Virus pateravegloria

Niente celebrazioni causa coronavirus. Non accadde con la peste né sotto i bombardamenti. I virologi facciano i virologi, ma i preti potrebbero fare i preti?

È stato un po’ strano domenica andare a Messa in salotto. Qui nel Milanese ci hanno spiegato che, causa coronavirus, era meglio se ce ne stavamo a casa, e guardarci la Messa sulla Rai. C’era un prete dalla faccia simpatica e perfettamente rotonda, così come il suo accento pesarese, una bella pattuglia di chierichetti, il coro, le signore in prima fila agghindate come a una sfilata e gli uomini incravattati come fossero a un matrimonio (non li biasimo, un certo narcisismo televisivo è peccatuccio assai perdonabile).

A casa tua, dico

Solo che era un po’ strano essere seduti sul divano e “guardare” la Messa. Non solo perché non si è potuto fare la comunione (particolare non esattamente trascurabile, mi pare), immergere le mani nell’acquasantiera e, insomma, perdere tutta quella gestualità che ha senso in chiesa, ma non a casa, a casa tua, dico, con le Barbie e il Ken di tua figlia abbandonati sul tappeto a 20 centimetri da un aggeggio che trasmette ciò che sta avvenendo a 400 chilometri di distanza.

Occhio al pateravegloria

Era un po’ strano perché, anche se le letture erano le stesse, la liturgia la stessa, i movimenti e i gesti dell’officiante gli stessi, la Messa non era la stessa. Non c’era la chiesa e non c’era nemmeno la Chiesa, intesa come comunità, se non in quella porzione minuscola che è la tua famiglia, che va bene, ma la sensazione è quella di perdersi qualcosa. E non si capisce perché dobbiamo perderci questo “qualcosa” solo se siamo in chiesa, ma non al ristorante o al bar o sulla metro. Il virus è più letale mentre reciti il pateravegloria?

La gente alle Messe feriali

Qui in Lombardia, come in altre parti d’Italia, hanno sospeso le Messe feriali, a Padova, mi dicono, pure le confessioni, e qualche domanda non dico “cattolica”, ma di puro buon senso, viene a galla: era proprio necessario? Va bene togliere l’acquasantiera, va bene non stringersi la mano allo scambio della pace, ma se la comunione basta prenderla con le mani anziché in bocca e basta stare a un metro di distanza (avete presente quanta gente c’è alle Messe feriali? dai), c’era bisogno di tutto questo?

Ma fare i preti?

Ho letto diverse interviste a cardinali e arcivescovi che esprimono il loro malumore e invitano a cogliere l’occasione come un’opportunità per riscoprire il valore della liturgia, favorendo un lavoro di “silenzio” e di “introspezione”. Io, che sono un povero cattolico con la fede al lumicino, che mi distraggo a Messa e non vi dico sul divano, che il “silenzio” riesco a farlo solo se sono in mezzo a molti altri in silenzio, mi chiedo cosa tutto ciò significhi e soprattutto se non sia una scusa un po’ arrendevole di fronte a una direttiva emanata dal potere pubblico. Che i virologi facciano i virologi e i politici i politici, ma i preti – se non è chiedere troppo – potrebbero fare i preti?

La processione di san Carlo

L’altro giorno, lo storico Andrea Riccardi ha scritto sulla Stampa un articolo molto arguto e condivisibile, soprattutto “fastidioso” rispetto alla sonnacchiosa docilità con cui i nostri sacerdoti paiono essersi piegati all’emergenza.

«Le chiese non sono solo “assembramento” a rischio, ma anche un luogo dello spirito: una risorsa in tempi difficili, che suscita speranza, consola e ricorda che non ci si salva da soli. Non voglio rammentare Carlo Borromeo, nel 1576-77, il tempo della peste a Milano (epidemia ben più grave del coronavirus e combattuta allora a mani nude): questi visitava i malati, pregava con il popolo e fece scalzo una folta processione per la fine del flagello. Di certo la preghiera comune in chiesa alimenta speranza e solidarietà. Si sa come motivazioni, forti e spirituali, aiutino a resistere alla malattia: è esperienza comune».

Una bomba sotto la panca

Riccardi cita san Carlo, ma, per stare temporalmente più vicini a noi, oggi potremmo citare i cristiani che in Nigeria, Egitto, Burkina Faso, Iraq, Pakistan, Indonesia, Sri Lanka vanno a Messa a Pasqua o a Natale rischiando non qualche starnuto, ma qualche bomba piazzata sotto le panche. Eppure ci vanno, e ogni anno siamo qui a fare la conta delle stragi e dei morti. Eppure in quelle zone la fede cresce, i seminari brulicano di giovani, gli oratori sono pieni di bambini e non di “diversamente giovani” che giocano a canasta, e lo dico col massimo rispetto.

I primi cristiani

Ha scritto ancora Riccardi:

«Il sociologo americano Rodney Stark, scrivendo sull’ascesa del cristianesimo nei primi secoli, nota come fu decisivo il comportamento dei cristiani nelle epidemie: questi non fuggivano come i pagani fuori dalle città e non sfuggivano agli altri, ma, motivati dalla fede, si visitavano e sostenevano, pregavano insieme, seppellivano i morti. Tanto che il loro tasso di sopravvivenza fu più alto dei pagani per l’assistenza coscienziosa, pur senza medicamenti, e per il legame comunitario e sociale. I tempi cambiano, ma le recenti misure sul coronavirus sembrano banalizzare lo spazio della Chiesa, rivelando la mentalità dei governanti».

La fede di interisti e juventini

Insomma, non voglio metterla giù dura né fare la predica, poi ci si può anche arrangiare, per l’amor di Dio, ma è solo che si vorrebbe un po’ più di decisione da parte dei nostri pastori, un po’ più di sangue nelle vene, e non questa mesta rassegnazione, nel difendere il momento della Messa. Almeno una parola, dico, che spieghi bene che quello in chiesa non è un “assembramento” e non avviene per “futili motivi”, come fosse un raduno qualsiasi di sardine.

Non accadde sotto i bombardamenti, non accadde ai tempi della peste e del colera, succede oggi, in un’indifferenza oltremodo remissiva. Quelli che tifano Juve e Inter, cui hanno tolto la loro Messa pallonara domenicale, hanno protestato di più. Si vede che di “vera fede” è rimasta solo quella calcistica.

Foto Ansa