Ventidue inizi e un incontro

Racconto di una storia iniziata ventidue anni fa a Rimini, il Paese dei balocchi italiano. Ripercorrendo con Emilia Guarneri, presidente del Meeting (ma lei si ci tiene a precisare che è “volontaria”), alcune tappe significative della manifestazione culturale, con le sue 600mila presenze medie giornaliere, più importante d’Italia
intervista a Emilia Guarneri a cura di Emanuele Boffi

Come è nato il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”?

Come idea è nato nel settembre del ’79. Sin dal principio pensammo ad una manifestazione che avesse risonanza internazionale e che portasse a Rimini gli eventi più interessanti che accadevano in quel momento nel mondo. Esistevano persone e “cose” belle, grandi e interessanti che desideravamo far vedere. Quindi l’idea di una manifestazione culturale di largo respiro: situazione di emergenza internazionale, espressioni artistiche, poesia, testimonianze, politica. Non avevamo un’idea precisa: ma era chiara la volontà di confrontare la nostra esperienza cristiana con ciò che ci circondava. Sin dall’inizio pensammo a delle mostre con intento didattico con l’idea di “far conoscere cose”. Si spaziava dalle civiltà passate alle storie di popoli, dall’arte alla scienza.

Perché quest’esigenza didattica? Ritenete che ci siano nella storia dei “buchi”? Lo chiedo anche alla luce della mostra sul Risorgimento che l’anno scorso provocò dure polemiche.

Direi che nelle nostre mostre non c’è innanzitutto un intento polemico. È predominante l’idea di “conoscere e far conoscere”. Ogni tanto ci scappa la polemica ma non è mai il punto di partenza. Il Meeting è sempre andato avanti seguendo una logica di storie, di trame, di rapporti, di fili che si attaccano ad altri fili… se uno mi chiedesse: «perché quell’anno quelle dieci mostre e quell’altro quelle altre dieci?» gli risponderei che in quell’occasione i rapporti con gli invitati tirarono in quella direzione. E l’anno dopo in un’altra. Costante è diventata la presenza di una “grande mostra”. Quest’anno è sui Realismi, l’anno scorso sul Portogallo, abbiamo fatto quella su Pietro e Paolo, quella sulla pittura romana, quella sul mosaico, quella celeberrima “Dalla terra alle genti”. Queste grandi mostre si costruiscono perché abbiamo cominciato ad avere rapporti con i musei, con le sovraintendenze, con un certo gotha dell’archeologia, con un certo mondo di personaggi delle arti figurative. Da questi rapporti nascono i progetti.

In quanti avete iniziato?

All’origine c’era un gruppo di amici, una realtà eterogenea: un architetto, un paio di giornalisti, qualche intelletuale… che ha un po’ dato il via all’idea. Verso la primavera-estate dell’Ottanta questo gruppo si è allargato. Perché sin da subito ci siamo accorti che non potevamo fare il Meeting da soli. Nei primi anni ci appoggiarono il settimanale Il Sabato, la casa editrice Jaca Book e amici che avevano rapporti con autorità internazionali. E nel tempo è arrivato il contributo della Compagnia delle Opere, dei Centri Culturali, dell’Avsi… Ed è giusto che sia così: un’evento internazionale non si costruisce intorno al perimetro della propria opera. Quando il Meeting si è dilatato, amici da tutta Italia son venuti ad aiutarci. Basta pensare che noi adesso impieghiamo dieci giorni a montare il Meeting; i primi anni iniziavamo a luglio. Ci siamo evoluti, no? Certo, i primi anni si lavorava con una artigianalità che oggi farebbe ridere.

Cosa ricordi dell’incontro con Giovanni Paolo II?

Fu un evento imprevisto. Noi lo sapemmo a metà giugno. Quell’anno il Meeting durò un giorno in più. Il Meeting va sempre da sabato a sabato; invece in quell’occasione, quando giunse la telefonata dal vescovo di Rimini che il Papa aveva deciso, motu proprio, di venire a Rimini e che sarebbe giunto domenica 29 noi, felicemente, non potemmo che accettare. Quell’anno facemmo due Meeting perché sabato notte, sotto una pioggia torrenziale, la gente lavorò per preparare la Fiera all’arrivo del Santo Padre il giorno dopo, alle 14. Non senza difficoltà riuscimmo ad ottenere che il Papa prima dell’incontro, per una cinquantina di minuti, potesse girare fra gli stand (era passato solo un anno dall’attentato). E fu in quei cinquanta minuti che noi avemmo la possibilità di raccontargli che cosa facevamo e lui mostrò un’attenzione e una curiosità, anche per i particolari, sorprendente. Mentre ci avvicinavamo al salone dove lo aspettavano 6, 7mila persone, io lo informai che c’era molta gente che avrebbe ascoltato il suo intervento in piedi nel piazzale. E fu così che affacciandosi ad un terrazzo, per mezzo di un sistema di amplificazione improvvisata al momento, disse: «saluto le persone fuori dal salone. Non occorre essere nel salone per stare con il Papa». Ovazione! Durante l’incontro disse che il Meeting nasce da un incontro e che quest’incontro non è altro che la memoria di un incontro avvenuto 2000 anni prima. E poi, cito a memoria, «che la fede vissuta come certezza della Sua Presenza rende capaci di incontrare e valorizzare». Ci furono dei canti e il Papa stesso cantò; quindi gli chiedemmo: «noi avremmo preparato delle domande» e lui «perché no?». E rispondendo alla quarta domanda disse: «voi con questo Meeting date visibilità ad un aspetto della Chiesa che noi abbiamo riscoperto con il Vaticano II: la storicità della missione Chiesa».

Al Meeting nel 1987 venne Madre Teresa di Calcutta…

Sì e disse: «il nome di ognuno di voi è scritto sul palmo della mano di Dio». Anche l’incontro con lei fu un imprevisto. La inseguivamo da anni ma Madre Teresa era un personaggio che andava solo dove credeva che fosse utile per la sua causa. Fu monsignor Danzi, proprio durante il Meeting, che mi telefonò e disse: «è un po’complicato ma se volete Madre Teresa potrebbe venire». Immaginati la risposta. Venne in elicottero, atterrò a Sant’Arcangelo. All’incontro lei disse solo cose essenziali e semplicissime. Mentre noi le facevamo fare il giro degli stands ricordo che Madre Teresa non si preoccupava di stringere mani ma solo di pregare. Pregava, pregava di continuo.

Perché Pertini diede forfait nel 1983?

Sarebbe stato il primo presidente della Repubblica a venire al Meeting. Ci fu un tira e molla infinito: viene-non viene, viene-non viene. Alla fine dice: vengo. Era in vacanza in Val Gardena e la sera prima telefonò che non sarebbe venuto. Una nostra delegazione in elicottero lo raggiunse cercando invano di incontrarlo. Il suo ufficio stampa comunicò che il Presidente sarebbe stato impossibilitato a partecipare all’incontro in quanto si era slogato una caviglia. Tuttavia guarì molto in fretta.

Il Meeting è una manifestazione difficilmente classificabile. Come si dovrebbe presentarlo?

È una manifestazione culturale. Culturale significa “giudizio sulla realtà”, tutto quello che c’è al Meeting ha una ragione culturale. Anche le questioni politiche, economiche o sociali hanno questo taglio culturale di fondo. Oggi parlare di sussidiarietà, sanità o giustizia significa far cultura. Il Meeting valorizza, si confronta, entra in polemica. Ma anche nel dibattito si cerca sempre di incontrare l’altro e tutto il positivo che può comunicare. Da questo punto di vista credo che il Meeting abbia un’apertura ineguagliabile come spettro di fedi, culture, formazione e appartenenze politiche.

Spesso il Meeting ha anticipato o lanciato tematiche su cui in seguito si è poi ampiamente dibattuto. A che cosa è dovuta questa capacità “premonitrice” del Meeting? Ad una sua intrinseca genialità o perché è diventato, come sostengono alcuni, una vetrina per i politici?

Entrambe le cose; che ci sia una genialità nel Meeting di individuare personaggi interessanti è indubbio. Perlomeno, spesso è stato così. A volte è successo per caso come con la visita del presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, nel ’99, che fu frutto di una congiuntura favorevole. Scelse il Meeting per lanciare i suoi messaggi alla comunità europea. Il Meeting è un incontro, non una vetrina.

Si dice che il pubblico del Meeting applauda tutti. Insomma che “applauda a comando”.

Certamente, abbiamo una tradizione di “rispetto”. Chi viene al Meeting lo accogliamo in modo cordiale, anche perché gli siamo grati di aver accettato il confronto. Certo, se poi non siamo d’accordo, li fischiamo.

Quest’anno in un incontro Jas Gawronski parla di Pier Giorgio Frassati. Vi piace accostare il sacro al profano?

Sono incontri che nascono sempre per “giri” di rapporti. Il Meeting funziona così. Non si programmano tutti i 120-130 incontri ma solo i principali. Poi il Meeting vive di proposte che arrivano dall’esterno che, ovviamente, la redazione valuta. L’accostamento sacro-profano nasce così, senza un progetto.

Bersani ha detto che «il Meeting è un’occasione per non mandare la testa in vacanza». Come è nato il rapporto con lui?

Anche nel mondo della sinistra si sono consolidati dei rapporti di interlocuzione reali. Bersani è uno di questi. Questa sua definizione del Meeting è un po’ la cartina tornasole di questa idea di apertura non schierata ideologicamente. Io credo che l’aspetto più affascinante del Meeting sia la possibilità di verificare quel che ha detto anche il Papa nel suo intervento qui al Meeting: che la fede è apertura alla realtà. E che se trova la medesima apertura in altri interlocutori è capace di generare incontri. Nel Meeting io credo che ci sia quest’aspetto di apertura cristiana.

Gli incontri della Cdo si chiamano “Sopra il G8”. Perché?

La situazione della povertà del Terzo Mondo è un problema reale. Al Meeting portiamo le testimonianze di gente che da anni è presente in quei luoghi per rispondere a questi problemi. “Sopra il G8” ha dunque quest’intenzione di non far cadere nel vuoto temi che prima e dopo il G8 abbisognano di una risposta vera, non ideologica. E poi, voglio dire, è una storia che abbiamo già visto questa dello schieramento ideologico dalla parte dei poveri.

Al Meeting ci sono moltissimi giovani. L’anno scorso vennero avvicinati a quelli di Tor Vergata. Quest’anno i giovani li abbiamo visti nelle strade di Genova. Tu sei anche insegnante, che idea ti sei fatta di questi “popoli” di giovani?

Io mi chiedo quanto la “cultura di Seattle” sia interpretativa della cultura dei giovani d’oggi. Sicuramente ci sono temi come l’ambientalismo e la solidarietà che sui giovani fanno molto presa. D’altra parte credo che ci sia nascosto sotto un bisogno più grande che è quello di tenere aperti gli orizzonti. E io credo che il tipo di esperienza proposta dal Meeting sia qualcosa di più che un “tenere aperti gli orizzonti” nel senso che quelli che vengono a Rimini hanno anche la possibilità di costruire. E questo per un giovane è fondamentale: il sentirsi protagonista delle vicende e parte fondamentale nella costruzione del Meeting.