ha detto Aguara, adolescente intervistata dall’Associated Press durante un raduno di “therian” a Buenos Aires. L’Argentina è uno dei luoghi in cui il teriantropismo si è manifestato in modo più vistoso. Riguarda persone che s’identificano sul piano psicologico o spirituale con animali: cani, lupi, gatti, serpenti. E, poiché viviamo in un’epoca che ama le sfumature al limite dell’inimmaginabile, va fatta una distinzione: i therian non sono i furry, cioè gli appassionati di animali antropomorfi; e vengono in genere collocati nella galassia degli otherkin, persone che, pur essendo fisicamente umane, si percepiscono come altro dall’umano. Non si tratta quindi di un semplice gioco in maschera, ma di un’identificazione simbolica che talvolta prende anche forme pubbliche di immedesimazione: camminare a quattro zampe, indossare code o orecchie, trovarsi in gruppo per condividere gesti, posture, linguaggi.
TikTok è un amplificatore enorme di questa tendenza, ospita “branchi virtuali” seguiti da centinaia di migliaia di followers. Declinata nella realtà, la faccenda suscita preoccupazioni sul rischio di atti di aggressività e autolesionismo, tanto che in Honduras e Guatemala almeno otto città hanno già vietato i raduni pubblici dei therian. Colpisce, in questo quadro, la confessione di Jesús Alberto, 25 anni, raccolta da El País a Città del Messico: «Credo che sia più facile trovare affetto come un’altra specie che come umano. Mi sento felice, sono stato più tranquillo. Essere “therian” è la cosa più bella che mi sia capitata».
Dubai è tra i luoghi in cui i sogni di Jesús Alberto crollano. Da una parte c’è l’animale come figura del sé, dall’altra c’è l’animale vero, quello domestico, concreto, dipendente, che mangia, si ammala, va curato, va portato con sé quando la storia si mette di traverso. La guerra in Medio Oriente, con il suo carico di paura, ha prodotto anche questo: un picco di abbandoni e di richieste di eutanasia per animali domestici, diventati improvvisamente un ostacolo logistico ed economico.
Molti residenti di Dubai cercano di tornare nel proprio paese di origine: «Organizzare il trasferimento internazionale di un animale richiede procedure che possono durare settimane o mesi, dall’applicazione del microchip alla vaccinazione antirabbica, fino al test sierologico che impone un’attesa di almeno ventuno giorni prima del viaggio». Chi vuole scappare in fretta, dunque, abbandona o sopprime il suo ex miglior amico a quattro zampe.
Sicuramente non ci faremo mancare un capitolo fortemente indignato sul cinismo degli umani verso gli animali da compagnia nel resoconto storico della guerra in corso. Girano foto di gatti abbandonati nel deserto dentro scatole con biglietti di scuse, cani legati ai lampioni senza acqua né cibo. Le associazioni animaliste parlano di «vittime dimenticate».
Da anni ci sorbiamo una retorica traboccante: il pet come figlio o fratello, sostegno emotivo, la cura dell’animale come indice di civiltà superiore. Tutto vero, finché resta dentro l’orizzonte del benessere. Finché ci sono la toelettatura, il cibo sofisticato, l’estetica sentimentale da social. Ma quando la realtà irrompe sul serio, allora il velo si lacera. E l’empatia instagrammabile per Fuffy e Pluto sparisce.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!